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feb 18
BELGIO: ELISE E LE ALTRE
Fed Cup: la Mertens guida le nostre avversarie
Fed Cup - Elise Mertens e Kirsten Flipkens
La prima immagine, inevitabilmente, corre allo Spiroudome di Charleroi. Dalla panchina, Flavia Pennetta scrutava quello che succedeva a Justine Henin. I suoi occhi parlavano, come a dire. “Vuoi vedere che è fatta?”. Qualche secondo dopo, la belga annunciava il ritiro dal doppio decisivo e l'Italia festeggiava la prima Fed Cup della sua storia, sciogliendosi in un abbraccio collettivo che coinvolse anche Tathiana Garbin, presente come quinta giocatrice. L'ultimo incrocio tra tra Italia e Belgio è un ricordo dolcissimo: da allora sono passati 12 anni e l'esito del sorteggio per i play-off del World Group I sembrava quasi volerci ricordare la caducità delle vicende tennistiche. Dal 2006 a oggi, l'Italia ha vissuto anni d'oro, poi è caduta e adesso ha iniziato la risalita. Il Belgio, messi alle spalle i fasti di Kim Clijsters e Justin Henin, è addirittura piombato in Serie C, in quei gruppi zonali che assomigliano a una palude e da cui è difficilissimo uscire. I ritorni di Clijsters ed Henin dopo gli improvvisi ritiri del 2007 e del 2008 hanno fruttato una semifinale, persa nel 2011, poi c'è stato l'inevitabile declino. Un crollo fisiologico che ha portato a umilianti sfide contro Lussemburgo, Portogallo, Israele e Ungheria. Un paio d'anni fa, erano ancora in Serie C. Poi è cambiato qualcosa. Sette vittorie consecutive hanno riportato la squadra addirittura nel World Group I grazie alla crescita impetuosa di Elise Mertens. Lo scorso anno, nel play-off in Russia, batté una dopo l'altra Pavlyuchenkova e Vesnina, per poi trascinare An-Sophie Mestach al successo in doppio. Ancor prima di fare grandi cose nel circuito WTA, dunque, aveva mostrato qualità notevoli in Fed Cup. Anche lo scorso weekend, tutto sommato, non sono andate lontano dall'impresa. Contro la Francia, il semaforo rosso è arrivato soltanto al doppio di spareggio.



I SEGRETI DELLA MERTENS
Sarà proprio Elise Mertens il nostro spauracchio nel weekend del 21-22 aprile, in Italia, sulla terra rossa. “Tutto è possibile Se ci credi sul serio, puoi sempre farcela”: con questo motto, Elise ha raggiunto una splendida semifinale all'Australian Open. Fiamminga come la Clijsters, ha avuto la fortuna di crescere senza pressione. Quella è finita tutta sulle spalle di Kirsten Flipkens, diretta erede di Clijsters ed Henin. Le hanno dato tanto (strutture, supporto, aiuto) ma le hanno chiesto troppo. Da parte sua, la Mertens è cresciuta in tutta tranquillità. Nell'epoca delle cyber-minacce, dove ogni sconfitta può colorare di insulti gli account social, non ha mai avuto problemi. Quando perdeva le hanno sempre dato fiducia, ricordandole che ci sarebbe stata un'altra possibilità. “I belgi sono un popolo molto positivo”. Classe 1995, Elise ha vissuto la sua svolta tecnica nel 2016, quando ha iniziato a farsi allenare dal suo fidanzato, Robbe Ceyssens. La loro è una storia da fiaba: si sono conosciuti da bambini (10 anni lui, 8 lei) poi si erano persi per una decina d'anni. Il re-incontro è avvenuto presso l'accademia di Kim Clijsters, dove le frecce di cupido hanno fatto il loro corso. Nel 2016, un problema di salute colpì Rik Vleeshouwers, allora coach di Elise, appena prima dello Us Open. E così, quasi per caso, all'unione sentimentale si è aggiunta anche quella tecnica. I risultati sono stati immediati. Quest'anno ha vinto a Hobart, poi ha messo insieme cinque mattonelle che l'hanno portata in semifinale a Melbourne. Kim Clijsters la riempie di complimenti, si sentono spesso via messaggio. Ma adesso viene il difficile: confermarsi ad alti livelli. Elise non è troppo potente e questo potrebbe penalizzarla. Le piace anticipare, togliere ritmo all'avversaria: qualità che funzionano meglio sui campi rapidi. L'anno scorso, tuttavia, ha fatto buone cose sul rosso. Intanto i due successi in Fed Cup sono arrivati sulla terra, poi ha raggiunto la finale a Istanbul e il terzo turno al Roland Garros. In estate, si è concessa un altro paio di tornei su terra, con tanto di semifinale a Bastad. Numeri alla mano, la polvere di mattone non le sembra così avversa.



