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Sabato, 3 Maggio 2008 alle 17:30

IL COSMOPOLITISMO DEGLI ITALIANI

di Giancarlo Baccini
E pensare che Rino Tommasi e Gianni Clerici, di tanto in tanto, accusano di “provincialismo” gli Internazionali d’Italia...
Provinciali noi? Ma in quale altro paese del mondo, secondo voi, succederebbe che un giudice di linea chiama un fallo di piede al giocatore suo connazionale (per di più giovanissimo, perdipiù all’esordio in una grande competizione mondiale, perdipiù opposto a un ex top 10) quando sta servendo sul 5 pari al tie-break del terzo set, come è capitato ieri a Matteo Trevisan? In Francia? In Inghilterra? Negli Usa ? (E lasciamo perdere la Russia o la Croazia, dove le azzurre e gli azzurri hanno giocato di recente, permettendoci di toccare con mano la qualità dei loro linesmen).
Come dite? Che forse quel giudice di linea era lo stesso che l’anno scorso a Castellaneta, semifinale di Fed Cup contro la Francia, di falli di piede ne chiamò 12 alla Schiavone nel corso di un drammatico confronto con la Mauresmo?
Se era lo stesso io non lo so, ma ho motivo di dubitarne fortemente. Perché noi italiani non siamo provinciali, e dunque siamo in tanti ad avere a cuore soltanto una cosa: insegnare agli altri italiani come ci si comporta nel mondo civile. E di giudici di linea così (o anche di giornalisti, se è per questo) ne abbiamo a josa. Bravi. Onesti. Irreprensibili. Cosmopoliti.
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trevisan, tommasi, clerici
Martedì, 25 Marzo 2008 alle 15:59

LA LOVE STORY DI LEA

di Giancarlo Baccini
Intervista con Lea Pericoli apparsa su “SuperTennis” nel 2006

di Giancarlo Baccini

Qualche settimana fa Lea Pericoli è stata insignita di un importante premio dalla Federazione Internazionale Tennis, diventando la prima donna italiana a ricevere un’onorificenza tanto prestigiosa. “Per i servizi resi al Gioco”, dice la motivazione, mirabilmente sintetizzando una vita interamente dedicata, prima da giocatrice e poi da giornalista, al nostro sport.
Certo, è quantomeno singolare che a rendere giustizia alla First Lady del tennis tricolore sia dovuta intervenire la massima organizzazione mondiale mentre l’intellighenzia nazionale l’ha sempre trattata con un pizzico di snobismo, a naso arricciato. Magari a Lea non hanno giovato, nell’inquadrare questo rapporto, la familiarità ai tempi in cui giocava e la rivalità professionale quando è diventata la prima telecronista delle cosiddette “tv private”, ma sta di fatto che sono davvero risicati, e non privi di qualche acida pennellata, i ritratti che i nostri più acclamati storici ne han tracciato nelle loro opere.
Tanto per fare un esempio, ecco le uniche righe che Gianni Clerici le ha dedicato nel suo pur voluminoso capolavoro “500 anni di tennis”:
“Per alcuni anni avevamo dovuto accontentarci di un’attenzione non solo sportiva, propiziata dall’apparire di Lea Pericoli, splendente nelle più audaci toilettes di Teddy Tinling. Il giorno prima di Wimbledon, tra i verdi fondali del club di Hurlingham, Lea appariva in tute trapuntate d’oro, sottanine piumate, trafori, reti, lamé sconvolgenti. Non mancava mai, la sua foto, sui giornali inglesi della domenica, e ci consolava un tantino della sua imminente eliminazione, perché la Pericoli fu certo più affascinante donna che grande tennista.
“Sui nostri campi rossi, di fronte ad avversarie infinitamente meno attrezzate, il suo piglio di ragazza di campagna, cresciuta tra Nairobi e Addis Abeba, era sufficiente a sgominarle tutte. Contro le amazzoni, Lea giocò qualche stupenda partita con le sue armi di autodidatta”.

