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Lunedì, 21 Aprile 2008 alle 18:46

GALEAZZI, LA VOCE DELLA RACCHETTA

di Giancarlo Baccini
Intervista a Giampiero Galeazzi, da "SuperTennis" del giugno 2005

di Giancarlo Baccini

Giampiero Galeazzi voga verso i sessanta con la prorompente vitalità di sempre. Da 35 anni racconta lo sport con lo stesso mix di competenza e tifo, di goliardica baldanza e sensibilità umana, di humour e passione. Certe sue telecronache olimpiche sono entrate nella leggenda della televisione, e anche se oggi la nuova Rai persiste autolesionisticamente nell’affidargli ruoli da intrattenitore più che da giornalista, la sua popolarità non ne è scalfita, anzi. Non c’è emittente radiofonica che non punti sulle prodezze lessicali di un qualche suo imitatore, tanto da darti l’impressione che non ci siano più che un’unica stazione e un’unica voce, la sua. Essere imitati è una consacrazione.
Galeazzi è stato il testimone televisivo degli anni d’oro del tennis italiano. Una storia cominciata quasi per caso.
“Appena laureato tutto volevo fare meno che il giornalista. – racconta - Anzi, io i giornalisti li odiavo. Facevo canottaggio, e quando ascoltavo qualche telecronaca l’incompetenza era tale da farmi provare umiliazione. Però, come spesso succede nella vita, poi è andata a finire che ho fatto il giornalista. Dice: perché? Perché all’epoca collaboravo un po’ con il giornaletto federale, solo allo scopo di far circolare le informazioni nel nostro ambiente, e fui chiamato dal Giornale Radio regionale del Lazio per portargli i risultati di canottaggio delle gare che si facevano qui vicino a Roma, a Castelgandolfo. Sai, di canottaggio a quell’epoca nessuno sapeva niente... Così cominciai a frequentare la redazione della Rai, che stava a Via del Babuino, e rimasi folgorato da mostri quali Ciotti, Ameri, Moretti, gente che ti faceva venire i brividi per come padroneggiava il microfono. E, a dispetto dei miei progetti e di quelli di mio padre, che mi organizzava colloqui al Banco di Napoli, al Banco di Sicilia e via dicendo, finii per diventare il loro ragazzo di bottega ”.
- E il canottaggio?
“Beh, successe che, dopo aver vinto qualche titolo italiano e il Mondiale juniores di singolo, dopo aver fatto parte della squadra olimpica per Mexico ’68 ed essere stato inserito in quella per Monaco ’72, fui squalificato. Mi punirono perché mentre ero in preparazione, per 200.000 lire al mese mi misi a giocare a pallone a Maccarese, in un campionato dove c’erano avanzi di galera e ex calciatori tagliagole, e uno di questi angioletti mi ruppe un ginocchio, facendomi perdere i mondiali in programma dopo pochi giorni in Canada e mandando in fumo l’investimento che era stato fatto su di me. Lì praticamente finì la mia carriera agonistica e cominciò quella giornalistica. Moretti cominciò a portarmisi dietro in occasione dei grandi avvenimenti, e intanto scribacchiavo sui giornali. Sul ‘Messaggero’, per esempio, facevo una rubrica - ‘La vita dei Circoli romani’ - che fu la prima di questo tipo mai apparsa su un quotidiano. Credo che tu, che la inventasti, te lo ricordi bene...”.
-Mi ricordo di altre cose, che abbiamo fatto insieme al “Messaggero”...
“Eh, sì!... Le Olimpiadi. La rubrica ‘Il microfono di Galeazzi’. E poi, quando ero ormai da tempo in tv, lo scoop sul silenzio stampa degli azzurri ai Mondiali di calcio del 1982”.
-Ma il passaggio alla televisione come avvenne?
“Guarda, alla radio guai a chi mi toccava, perché da bravo ragazzo di bottega stavo sempre lì dentro, dalle 8 alle 8, e insieme a Duccio Guida lavoravo per tutti senza parlare né di soldi né di orari. Mi piaceva. Nel 1976, però, arriva la riforma della Rai. TG1 e TG2 vengono sdoppiati e tutti quelli che facevano sport decidono di andare al TG2 con Maurizio Barendson. Al TG1, invece, il direttore era Emilio Rossi, che di tutto si intendeva e interessava tranne che di sport. Rossi non voleva mai pezzi di sport, proprio come ‘La Repubblica’, che quando uscì non aveva neppure l’edizione del lunedì. Di sportivi aveva con sé solo Tito Stagno, che però stava sempre a Cortina a prendere il sole, e Sandro Petrucci. Prese pure Paolo Rosi, che però era telecronista e si