ALISON, KIRSTEN E YANINA
Il resto della squadra è pericoloso ma gestibile. Per intenderci, Deborah Chiesa o Jasmine Paolini non scenderanno in campo battute contro Alison Van Uytvanck, Kirsten Flipkens o magari Yanina Wickmayer. Difficile pensare all'inserimento di altre giocatrici: Ysaline Bonaventure ha fatto la riserva in Francia, mentre Maryna Zanevska aveva giocato l'anno scorso in Russia. Sono entrambe un gradino sotto. Dovessimo scommettere oggi, la seconda singolarista dovrebbe essere la Van Uytvanck. Pure lei fiamminga, ha vissuto i suoi giorni di popolarità al Roland Garros 2015. Arrivò nei quarti, ma quel risultato è rimasto un po' lì, isolato. Numero 41 WTA, si è aggiudicata un torneo del tour, Quebec City nel 2017. Un successo che ne ha sancito il ritorno su buoni livelli dopo un anno di black out per un infortunio alla caviglia destra. Adotta un tennis senza troppe rotazioni, almeno con i due fondamentali, però sa usare bene la palla corta e ha un servizio in slice che sulla terra può essere insidioso. Una buona giocatrice, ma non crediamo che sia troppo distante dai suoi limiti.

C'è poi Kirsten Flipkens. Pure lei viene dal Belgio fiammingo, e pure lei – come la Mertens – è finita sotto l'ala protettrice della Clijsters. Da ragazzina giocava spesso il doppio con Elke Clijsters, sorella minore di Kim, ma soprattutto ha fatto faville tra le Under 18: vittoria a Wimbledon e Us Open nel 2003, anno in cui è stata incoronata “Campionessa del Mondo” dall'ITF. I media belgi, in piena estasi dopo i successi di inizio millennio, la coccolarono a più non posso. Giornali e TV l'avevano nominata “promessa sportiva dell'anno”. L'impatto con il professionismo non è stato semplice: nel 2006, nella finale di Charleroi, abbiamo trovato una giocatrice gracilina e un po' intimidita. Fu su di lei che l'Italia costruì il suo successo. Colpita da una forte miopia, gioca da sempre con gli occhiali. Quando la zavorra di Cljisters ed Henin si è alleggerita, ha dato il massimo. Nel 2012 ha vinto il suo primo (per ora unico) titolo WTA a Quebec City, poi l'anno dopo si è spinta in semifinale a Wimbledon. Giocatrice a tutto campo, sa fare tante cose e possiede uno dei migliori rovesci in slice del tour. Però difetta di potenza, e questo potrebbe escluderla dai singolari. In effetti, sulla terra non ha mai combinato granché, almeno ad alti livelli. Nel circuito ITF, 11 titoli su 12 sono arrivati sulla polvere di mattone, ma il livello era decisamente più basso.



I prossimi due mesi saranno importanti per Yanina Wickmayer: tra le giocatrici in attività, è ancora quella con il miglior palmares: numero 12 WTA, semifinalista allo Us Open e vincitrice di cinque titoli WTA. Tuttavia, la sua vicenda è stata inquinata da un'antipatica vicenda doping (saltò tre controlli in un anno, violando le norme WADA) che non ha avuto grossi effetti disciplinari, ma le ha fatto perdere il contatto con le migliori. Da qualche anno sembra essersi accontentata del ruolo di immediato rincalzo, e nemmeno il matrimonio con l'ex calciatore Jerome van de Zijl sembra averla rivitalizzata. Per intenderci, al recente Australian Open ha dovuto giocare le qualificazioni: le ha fallite, mancando l'accesso al main draw per la prima volta dopo 39 partecipazioni di fila. Giocatrice molto potente, vanta un buon record contro la Errani (è avanti 4-2), ma tutti gli scontri diretti si sono giocati sul cemento. Quando la terra scivola sotto i piedi, la storia più cambiare. Tra l'altro, Yanina (chiamata così in onore di Giannina, una delle figlie di Diego Armando Maradona, da un padre fanatico di calcio) non gioca in Fed Cup dal 2015.

Il suo rapporto con la federazione si è incrinato nel 2013, quando furono costretti a giocare sul cemento il match contro la Polonia, nonostante le giocatrici spingessero per la terra battuta. “Ci spiace, non abbiamo soldi per allestire il campo” risposero dagli uffici federali. Adesso le cose vanno meglio, grazie ai proventi degli ultimi risultati in Coppa Davis. Hanno raggiunto due finali negli ultimi tre anni, portando denaro fresco nelle casse della Royal Belgian Tennis Federation, che è l'unione di due associazioni: Tennis Vlaanderen (fiamminga) e Association Francophone de Tennis (vallone). Caso unico al mondo, peraltro in una nazione poco più grande della Sicilia. In fondo è un paese strano: si parlano due lingue: francese e fiammingo (un idioma molto simile all'olandese), senza dimenticare che anche il tedesco è considerato lingua ufficiale. Un curioso mix che ha portato a contrasti e tensioni sociali, ma che nello sport hanno sempre saputo mascherare. Anche in Fed Cup, dove il gruppo è guidato dalla vallone Dominique Monami, ex ottima giocatrice, costretta a gestire un gruppo di fiamminghe. Sette vittorie consecutive la dicono lunga: Italia-Belgio sarà una partita complicata. Su questo non c'è dubbio.



di Riccardo Bisti

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