Dal canto suo, in “Storia del Tennis” (1983), Rino Tommasi arriva a ridurne il ritratto a una sola riga di piombo: “Lea Pericoli ha imposto la sua superiorità e la sua personalità nei nostri confini”.
E invece Lea Pericoli è stata splendida ambasciatrice del tennis tricolore e con il suo charme, il suo calore e il suo sempre positivo entusiasmo ha giovato all’immagine del nostro movimento e alla diffusione del Gioco molto più di certi pessimisti di professione. Sebbene non sia stata forte come le eroine tricolori contemporanee, tipo Silvia Farina e Francesca Schiavone, ancor oggi chi pensa al tennis femminile italiano pensa prima di tutto a lei. Perché per la gente comune lo sport non è soltanto arida somma aritmetica di successi, non è statistica: è cuore. E la storia d’amore fra Lea e il tennis ha una grandezza epica impossibile da non avvertire nel profondo.
“Il mio amore per il tennis non ha confini. E’ stata una vera, smisurata, emozionante passione – racconta lei – La cosa che più sorprende anche me è che non accenna a diminuire. Nella vita tutto può finire, e spesso, anzi, sono proprio i grandi amori quelli che si bruciano più in fretta nel fuoco della passione. Se non ci fosse ‘sta storia con tennis io all’amore eterno avrei già smesso di crederci. Pensa che l’amo così tanto da aver deciso di smettere di giocare non appena mi sono resa conto di non essere più in grado di onorarlo a modo mio. Il giorno dopo aver vinto gli ultimi tre dei miei ventisette titoli italiani mi son detta: ‘Basta gare!’. Da allora, solo attività di club. E mai contro altre donne.”.
- Come è cominciata, la love story?
“Cominciò dopo la guerra, quando, ritornando indietro dall’Asmara dove eravamo sfollati, mio padre ci riportò ad Addis Abeba. Nel giardino della grande, splendida villa in cui andammo vidi per la prima volta un campo da tennis. Avevo nove anni. Il tennis mi folgorò subito. E’ un gioco bellissimo, in cui si assommano la forza, la tecnica, l’intelligenza, il coraggio. Non ti sazia mai. Il sabato e la domenica venivano a giocare in tanti. Notabili, ambasciatori… Stavo lì a guardare, affascinata, e aspettavo il momento giusto per fare anch’io quattro palle. Passo dopo passo, sono diventata una giocatrice ‘vera’”.
- Anche se all’epoca non c’era il professionismo, essere giocatrici ‘vere’ significava essere come le superstar di oggi, con tutto il corollario di fatica, di stress che il tennis di vertice comporta. Come si conciliava tutto questo con la pura e semplice passione amorosa?
“Come nella vita: l’amore spesso significa angoscia. Figurati!... Io ho sempre avvertito molto forte la pressione del gioco. I campionati italiani ‘dovevo’ assolutamente vincerli. Sai, all’epoca il titolo tricolore era quello più prestigioso. Te lo portavi dietro per un anno. Ci tenevamo tutti tantissimo. Pensa solo a Raul Gardini, che ci si faceva venire l’esaurimento nervoso ma che grazie alla combattività raggiungeva risultati impensabili contro avversari molto più dotati di lui. Insomma: era durissima. Ricorda che io di titoli ne ho vinti ventisette. Caprai da solo che cosa può aver comportato, a fine carriera, conquistare gli ultimi contro ragazze molto più giovani e potenti di me. Certe volte andare in campo era come accingersi a vivere in prima persona una tragedia greca. Ad aiutarmi, per fortuna, c’era il pubblico, che ha sempre tifato per me. Il segreto per farcela era in realtà la mia grande ambizione. L’ho scoperto in maturità, di essere così spaventosamente ambiziosa, e di tenere assai ai miei record, tipo quello dei chilometri percorsi in campo. Conservo ancora un articolo in cui Tommasi sosteneva che dopo due ore di gioco neppure Paola Pigni era in grado di correre come me. La forza del mio amore e della mia ambizione sono testimoniate proprio dal fatto che all’epoca correvo come un demonio mentre adesso che non gioco più sono diventata la donna più pigra del mondo. Insomma, il desiderio di primeggiare compensava l’angoscia e alimentava l’amore”.