rifiutava di lavorare in redazione. Insomma, serviva una ragazzo di bottega pure lì e Rossi, che mi aveva conosciuto al GR2, a un certo punto mi fa chiamare da una segretaria che mi dice: ‘Lei da domattina è in servizio al TG1’. ‘Guardi che domattina alle 6 io devo fare il giornale radio’, rispondo io. Allora la segretaria mi passa il direttore, e lui si mette a sbraitare, picchiando il pugno sul tavolo. Rossi era potente: il giorno dopo stavo al TG1. I colleghi della radio ci misero qualche tempo, a perdonarmi: sai, a quell’epoca i televisivi giravano con due automobili a testa e i radiofonici in bicicletta... E invece non è che io, lì, mi divertissi troppo. Niente macchina né bicicletta, e oltretutto facevo venti pezzi al giorno ma in onda non ne mandavano mai uno. Niente. Sul nostro tiggì lo sport era tabù. Ci volevano pesanti interventi dei commandos laziali o romanisti interni per far sì che ogni tanto si parlasse di calcio. In compenso c’era la ‘Domenica Sportiva’, che all’epoca andava ancora forte, e Tito Stagno, che la curava, mi lanciò come inviato. Andavo in giro col cappellone, ti ricordi? Ed ebbi modo di lavorare con maestri come Beppe Viola…”.
-Di tennis si occupava Guido Oddo, no? Era lui il telecronista del boom del tennis italiano.
“Sì, certo. Grande Guido… Quando veniva a Roma per gli Internazionali faceva subito l’abbonamento a qualche stabilimento balneare di Fregene, in modo da avere sempre una sdraio pronta sulla spiaggia. Se ne stava ad abbronzarsi dalle 9 alle 13, quand’era ora di venire a fare le telecronache. Amava il Foro Italico perché così vicino a Fregene e perché tanto, nella buca del Centrale, c’ero io a coprirlo sia quando lui prendeva il sole qualche minuto in più sia quando il sole calava sulle statue del Centrale e lui cominciava a essere stanco. Un gran signore, Guido. La mia carriera di voce del tennis lo devo tutta a lui”.
- Con Oddo veniste anche in Cile, quando vincemmo la Davis… O mi ricordo male?
“No, no. Non venimmo. Ce lo proibirono. Ti ricordi il casino per via di Pinochet, no? La telecronaca la facemmo via tubo, da Roma. Anzi, dovevamo registrarla per farla in differita. Solo che il sabato, quando il doppio azzurro fece il punto della vittoria, Guido fu tradito dall’emozione. Guardando in bassa frequenza Nicola che piangeva, Panatta mezzo svenuto e tutti quella gente che zompava di gioia non ce la fece a trattenersi e rivelò il trionfo in diretta con un paio d’ore di anticipo”.
-Così cominciò la tua lunga avventura…
“Sì, la conquista della Coppa proiettò il tennis nel paradiso della televisione. Prima, a parte la Davis e gli Internazionali, la Rai non faceva altro. Quando Panatta vinse Parigi mica c’era la diretta. Ma poi… Guido andò in pensione nell’81, dopo Wimbledon. Sono sicuro di essere stato il telecronista italiano con più ore di diretta sul groppone. Commentavo per sette-otto ore di seguito, giorni e giorni di seguito. E senza alcuna spalla, perché allora non usava. Ma ho avuto la fortuna di vivere dal di dentro quell’epoca fantastica. Gli italiani, Borg, McEnroe. Anni e anni in trincea: il tennis ha segnato più di qualsiasi altro sport la mia vita professionale, contribuendo a creare quello che ancora oggi è il mio personaggio. Caldo, emotivo, partecipe dell’evento che racconta, nel bene e nel male. Le lodi più belle per quell’epoca le ricevo adesso, dai quarantenni. Mi dicono: ‘Ma lo sai che la tua voce ha accompagnato la mia adolescenza? Tornavo da scuola, accendevo la televisione, e c’eri tu. Mi mettevo a studiare e quando riaccendevo c’eri ancora tu. Andavo a fare sport e quando tornavo eri sempre lì’.
“Certo, era un’altra tv. Ma la forza del tennis italiano era tale da permettere alla Davis di rompere i palinsesti, di incunearsi nei telegiornali, di prendersi i titoli d’apertura. Oggi non sarebbe più possibile. C’è la concorrenza e il palinsesto è ferreo. Però se i nostri arrivassero alle fasi finali dei tornei del Grande Slam, o facessimo una semifinale di Davis con gli Usa, sono convinto che il tennis farebbe di nuovo un gran botto anche in tv. E non basterebbe l’Olimpico per contenere tutta la gente che vorrebbe venire. La passione per il nostro sport è sempre lì: cova sotto la cenere. C’è solo bisogno di chi ci butti sopra un po’ di legna ”.
