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30

mar 18
LEA PERICOLI DAI PIZZI A FEDERER
Intervista a 360° di Gianni Mura su Repubblica
Matrimonio Pennetta-Fognini - Lea Pericoli e Nicola Pietrangeli (foto FotoVideoNiko)
“Il tennis, certo, e poi il golf. Sempre a rincorrere una pallina. Mi sa che nella vita precedente ero un cane”. E’ la battuta riferita a se stessa con cui comincia l’intervista a Lea Pericoli scritta da Gianni Mura e pubblicata su La Repubblica di venerdì 30 marzo, con il titolo ‘Il tennis e i merletti. Sono stata divina malgrado i maestri’. Una lunga chiacchierata in cui l’ambasciatrice del tennis italiano - ha il record di titoli tricolori, 27 tra singolare e doppio, con 264 presenze in nazionale e 30 Federation Cup -, che il 22 marzo ha compiuto 83 anni (portati splendidamente), racconta la sua vita. O forse sarebbe il caso di dire le sue tante vite: giocatrice, giornalista, conduttrice televisiva, scrittrice...

Nei mitici anni Sessanta per quattro volte Lea ha raggiunto gli ottavi di finale al Roland Garros e per tre volte a Wimbledon. In "500 anni di tennis" Gianni Clerici scrive più o meno che nell'ambiente tutti erano innamorati di lei - per l’eleganza la chiamavano ‘la Divina’ - ma non è stata una campionessa. “È vero. Sono stata una buona tennista rovinata nel momento migliore. Contro quelle pari grado o inferiori vincevo, contro quelle più forti perdevo, ma qualche soddisfazione me la sono tolta. Coniglio coraggioso ci può stare: una volta ero sotto 06 0-5 e sul 30 pari ho pensato: se faccio questo punto vinco l'incontro. E l'ho vinto, era una finale di campionato italiano con Lucia Bassi. La soddisfazione è aver battuto cinque vincitrici di un grande slam: Shirley Bloomer, Karen Susman, Ann Haydon, Françoise Dürr e Billie Jean King. Mi ha rovinata Dinny Pails, australiano, alle sue lezioni mi aveva mandato la federtennis. Prima, giocavo un tennis istintivo, molto aggressivo, selvatico, tipico di chi è cresciuto senza maestri. Pails mi ha cambiato l'impugnatura e costretta a diventare specialista di pallonetti. Non avevo l'età per ribellarmi, mi sono adattata a giocare un altro tennis. E dire che avevo il polso di Borg. Non l'ho odiato, odiare costa fatica. Del tennis, a quei tempi, mi affascinavano soprattutto i viaggi, perché guadagni non ce n'erano. La purezza del dilettantismo. Voli notturni per spendere di meno, pensioncine da pochi soldi. A Wimbledon, oltre al ticket per la prima colazione, avevamo diritto al macchinone che ci portava dall'albergo ai campi. Per il resto ci arrangiavamo, quelle poche lire ce le strappavamo giocando a poker fra di noi. Poveri ma belli”.

Parlando di Wimbledon il riferimento alle mutandine rosa è inevitabile. “Lo so, e comunque non me ne vergogno. Era il mio esordio a Wimbledon, in precedenza mi aveva avvicinata Ted Tinling, ex colonnello dell'esercito, alto alto e calvo, gay, aveva un fidanzato piccolino e malinconico. Disegnava cravatte, camicie, abbigliamento sportivo un po' bizzarro. La sua prima tennista-modello era stata Gussie Moran, mutandine panterate” ricorda la Pericoli. Che, in un’epoca in cui nel tennis era di rigore il bianco e le donne portavano gonne abbastanza lunghe o sottane-pantalone, fece impazzire i fotografi e divise il pubblico in sottogonna di tulle rosa, mutandine rosa e calze rosa. “I fotografi mi distraggono, vinco facile il primo set con una spagnola che mi è inferiore, poi mi blocco e sono eliminata. Peggio, mio padre mi proibisce di continuare col tennis. Il clamore non gli è andato giù. Quelle mutandine, quella gonna di cui hanno misurato la lunghezza più volte, ma era nelle regole, meno nelle regole semmai le mutandine, è tutto esposto al Victoria Albert Museum di Londra, come altri capi che più tardi Ted mi fece indossare: un gonnellino di visone, uno di penne di cigno, un abitino di petali di rose, un pigiama di pizzo, in Sudafrica perfino un vestitino d'oro con le mutandine di brillanti. Vorrei chiarire che questi costumi stravaganti, a volte eccessivi, li indossavo solo per le gare facili. Se c'era da soffrire, tenuta bianca classica. Ho cominciato con Ted perché mi divertiva e perché in Italia era molto diffusa l'idea che lo sport trasformasse le donne in muscolose virago senza grazia. Ho fatto una scelta dalla parte delle donne”.