- Oltre che per le tue doti di agonista tu, comunque, sei stata famosa anche, se non soprattutto, per lo charme che ha sempre contraddistinto la tua presenza in campo. I giornali inglesi ti mettevano in prima pagina con i tuoi celebri vestitini. Quando te li facevi fare da Teddy Tingley eri mossa dall’ambizione di figurare o da altri motivi?
“Sì, lo facevo per farmi notare, per essere diversa dalle altre. Ancor oggi non concepisco il motivo che spinge i tennisti a sembrare tutti uguali. Il tennis è uno sport che ti insegna a essere solo, a cavartela da solo. Anche il look serve a sottolineare questa unicità, questa solitudine. Io sono sempre stata una solitaria. Pensa a Panatta, che ai suoi tempi girava sempre con due-tre scagnozzi al seguito: beh, io mi sarei messa sotto a un mattone piuttosto che fare altrettanto. Tu mi hai mai visto con qualcuno al seguito?”.
- No. Però ho girato mezzo mondo con te e tutto mi sei sembrata tranne che una misantropa…
“Che c’entra? Quel che voglio dire è che ho sempre preteso di camminare con le mie gambe, non che non mi piace stare in compagnia. Non mi va di essere uniformata agli altri, e il fatto di vestirmi in modo eccentrico mi divertiva molto. Vedere la mia foto sui giornali mi piaceva. E poi, lo confesso, ero anche abbastanza furba, in questo gioco. I ‘vestitini’ me li mettevo soltanto quando sapevo che avrei vinto. Sai, col mio modo di giocare era impossibile che venissi battuta da qualcuna più debole di me, e magari qualche volta, invece, ero io a riuscire a battere qualcuna delle più forti. Così guardavo il tabellone, mi dicevo ‘qui si vince-qui si vince-qui si perde’ e sceglievo la tenuta giusta. Non si può scendere in campo coperte di piume di cigno e perdere”.
- Il fatto di essere una bella donna e di farti notare ti ha aiutata, prima in campo e poi nella vita?
“Mi ha aiutato tantissimo, perché allora, sennò, come cavolo facevi a far parlare di te? Nel tennis le donne venivano giudicate figlie di un dio minore, noiose da guardare… Invece io venivo invitata dappertutto perché giocassi nei tornei. Caraibi, Russia, Sudamerica… Manco avessi vinto Wimbledon! Viaggi che a quei tempi te li sognavi. E poi, sì, anche nella vita avere un po’ di charme aiuta. Se la scelta è fra una bella e una brutta ci sono pochi dubbi su come va a finire. Oggi comunque le donne hanno a disposizione molti mezzi per diventare più belle di quel che sono in realtà, dunque distinguersi è più difficile”.
- E’ anche per questo che sei stata fra le primissime ex-atlete che sono diventate giornaliste?
“Sì, sono stata abbastanza fortunata. Quando Montanelli fondò ‘Il Giornale’ mi chiamarono e la mia ambizione mi spinse a fare questo salto nel buio: allora non sapevo se sarei riuscita o no, anche se credevo in me stessa. Da cosa nasce cosa. E sono diventata anche la prima donna a fare delle telecronache sportive. Questo però fu una donna, a chiedermelo. Avevo un accordo con la Tv svizzera per fare dei servizi sul tennis femminile da Wimbledon, ma all’improvviso mi chiamò madame De Covingny, di TeleMontecarlo, e mi chiese di fare le telecronache di tutto il torneo. Proprio tutti i match, tutto il giorno e tutti i giorni, da sola. Lì per lì provai paura all’idea di accettare ma poi mi convinsi che era un’opportunità più unica che rara e accettai di correre questo rischio”.