- La tua passionalità non andò esente da critiche…
“Eh, vabbè!!! E che devi fa’, in Coppa Davis? Il tifo per gli avversari? E’ logico che uno si scalda, no? Però con me la critica è sempre stata più tenera che con Guido Oddo. A lui, che pure era un telecronista di vecchio stampo, perciò il più possibile cauto e formale, non ne perdonavano una. Con me erano più indulgenti”.
- Prima di diventare telecronista il tennis lo conoscevi già bene per motivi di circolo, no?
“Certo. Oltre che esserne stato atleta, io del Circolo Canottieri Roma sono socio dalla notte dei tempi. E Canottieri Roma vuole dire Nicola Pietrangeli, Carlo della Vida, Scribani, Jacobini. Gente che ha fatto la Coppa Davis. Piccari. Tommasi. Olivieri. Più tardi Orecchio. I Bartoni. C’era più tradizione tennistica che remiera. Durante gli Internazionali venivano tutti qua, ad allenarsi. Il tennis, insomma, ce l’avevo nel sangue. Giocavo, anche. Da nc ho fatto la Coppa Italia e la Facchinetti. A naso si direbbe che tennis e canottaggio sono due sport che più diversi non si può, uno muscolare e l’altro raffinato, e invece no, ti giuro che certe volte ho visto la Madonna sulla terra rossa così come la vedevo sull’acqua. Poi magari scendevo le scalette che portano giù al fiume, sul galleggiante, e andavo lo stesso in barca”.
-Tu hai visto e giudicato quasi tutti gli sport del mondo, praticandone parecchi. Che cos’è che contraddistingue il tennis dagli altri?
“Guarda, il tennis ho avuto la fortuna di frequentarlo da vicino ai tempi dei grandissimi campioni degli anni 60 proprio qui al circolo. C’erano volte che venivano ad allenarsi gli australiani. Mi ricordo Laver ed Emerson che sotto il sole più cocente passavano ore e ore a bombardare col servizio dei cartoni di palle messi dall’altra parte della rete come bersagli. E intanto Nicola, qui, giocava a peppa fin verso le sette di sera e poi scendeva a palleggiare con il fresco. Lì cominciai a capire che il tennis non era uno sport per fighette. Poi, viaggiando e tastando con mano, ne ebbi la conferma ai quattro angoli del mondo. Il tennis non è un gioco. E’ una disciplina dura per il cervello e per il corpo.
“Credo che anche in Italia si sarebbe potuta affermare una cultura ‘all’australiana’, ma purtroppo il boom del tennis degli anni ’70 da noi fu sfruttato a fini speculativi e non sportivi. Si preferiva stipare i ragazzini in campo a pagamento anziché dedicarsi a farli crescere davvero. Chi avrebbe dovuto fare formazione si trasformò in industriale, mentre le società sportive, i circoli, si riempivano di quarantenni e toglievano i campi ai bambini. E’ allora che abbiamo perso il treno, permettendo che il solco che separava i quattro vincitori della Davis dal resto degli italiani si allargasse proprio nel momento in cui il tennis era diventato uno sport popolare. La passione che ribolliva sugli spalti del Foro Italico, dove si affollavano tifosi così accesi da far impallidire quelli del calcio, non fu mai canalizzata nella giusta direzione. Vero, non c’era un pubblico ‘wimbledoniano’, come avrebbero voluto Clerici e Tommasi, però c’era gente che magari non mangiava pur di comprarsi il biglietto. Energia pura che è andata dispersa”.
-Fra gli azzurri di oggi chi preferisci? Che ne pensi di Volandri? A chi lo paragoneresti, fra i tennisti italiani dei tempi tuoi?
“E’ molto up-and-down. Certe volte ti esalta e certe ti deprime. Mi piace, ma un po’ mi manda ai pazzi, come diciamo a Roma. Mi ricorda il soldatino Barazzutti, il cui tennis era tutto disciplina e sudore”.
-Starace?
“Grande carattere. Però quanto a tennis ha ancora dei buchi neri. E’ il carattere che gli permette di vincere a dispetto di quei buchi. In questo mi ricorda Ocleppo”.
-E le ragazze? Nessuno ne parla mai…
“Fantastiche. Lavorano in silenzio e fanno grandi risultati. Però bisogna prendere atto che la Fed Cup non è la Davis. La Davis è uguale da più di cent’anni. La Fed Cup e molto più giovane e cionostante l’hanno già cambiata mille volte. E’ questo, il loro problema”.
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galeazzi, coppa davis, fed cup
Martedì, 25 Settembre 2007 alle 17:15

