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feb 17
ON LINE LA RIVISTA SETTIMANALE
Dai trionfi di Roger e Serena agli azzurri di Davis
SuperTennis magazine copertina n. 4 del 2017
Il migliore migliorato

di Enzo Anderloni

Dopo le emozioni, le lacrime e l’esaurimento degli aggettivi superlativi, dell’impresa di Roger Federer restano i fatti: il capolavoro di quel 18° trofeo del Grande Slam alzato al cielo che sposta, una tacca più in su, l’asticella dei limiti da superare nel tennis. Della bellezza estetica del capolavoro hanno parlato già tutti, anche perché è la dimensione più evidente di quello che il fuoriclasse svizzero esprime con le sue giocate sul campo. Meno ovvio è come il capolavoro sia stato costruito: perché questa è l’altra parte della grande bellezza. Non arriva per caso, per puro genio e intuizione divina sul momento. È il frutto di un lavoro di preparazione straordinario tanto quanto l’esibizione finale.

Cambio di racchetta
Tutto comincia con il cambio di racchetta. L’ultima volta che Federer e Nadal si erano incontrati in uno Slam, le semifinali degli Australian Open 2014, Roger aveva appena iniziato a utilizzare la nuova racchetta. Vinse lo spagnolo facilmente, in tre set, con lo svizzero che impugnava questo attrezzo tutto nero che dopo 16 anni di professionismo avrebbe finalmente facilitato il suo modo di giocare. Dalla vecchia Wilson Pro Staff da 90 pollici quadrati, evoluzione (ma non troppo) del telaio nato nel lontano 1983 con cui Pete Sampras aveva conquistato 14 Slam negli Anni ’90, passava a un piatto corde da 97 con un profilo maggiorato. Una racchetta moderna, come quelle che i suoi grandi avversari (la Babolat Pure Aero da 100” di Nadal, la Head Speed Pro da 100” di Djokovic, la Head Radical da 98” di Murray) utilizzavano da un decennio. Una racchetta con più spinta, più tolleranza sui colpi decentrati rispetto a quella vecchia: questo gli avrebbe permesso, come vedremo, giocate inedite. Giusto per capirci: i vincenti di rovescio piatto, di controbalzo, visti a Melbourne domenica scorsa con la vecchia racchetta non sarebbero stati possibili. Chi le ha provate entrambe può certificarlo. In quel gennaio però aveva poco più di un mese di allenamenti alle spalle: troppo poco per capitalizzare i possibili vantaggi dell’attrezzo, che sarebbe diventato ufficiale, con una sua veste grafica definitiva, solo alla vigilia degli Us Open di quell’anno.

E poi venne la SABR
Con la seconda parte del 2014 e l’ingresso nel 2015 si entrò nel pieno dell’Era Djokovic. Il dominio di un uomo solo al comando. Il problema per Roger non era più Nadal (entra-to in crisi di fiducia perché, oltre agli acciacchi fisici, sentiva di non riuscire più a trovare il modo di sfondare nel gruppetto dei più forti, ai quali si era aggiunto Stan Wawrinka, che l’aveva già battuto proprio a Melbourne nel 2014) ma Djokovic. Come fare per batterlo? Pareva non riuscirci più nessuno. Ribatteva tutto più di Nadal, con meno rotazione e più velocità. Serviva meglio, non sbagliava mai. Approfittando di una programmazione sempre più diradata (quindi con più pause per allenarsi) e dei suggerimenti di un attaccante nato come Stefan Edberg, Federer lavorò su una nuova azione di gioco: la SABR (Sneacky Attack By Roger). Uno schema per il quale ci volevano i suoi riflessi pazzeschi e tante prove in allenamento. Si trattava di avanzare all’improvviso sulla risposta al servizio, andando a impattare quasi a metà campo, per poi seguire a rete e chiudere la volée. “L’Attacco Subdolo alla Roger” funzionò parecchie volte, lasciando tutti di stucco. A quello si aggiunse la nuova efficacia, nelle sfide con Nole, del rovescio lungolinea giocato vincente, grazie al supporto di una racchetta finalmente aggiornata. Nell’anno in cui Djokovic perse solo 6 partite (vincendone 82), tre di quelle sconfitte furono per mano di Federer.