- Se dovessi scegliere fra i tuoi ricordi da giocatrice e quelli da giornalista, quale diresti che è stata la parte più soddisfacente della tua vita?
“Beh, ci ho scritto su anche un libro, ‘Questa bellissima vita’, che ha vinto il Premio Bancarella Sport. Sono una donna fortunata. Ho avuto una vita meravigliosa. Ancora oggi ho delle soddisfazioni enormi. Io credo che se hai dentro una scintilla che ti fa amare le cose, che ti dà passione, tutto diventa bello. Il tennis mi ha dato grandissime soddisfazioni, specie considerando i mezzi che la natura mi aveva messo a disposizione e il fatto che mio padre non voleva che giocassi, per cui dovevo guadagnarmi da vivere lavorando. Segretaria d’azienda, ché parlavo perfettamente inglese e francese, dattilografa, pubblicità e Caroselli: tanti mestieri. Sennò dove li trovavo i soldi per andare a Wimbledon? Mica mi pagava nessuno… Però sono stata ricompensata. Pensa soltanto a questo bellissimo premio che la Federazione Internazionale ha voluto darmi! Per me è stata una gioia immensa apprendere di essere stata premiata ‘per i servizi offerti al Gioco’, scoprire che il Tennis prova riconoscenza nei miei confronti”.
- D’altronde, nel corso della tua vita hai fatto tanto anche nel campo della solidarietà, non soltanto per il Tennis…
“Sì, ma la mia attività in favore dell’Associazione per la Ricerca sul Cancro è una forma di riconoscenza verso chi mi ha aiutata a guarire da una malattia così terribile. Quando seppi di essere malata pensavo davvero di morire, e io della morte ho paura. Così, sono più di trent’anni che do il mio piccolo contributo alla lotta contro il cancro”.
- C’è qualcuno, nel tennis di oggi, in cui in qualche misura rivedi te stessa?
“No. Non del tutto, almeno. Confesso un piccolo debole per Maria Sharapova. E’ così bella, solare, dorata, ‘presente’ sul campo. Mi piace anche la Mauresmo. E mi piacciono le nostre ragazze. La Pennetta è una delizia. La Schiavone è così dinamica, così anticonvenzionale, un po’ strana forse, e complicata, comunque notevole”.
- Tu hai vissuto dal di dentro, o comunque da vicino, molte delle epoche del tennis italiano. Sapresti riassumere in poche frasi questo lungo percorso?
“Dobbiamo essere orgogliosi del nostro tennis. Nel corso della sua storia ci ha dato grandissime, bellissime soddisfazioni. Sebbene sia strano che molti dei nostri più celebri campioni – Cucelli, Nicola, io stessa – siano nati all’estero, i talenti non ci sono mai mancati, e uno diverso dall’altro. Pensa alla grinta di Gardini, all’estro ingovernabile di Beppino Merlo, alla baldanza di Panatta. Credo che abbiamo veramente dato al tennis mondiale qualcosa di molto vicino all’arte. Chiaro che ci sono gli alti e i bassi. Adesso stiamo venendo fuori da un periodo difficile piuttosto lungo, in cui fra l’altro il tennis è stato un po’ dimenticato. Non siamo i soli, intendiamoci: pensa agli inglesi, che hanno Wimbledon e un sacco di soldi ma pochissimi giocatori, sia di vertice sia di club.
“La cosa che più mi rende felice è che, sebbene le epoche da me attraversate siano davvero tante, non ho mai avuto dei nemici. Nel tennis italiano mi hanno sempre voluto tutti bene e sono rimasta fuori da ogni polemica, a cominciare da quelle politiche. Dunque mi considero una privilegiata e ho grandissima riconoscenza sia per i dirigenti di oggi che per quelli di ieri. Galgani, per esempio, mi considerava la sua reginetta e oggi, dal canto suo, Binaghi mi consente di avere un ruolo di ambasciatrice cui tengo moltissimo.
“Mi considero fortunata anche per questo: perché il tennis mi ha regalato così tanti cari amici”.