BISTECCONE COLPISCE ANCORA

di Giancarlo Baccini
Mitica intervista del grande Giancarlo Dotto al grandissimo Giampiero Galeazzi su "La Stampa", un duetto da 60 60 a chi non sa godersi lo sport. E' lunga ma va letta per intero.

«Il mio canto del cigno saranno i mondiali di calcio del 2010 in Sudafrica, morirò con Nelson Mandela». L'ambizioso programma ha la voce inconfondibile di Giampiero Galeazzi, appena ammorbidita dai languori che salgono dal presentimento della cena. Incastrato nella sua poltrona di vimini il Bisteccone al tramonto è un'immagine lirica che infonde pace.

Gli siedi accanto e senti di volergli bene, a questo smisurato omone, ostaggio di un mondo che ha solo sapori. Il Canottieri Roma, storico circolo sulle sponde del Tevere, è la sua seconda casa da sempre. «E' la mia infanzia. So' cresciuto a remi e racchette, mio padre era un allenatore di canottaggio, vedevo giocare a tennis Nicola Pietrangeli, ho visto passare di qua tutto il generone romano. Professionisti, commercianti, nullafacenti, ricchi veri e ricchi immaginari».

Si fa lobby nei circoli?
«Appena me so’ laureato ho pensato: mo' me sistemo, e invece niente. Come laureato in statistica non me filava nessuno. Più che lobby se faceva cazzeggio».

Da ricercatore statistico a giornalista.
«Dovevo andare alla Doxa, invece finii alla Fiat, a Torino, come atleta. Qualche mese, poi er ghiaccio, er gelo, scappai a Roma. Me volevano mannà in Sudamerica. Me sarvò che i tupamaros ammazzarono dodici dirigenti della Fiat. Lo dissi a mia madre: vedi che succede da quelle parti? E così rimasi a Roma a fa' er vitellone».

Eri uno smilzo talento con i remi.
«Campione del mondo junior, olimpionico in Messico nel '68. Cinque vittorie negli assoluti. Dovevo prende le medicine pe' ingrassa'. 1 e 93 per 90 chili. Ero trasparente».

Beh, proprio trasparente…
«Mo' so due anni che so' stazionario, tra i 160 e i 162. M'hanno rovinato dieci anni di “Domenica In”. Magnavo la sera e non venivo più al circolo a fare la partitella. Me so' ritrovato in poco tempo addosso un set de valigie de 50 chili».

T'ha rovinato Mara Venier.
«Glielo dico sempre a Mara. Però m'ha completato professionalmente. Ballando e intervistando, stando accanto ai personaggi più vari ho imparato a comunicare. Se stai tutta la vita a parlare col centravanti della Roma o il terzino della Cremonese, resti limitato».

Come ti convinsero a entrare nel circo?
«Uscivo la sera con Mara Venier e Renzo Arbore all'epoca dei mondiali in America. Facevamo il giro delle buche jazz di New York. Ogni sera se cambiava buca, Arbore sentiva la musica, io magnavo e parlavo con Mara, le bistecche più grosse, la birra più buona. Un giorno, attraversando una strada in mezzo al traffico, Mara me fa senza giri di parole: “Faresti Domenica In con me?”».

All'epoca presentavi «Novantesimo Minuto».
«Pensai che sta paracula de Mara se voleva impossessa' dei dieci milioni di spettatori di Novantesimo. Presi tempo. Due giorni dopo me chiama Brando Giordani, direttore di rete. “Qui c'è 'na bionda che te vole a tutti i costi”. Era Mara. “Le ho presentato una lista de Hollywood ma vole solo te, che devo fa Bistecco'”?».

Fu subito trionfo di ascolti.
«I duetti con Mara erano naturali. Niente testo. Guai a damme un testo a me, io non so’ attore. Facevo er 40 de share con la scena del letto».