Come quella di rendere pubblico il tumore che l'aveva colpita al collo dell'utero. “Sì, lì fu decisiva la spinta del professor Veronesi. In quegli anni si faticava a nominarlo, il tumore, il cancro. Era "il male inguaribile", da tener nascosto, quasi fosse una vergogna. Sei mesi dopo l'intervento chirurgico vincevo il campionato italiano e Veronesi diceva che quel risultato valeva cento conferenze, che con una diagnosi precoce, era il mio caso, si continua a vivere. Era il '73, mi pare, non ho memoria per le date, per i fatti sì. In quella campagna ci ho messo la faccia e il cuore. Quattro anni fa ho avuto un problema di salute ma non l'ha saputo quasi nessuno. Molte donne di una certa età quando vado a fare la spesa in tram mi sorridono e mi salutano e questo mi rende felice. Ho un carattere che mi porta a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Ho avuto una vita meravigliosa e ogni giorno la ringrazio. Ho avuto tanti amori importanti, anche dolorosi, e vivo da sola, ma convivo bene con me stessa, mi parlo e mi rispondo. E ho tanti amici. Nicola dice che solo i cretini non hanno rimpianti, sarò cretina ma non ne ho”.

Nicola è ovviamente Pietrangeli, l’altra icona del tennis italiano, che definisce “l'uomo più affascinante e pigro che abbia conosciuto. Ho scritto io la sua biografia perché era troppo pigro per scriverla lui”. Quattro sono i libri pubblicati dalla Pericoli, per anni ‘firma’ di tennis per il Giornale fin dal primo numero (e poi anche di moda). E poi prima donna a commentare il tennis, senza seconda voce, su TeleMontecarlo. Le piace il tennis di oggi? “Non è il mio, i racchettoni hanno cambiato tutto, puoi fare quello che vuoi. Con le racchettine di legno eravamo meno potenti e più tecnici. Meno male che c'è Federer, che sfiora la perfezione: è bello, simpatico, molto impegnato nel sociale e, dettaglio fondamentale, pensa tennis come uno dei nostri tempi e lo gioca con i mezzi e gli avversari di oggi. Promette bene Alex Zverev, se non si rovina. In generale, oggi sono tutti badilanti senza fascino, pensano solo ai soldi. Ma lo sa che c'è chi ha chiesto dei soldi anche per giocare in Davis, cioè per difendere i colori del suo Paese? In Italia per trovare un vero campione occorre risalire a Nicola e, un po' più giù, a Panatta. Le ragazze, invece, ne hanno fatta di strada. Vedere Pennetta-Vinci in finale di un grande slam è stata un'emozione forte”.

L'INTERVISTA DI GIANNI MURA

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meravigliosa come atleta e come donna, è stata fondamentale per la diffusione del tennis in Italia e come testimonial per la lotta cintro il cancro ed a mio parere strettamente personale è stata la migliore commentatrice di tennis di sempre. Al suo microfono si alternavano personaggi di grande intelligenza e competenza come Pietrangeli, Tiriac ecc. Memorabile la sua telecronaca della finale di Montecarlo tra Connors e Vilas, interrotta per pioggia sul 6-5 e mai più disputata in cui riusci a tenere ore di telecronaca con la pioggia insieme a personaggi come Tognazzi e Villaggio. Ero solo un bambino ma è la persona che più mi ha fatto amare il tennis

di John Patrick (Venerdì, 30 Marzo 2018 21:40)

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