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pericoli, clerici, tommasi
Lunedì, 17 Marzo 2008 alle 11:20

IL DOTTOR DIVAGO

di Giancarlo Baccini
Per arricchire un pochino questo blog, che sempre più spesso risente della mancanza di tempo da dedicargli, ho pensato di riproporre di tanto in tanto qualcuna delle interviste da me realizzate per la rubrica "Io e il tennis", che compare sul mensile federale "SuperTennis". Spero che suscitino un po' di interesse nei visitatori di www.federtennis.it che non hanno avuto occasione di leggerle quando apparvero sul giornale. Per cominciare ho scelto quella che un paio di anni fa mi fu concessa dal grande Gianni Clerici.

PERMETTE? PARADOSSO DIVAGO

Quest’intervista ha rischiato di non essere raccolta. E’ infatti cominciata con una discussione, perché Clerici – Gianni Clerici, proprio lui, il più celebre e acculturato storico-collezionista-narratore della storia del tennis, il testimone oculare di quasi sessant’anni di diritti e di rovesci, l’inventore della poetica dell’autoironia, il Lombroso del tifo sportivo, il più anticonvenzionale telecronista di tutti i tempi, l’ultimo vate della lingua lombardo-ticinese, e via aggettivando – Clerici, dicevo, non riusciva proprio a ricordare l’episodio che secondo me lo descrive meglio di qualsiasi autopsia lessical-comportamentale, e a forza di discutere, con tanto di convocazione di possibili testi a carico o discarico, il tempo se ne fuggiva e non mi riusciva di fargli la prima domanda.
Cominciavo già a disperare quando la situazione, misteriosamente, si sbloccò. D’un colpo, senza alcun motivo – o forse perché sulla scena aveva fatto irruzione Rino Tommasi: chi può dirlo? - Clerici dimenticò la diatriba e mi lasciò libero di interrogarlo (ma non di smettere di interrogarmi su di lui, a dispetto delle risposte che ha dato e dei sette lustri di frequentazioni che ci legano).
- Alla fine, dopo tutti questi anni e tutte queste parole, che cos’è il tennis, per te?
“Una scusa... Un scusa per non esser diventato un grande industriale, come mio padre o mio nonno, oppure un giornalista di un certo rilievo. Una scusa per sentirmi un gigante... Nel tennis non c’è concorrenza. Come dice, il proverbio latino? ‘In regnum monoculi...’”...
- ‘Nel regno dei ciechi beato chi è orbo’?
“Sì. Io nel tennis mi ci sono nascosto. Però, intendiamoci, mi ci sono trovato benissimo! Li vedi questi signori qua? (indica Tommasi e l’amico americano di sempre, Bud Collins, i quali siedono al nostro stesso tavolo - ndr). Posso incontrarli tutti i giorni, mangiarci assieme...”
-Ti sei trovato benissimo perché ti è piaciuto l’ambiente del tennis o perché non sei stato costretto a competere in altri ambienti?
“Tutt’e due le cose. Sai, fondamentalmente io sono un vigliacco. Un vigliacco con infinito coraggio. E quindi sono un ossimoro. Una volta mi hanno domandato come vedevo il mio rapporto con Tommasi. Risposi che anche io e Rino siamo un ossimoro. Non so... Che cosa vorresti sapere, veramente?”.
-Beh, insomma, dimmi alla fin fine che cosa è diventato, ‘sto tennis, per te. I motivi che ti hanno spinto a viverlo così a lungo e così intensamente.
“Ma te l’ho detto!... E’ stato un modo per sfuggire a impegni più seri. Un limbo. E poi, scusa, scrivere di tennis può anche essere il mezzo col quale un povero si guadagna da vivere!”.
-Vuoi dirmi che non ti ha arricchito per niente?
“Mi hanno arricchito i viaggi. Le amicizie. La possibilità di vincere la mia pigrizia. Quando sto in una città per un torneo spesso finisco per andare a vedere una mostra che altrimenti non avrei visto. E insomma, sì, probabilmente il tennis mi ha arricchito”.