La scena del letto?
«Me presentavo con la valigia, ballavo e me dimenavo. Partiva la sigla de Novantesimo e stavo già da Mara che m'aspettava sul letto, tipo Fregoli. “Che m'hai portato oggi?”. “Ecco qua bella bisteccona mia” e dalla valigia uscivano salami e reggipetti. Un successo clamoroso. Acchiappavo tutti, ero una bomba a mano. All'italiano je tocchi er letto…».

Reazioni in famiglia?
«I figli non mi salutavano più. Specie il maschio, Gianluca. “Ma papà sei un grande giornalista sportivo, a scuola me prendono in giro”. Andai da Brando Giordani. “Non me la sento di continuare, me pijano tutti per culo”. “Un giornalista televisivo deve essere a 360 gradi”. Mi convinse a continuare».

Hai una figlia molto bella
«Anche troppo pe fa' la giornalista. Susanna lavora a Canale 5 e da me ha preso la grinta. Per quattro anni a Sky se sveijava alle sei de’ mattina, le hanno fatto un mazzo tale».

I colleghi della redazione sportiva?
«Non mi hanno mai amato. Ero al centro delle invidie totali. Quando ho finito Novantesimo non c'avevo più una sedia, un grado, niente, tabula rasa».

Il più ostile?
«Marino Bartoletti mi dichiarò guerra. Prese Mara a brutte parole. “Non finisce qui!”, col ditino alzato. Finale, cacciarono via Bartoletti. E' dal '70 che sto sempre sur bidone della benzina, arrivi tu nel '96 e me rompi i cojioni. E namo…».

Dovevi andare all'«Isola dei famosi».
«L'avevano già annunciato a Cannes. Poi presero quello magro, come se chiama, Bisio, Brosio… Me chiamò un amico regista: “Guarda che la nuova locazione è un'isola in mezzo al mare, te devi arza’ alle quattro per fare lo speech, un'ora de barca, se il mare se arza soffri l'iradiddio”. Ho fatto uno più uno e non ce so' andato. Dovevo sta' a stecchetto in mezzo al mare».

La segui questa nuova edizione?
«Ho visto che Cecchi Paone ha fatto subito il numero da isterica».

La più grossa abboffata della vita?
«Non sono mai stato un grande mangione».

Colpo di scena. A Casa Italia durante le Olimpiadi i cuochi dovevano blindare le dispense.
«Dovevo fa' i collegamenti, il cameriere era lento, allora andavo direttamente alla fonte. Me pijavo tre, quattro piatti pe' avvantagiamme».

Le tue telecronache viscerali sono da culto: tutto il corpo che partecipa, cuore, fegato, budella, polmoni.
«Quando vedo una barca italiana, me sento là dentro. M'hanno istruito a dare le sensazioni. Non me tengo niente. Sono l'ultimo della grande generazione di telecronisti. Paolo Rosi, il più moderno degli antichi, l'eleganza di Giubilo nell'ippica, il ritmo di Adriano Dezan, i tempi televisivi di Nando Martellini. Di quelli di oggi c'è Fabio Caressa, un po' troppo colorato, però la sensazione me la dà».

La telecronaca da manuale del Galeazzi.
«Quella dei fratelloni Abbagnale del'88 a Seul. In quei casi anch'io sto a rema', arrivo col fiatone. Gli ultimi 500 metri me li faccio in piedi, non guardo più il monitor, guardo solo er bacino».

Una volta hai detto: «questo rovescio di Lendl è una bomba al nepal».
«Un'altra volta me scappò “roulotte russa”, ma sai che per anni ho trasmesso otto ore di tennis al giorno. E' che 'sta voce gira dal '72».

Strangolavi i giocatori a fine partita nella tua morsa.
«Mi feci chiudere dal guardiano dentro gli spogliatoi il giorno dello scudetto del Napoli. C'erano ducentocinquanta televisioni, me ritrovai solo con tutta la squadra in mutande. Il colpo di genio fu far fare a Maradona le interviste ai compagni».

Eri il preferito di Maradona.
«Andavamo nei locali come lupi mannari, io, lui e Carnevale. Diego parcheggiava il Testanera addosso al muro come fosse un motorino. Le più brutte donne di Napoli erano le sue. Gli piacevano quelle alla Botero. A me invece piacciono le americane Wasp, tipo Nicole Kidman, quel bianco lì. La mora, la creola non mi richiamano l'istinto».