Rubare il tempo senza sforzo
Poi ci fu il crack, al ginocchio: era il gennaio 2016, dopo la semifinale di Melbourne persa con Djokovic. L’operazione al menisco, il recupero. La semifinale a Wimbledon persa con Raonic. In mezzo partecipazioni ai tornei sempre in dubbio, per dolori dappertutto. Stava per compiere 35 anni, forse era il momento giusto per salutare definitivamente. Altro che Olimpiadi di Rio... E invece: Roger raduna tutte le persone di cui si fida, dalla moglie Mirka al manager Tony Godsick, dall’amico tecnico Severin Luthi al preparatore fisico Pierre Paganini, e poi quella testa fina del suo allenatore e amico Ivan Ljubicic, si fa visitare dai migliori ortopedici e discute di un nuovo progetto di crescita: come tornare a giocare forte come prima (o più forte), senza dolore e con la prospettiva di durare altre due o tre stagioni ad altissimo livello. La proposta è shock: ti fermi subito, sei mesi. Lasci agli infortuni il tempo di guarire con le giuste fisioterapie. Poi riprendi ad allenarti ma con una nuova prospettiva di gioco. Più veloce, più agile, più aggressiva, meno faticosa. Sai fare cose estemporanee che nessun altro è in grado di fare. Allenale. Rendile una costante. Mentre il mondo diceva che una pausa così lunga a 35 anni sarebbe stata fatale, Roger si regalava quello che normalmente per i tennisti di alto livello è l’unico lusso proibito: un periodo nell’anno sufficientemente lungo per provare a cambiare davvero qualcosa nel proprio gioco, per creare nuovi automatismi.

Risultato: il capolavoro
Ecco quello che abbiamo visto a Melbourne. Un giocatore fulmineo nella combinazione attacco/discesa a rete. Con l’attacco che spesso parte già dalla risposta al servizio. E soprattutto i colpi da fondo giocati piatti, quasi di controbalzo, con il massimo dell’anticipo possibile. Facendo così meno fatica e contemporaneamente aumentando la velocità e rubando tempo all’avversario. In 34 sfide con Rafa, quante volte avevamo visto Roger chiudere il punto in scioltezza con il rovescio incrociato? Nell’incredibile finale di domenica scorsa ci è riuscito parecchie volte, con l’avversario spesso lasciato lontano dalla palla. Oppure sulla palla, ma in difficoltà a gestirla proprio perché più imprevedibile e veloce del solito e (non avendo rotazione) difficile da controllare. Beninteso: giocare il rovescio a una mano, piatto di controbalzo, sul “frullone” di diritto incrociato di Nadal è qualcosa che probabilmente può fare solo il Migliore di sempre. Resta il fatto che Roger si è allenato a farlo (non è un caso che proprio Ivan Ljubicic, sia stato un maestro in questa esecuzione) ed è riuscito a ripeterlo anche nei momenti di massima tensione. Il che significa che è un fenomeno ma anche che era talmente ben allenato che tra il braccio e la mente non ci sono state interferenze. In quegli highlights della finale, che non smetteremo mai di rivedere, c’è il fantastico scambio da 26 colpi, giocato sul 4-3 al quinto set e vinto da Federer con un surreale diritto di controbalzo in lungolinea. Si può osservare come, un’istante dopo, Roger abbia fatto il pugno guardando fisso al suo box. Ljubicic era schizzato in piedi applaudendo, fissandolo e poi battendosi tre volte il pugno sul cuore. In quel momento entrambi avevano capito che il capolavoro era pronto, era riuscito. Il Migliore era migliorato ancora.

Articolo tratto da SuperTennis Magazine n. 4 - 2017

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SuperTennis Magazine – Anno XIII – n.4– 1 febbraio 2017
In questo numero
Prima pagina –Il migliore migliorato Pag.3
Australian Open: il signore degli Slam Pag.5
Australian Open: Serena non invecchia mai Pag.9
Focus Next Gen: questo ragazzo è Mmoh...lto forte Pag.12
I numeri della settimana: Roger 18: 4 scalpi top Pag.14
Terza pagina – Franco Davin, un baby prodigio Pag.16
Il tennis in tv – I nostri a Buenos Aires Pag.17
Pre-qualificazioni IBI17: è il mese della fase 2 Pag.18
Notizie dalle regioni – Friuli Venezia Giulia, Marche, Umbria, Abruzzo, Molise e Campania Pag.19
Personal coach: come si costruisce l’ambiente giusto Pag.24
Racchette e dintorni – Sport Business: Mondiale marchi, ecco chi è in testa Pag.26
La regola del gioco – Se cade la racchetta, e pure il giocatore… Pag.28

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