-E tutte le vicende umane che hai esplorato e raccontato? Personaggi, campioni, amori...”
“Sì, sì, anche quelle... Non solo nel tennis, eh? Penso allo sci di fondo, per esempio. Però in realtà io sono un giocatore fallito. Sai: il giocatore, quando si mette a giocare, pensa di fare la Coppa Davis, di vincere Wimbledon. Io a Wimbledon ho fatto il primo turno e in Coppa Davis mi hanno messo la sera e levato la mattina. Un certo signore mi fece fuori poche ore dopo la convocazione perché ero già un giovane giornalista e gli scrivevo certe cose che a confronto quello che trent’anni dopo avrei scritto su Galgani sembra un panegirico. (Segue racconto dettagliato che, su preghiera successiva, viene qui tagliato per rispetto nei confronti degli eredi dell’autore di cotanto misfatto. Segue quindi anche una lunga discettazione su che cosa voglia dire mettersi a fare il dirigente sportivo: tagliata anche questa - ndr). Una breve e misera carriera...”
-Insomma, mi stai dicendo che le innumerevoli vite che hai frequentato e vissuto non ti hanno segnato?
“Ma sì, moltissimo. Non prendermi sempre così sul serio... Sai, a me piacciono i paradossi. Io stesso sono un paradosso vivente. Rino mi ha dato un soprannome, ‘il dottor Divago’, ma io potrei anche essere chiamato Paradosso. Ecco, se vuoi darmi un nome e un cognome che mi descrivano devi chiamarmi proprio così: Paradosso di nome e Divago di cognome, Paradosso Divago. Noooo, ma certo che mi han segnato, quelle cose lì. Poi le amicizie, gli amori, nel tennis, grazie al tennis... E’ stata un’altra vita, che ho vissuto al posto di quella vera, nascondendomi dietro a questo paravento. Magari è stato meglio così”.
-Ma se tu dovessi darmi una definizione seria, non paradossale, e allo stesso tempo sintetica del tennis?...
“Denis Lalanne ha scritto sull’Equipe che è ‘una lente d’ingrandimento della vita’. Sebbene pensi che possa essere vero anche il contrario, è una definizione che faccio volentieri mia”.
- C’è qualcosa di particolare, che ricordi nella tua vita col tennis?
“Persone, tante. Alcune di notevole intelligenza. Di cultura. Gil de Kermadec, per esempio”.
-Ma insomma, se ti guardi indietro, te la senti di fare un bilancio? Sei felice oppure no?
“Ma come si fa, a dire una cosa così? Non si può mica sapere... Sei felice se hai fatto felice quelli che ti hanno incontrato nella vita. Questa è la felicità”.
-Ancora oggi giochi a tennis, però.
“Certo, perché i miei bioritmi me lo consentono. Sai, io facevo Yoga quando ancora in Italia non ne aveva sentito parlare nessuno. Lo facevo con un grande maestro che adesso è morto. e così ho smesso. Il tennis può sostituire lo yoga, perché è un’attività psicofisica di grande rilievo. A patto che tu sappia come gestirla. Se vai al club a giocare e ti arrabbi, se cerchi disperatamente di vincere non hai capito niente. Bisogna giocare con religiosa...”
-Ma questo è zen!
“Si, certo, il tennis è un momento zen. Però di recente io ho giocato tantissimo, al punto che adesso neppure il dottor Parra riesce a guarirmi dai miei dolori. Vedi, alla fine due risposte serie te le ho date. A dire la verità, mi rendo conto che non ci ho mai pensato seriamente, a tutte le cose che mi stai chiedendo. Quindi uno alla fine cerca di non prenderle in considerazione, si difende con l’ironia.”
-L’esser diventato anche telecronista ha cambiato un po’ il tuo approccio?