Mai scatenato come quando vinse lo scudetto la Lazio.
«Mollai la diretta della finale di tennis al Foro Italico, quando me dissero dello scudetto. L'ultimo game andò in silenzio. Me precipitai di corsa allo stadio con un microfono in pugno. Il primo che acchiappai fu un frate».

Prezzolini diceva che essere grassi è mancanza di educazione.
«Io non mi sento un obeso. Me lo ricordano gli altri. Me ne accorgo quando m'arzo a fatica o devo prende' un treno in corsa. Le scale le affronto come la mangusta affronta un serpente. Uno che come me ha fatto l'atleta, che da giovane era l'ira de Giove, non pensa d'ingrassare».

La dieta più feroce?
«Mai fatte veramente. Per vent'anni ho magnato riso e filetto, se crea un metabolismo che appena cambi esplodi. Mia moglie magna più de me ed è magra. Non rinuncio a pane e frutta, quanto di peggio per la glicemia».

Nicola Savino fa scompisciare con le tue imitazioni.
«E' diventato miliardario. Ha messo il santino con la mio foto in camera da letto. Me ringrazia tre volte ar giorno. Certe volte, quando l'ascolto, me piego anch'io dalle risate».
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galeazzi, televisione
Venerdì, 14 Settembre 2007 alle 14:20

FORTUNE E SFORTUNE

di Giancarlo Baccini
Chissà perché (correzione: io so perché, ma non lo dico), noi del clan azzurro eravamo convinti che il sorteggio del tabellone della Fed Cup 2008 ci avrebbe costretti ad andare in Cina. Diciamo che la sequenza di sorteggi sfigati da cui uscivamo, tra Fed e Davis, era talmente lunga da averci convinti che lassù nessuno ci ama e che, dunque, essa si sarebbe inevitabilmente allungata. Quando la successione delle estrazioni aveva fatto salire al 50 per 100 la probabilità di beccare proprio le cinesi avevamo già perso ogni speranza, ed è per questo che la panchina azzurra è esplosa di tripudio quando invece in Cina ci sono finite le francesi e a noi è rimasta la Spagna. L’unico pericolo è che il ruolo di favoriti finisca per giocarci qualche brutto scherzo, ma in linea di massima possiamo azzardarci a pensare già alle semifinali e a sentirci sicuri di restare nel World Group anche nel 2009.
A essere incontentabili si poteva sperare addirittura in qualcosa di meglio, perché se il sorteggio per determinare la posizione in tabellone delle teste di serie numero 3 e 4 fosse andato diversamente avremmo avuto la possibilità di ospitare sul patrio suolo, alla vigilia degli Internazionali BNL d’Italia, gli Stati Uniti delle sorelle Williams, con tutto quel che ne sarebbe conseguito non tanto dal punto di vista tecnico (con le sorelline sulla terra ce la giocheremmo più o meno alla pari) quanto da quello della promozione del tennis in generale e delle nostre impagabili ragazze in particolare.

* * *

A Mosca le azzurre non saranno sole. A tifare per loro ci saranno un’ottantina di persone venute dall’Italia e organizzate alla perfezione per fare più casino possibile. I tifosi indosseranno una maglia azzurra-souvenir appositamente realizzata e saranno guidati da un trombettiere, che darà loro la carica. Aggiungeteci il drappello-record di inviati al seguito di Barazzutti e delle sue ragazze (19) e vi renderete conto di quanto bene questo manipolo di eroine abbia fatto al nostro tennis e allo sport femminile italiano in generale. Un’attenzione così forte per una sfida il cui esito sembrerebbe scritto in partenza è la testimonianza di un rapporto con la gente che è ormai diventato diretto e non patisce più le nefaste influenze di quei mediatori che non perdono occasione per denigrare i giocatori italiani. Pensate che Tommasi ripete da un anno che nel 2006 abbiamo vinto la Fed Cup perché siamo stati fortunati (come no? fortunati a battere fuori casa tre squadre, due delle quali forti della giocatrice numero 1 del mondo in quel momento…) e che, non pago, oggi è riuscito a scrivere che: a) se siamo qui lo dobbiamo al fatto che in semifinale la Francia non ha convocato la Bartoli; b) che la Russia ci ha fatto il favore di chiamare la Chakvetadze (n. 5 WTA) anziché la Sharapova (n. 4)…

* * *

La Rai dedicherà a questa finale due giorni di diretta integrale sul satellite e un’ampia finestra in chiaro su Rai3. Sempre che il povero Bisteccone Galeazzi ce la faccia a salire sulla piccionaia dove i russi hanno impietosamente posizionato la sua postazione.
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