“Divertente, è divertente. Non solo perché alla fine puoi dire di non aver fatto soltanto lo scrittore – come Bassani e Soldati sostenevano che avrei dovuto fare, forse a ragione ma fors’anche a torto – ma perché col microfono hai l’opportunità di combinare qualche bel casino, a patto di riuscire a non diventare ripetitivo. Un po’ come quando scrivo sul giornale. Io ho la fortuna di poter scrivere quello che voglio: non parlo delle partite, a volte non do neppure il risultato. Nessuno mi dice niente e dunque questo piccolo esercizio quotidiano di scrittura può diventare divertente. Invece una telecronaca ti lega di più a quello che succede sul campo. Ma io credo sia gratificante lasciar lo stesso libero sfogo all’invenzione. Sai, ci sono già alcune tesi universitarie sul modo in cui io e Rino facciamo le telecronache. Un modo casuale, occasionale. E’ gratificante accorgerci che alla gente piace. Qui ho firmato tanti di quegli autografi da convincermi che il mio stile rende felice chi mi ascolta. Forse sono un po’ troppo altruista...”
PS – L’episodio che secondo me chiarisce tutto sul conto di Gianni Clerici, quello che lui non ricorda e sul conto del quale abbiamo discusso prima di registrare questa intervista, è accaduto nel 1971. Durante la finale degli Internazionali d’Italia fra Laver e Kodes ci fu una contestazione proprio sotto alla tribuna stampa del Centrale del Foro Italico. Né l’arbitro, né i giudici di linea né i due giocatori riuscivano a mettersi d’accordo su quale fosse il segno lasciato dalla palla. Clerici, che invece aveva visto benissimo, saltò in campo per indicare quello giusto. Era giugno, e lui portava bermuda color kaki, canottiera rossa e cappello da cacciatore bianco con tanto di striscia di leopardo. Eppure tutti si fidarono.
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Giovedì, 6 Dicembre 2007 alle 13:19

AMARCORD (1)

di Giancarlo Baccini
31 anni fa, proprio di questi giorni, un gruppetto di appassionati e di giornalisti italiani – fra i quali il sottoscritto – si apprestava a partire per Santiago del Cile, dove dal 17 al 19 dicembre l’Italia avrebbe disputato la sua terza finalissima di Coppa Davis. Ve ne parlo perché quei giorni li rivivo quotidianamente in quanto nel mio ufficio ho, alle spalle, la riproduzione delle prime pagine della Gazzetta dello Sport (“La Davis è nostra”) e del Corriere dello Sport (“Missione compiuta”) che celebrano la conquista dell’insalatiera, e, dirimpetto, un collage di vecchie foto fra cui una che ritrae Rino Cacioppo della Stampa, Daniele Pariolini del Corriere della Sera, Rino Tommasi e me, in abiti ovviamente estivi, a passeggio per le strade di Santiago già addobbate per l’imminente Natale australe.
Magari vi racconterò un’altra volta qualche squarcio di quell’entusiasmante e per certi versi esilarante trasferta. Qui vorrei invece chiarire bene quale fu il mio (trascurabilissimo) ruolo nelle vicende che precedettero la partenza. Ricostruendo in varie maniere la pubblica diatriba che si innescò sull’opportunità “politica” di andare in Cile per giocare la finalissima di Coppa Davis, Gianni Clerici e altri colleghi hanno infatti avuto l’amabilità di inserirmi fra coloro che assediarono la FIT gridando lo slogan “Non si tirano volées / con il boia Pinochet”. Modo pittoresco di descrivere una realtà che fu diversa nelle forme (lo slogan è frutto esclusivo del talento poetico del mitico Gianni) ma non nella sostanza.
Lo sfondo della diatriba, come probabilmente sapete, era costituito dal fatto che la finalissima si sarebbe giocata nello Stadio Nacional, un impianto sportivo che tre anni prima, quando il generale Pinochet aveva compiuto il suo sanguinoso golpe, era stato utilizzato come campo di concentramento e dove molti oppositori erano stati torturati e uccisi. Quando l’Italia si qualificò, sconfiggendo l’Australia al Foro Italico, si sapeva già che avrebbe dovuto affrontare il Cile di Pinochet che in finale ci era arrivato senza giocare perché l’URSS si era rifiutata di icnontrarlo in semifnale. Quindi il caso era già politicamente bollente.
Prima di procedere nel racconto mi permetto di ricordare che quelli furono gli anni più turbolenti dei rapporti sportivi internazionali, anni in cui la ragion di Stato fece definitivamente strame dell’autonomia dei Comitati Olimpici e delle Federazioni, tramutando i grandi appuntamenti mondiali dello sport in occasioni di propaganda politica. Pochi mesi prima della finale di Coppa Davis, per esempio, i Paesi africani avevano boicottato le Olimpiadi di Montreal perché il CIO aveva ammesso la Nuova Zelanda, rea, pensate un po’, di aver giocato a rugby contro il Sudafrica razzista. Poi sarebbero venuti il boicottaggio occidentale dei Giochi Olimpici di Mosca 1980 e quello del blocco comunista dei Giochi di Los Angeles 1984.
Sono cose che a dirle adesso fanno ridere – anzi, fanno pure un po’ senso – ma che allora tutti prendevano terribilmente sul serio.
Così, il giorno dopo la vittoria azzurra su Newcombe e soci, durante la riunione del mattino al mio giornale, “Il Messaggero”, divampò subito il dibattito “Cile sì – Cile no”. Io avevo trent’anni e in me confliggevano la cultura dell’uomo di sport e quella del giovane figlio dei tempi. Pensavo che si dovesse giocare ma che non fosse eticamente accettabile farlo in un posto che grondava sangue. E poi non mi andava giù il fatto che l’argomento preferito dai favorevoli al viaggio fosse il classico “sport e politica vanno tenuti distinti”, quando tutti sanno che da quasi tre millenni è vero il contrario.
“Il Messaggero” dell’epoca era un quotidiano che con orgoglio si definiva “laico, democratico e antifascista”. Due anni prima, di fronte al pericolo che il giornale passasse in mano a un editore di destra vicino al Vaticano, la redazione aveva fatto 17 giorni consecutivi di sciopero, interrompendolo soltanto in occasione del referendum sul divorzio per pubblicare una prima pagina che – incentrata su un gigantesco “NO” – avrebbe cambiato il modo di fare informazione in Italia. La spuntammo: poco tempo dopo i vecchi proprietari ci cedettero alla Montedison, allora controllata dal Partito Socialista Italiano. Era pertanto inevitabile che nel ’76 stessimo da una parte anziché dall’altra.
Così finì che decidemmo di schierarci contro il viaggio in Cile e io scrissi un pezzo in cui spiegavo che c’erano soltanto tre categorie di persone che sostenevano la necessità di tenere separati sport e politica: “i cretini, gli ipocriti e i fascisti”.
Seguirono polemiche, dibattiti, proclami e pubbliche battaglie. L’assalto alla FIT ci fu (se non ricordo male l’iniziativa venne dal defunto PdUP, il Partito di Unità Proletaria) e si concluse con l’esposizione della bandiera cubana dalle finestre, ma non è vero che io vi presi parte: ero lì come giornalista e rimasi per strada. In compenso, sul “Guerin Sportivo” Italo Cucci mi dedicò un pezzo in cui mi definì “cretinetto polisportivo”.
Fu in sostanza una di quelle colossali sceneggiate all’italiana durante le quali – come avrei appreso con l’esperienza – tutti si sentono obbligati a recitare con gran foga il ruolo che gli è stato attribuito senza curarsi veramente del risultato finale. L’importante, qui da noi, è apparire. L’unico che si battè per un obiettivo reale fu capitan Nicola Pietrangeli, che in Cile voleva naturalmente andarci, e alla fine, com’era logico e giusto, la spuntò lui. Il governo Andreotti non si mise di traverso e noi del tennis partimmo in tromba, me compreso, col volo “low cost” organizzato da Puli Bonomi, un uomo al quale il tennis italiano deve sicuramente qualcosa.
1 – continua
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