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La parola ai tesserati

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Domenica, 3 Marzo 2019 alle 08:11

TESSERA FIT

di Ernesto Romeo
Buona domenica, innanzitutto volevo ringraziarVi per aver sbloccato il mio account, disguido legato evidentemente a problemi tecnici, e volevo segnalare che dal 2018 a tutt'oggi non ho mai ricevuto, tramite il Circolo da me fraquentato AS Mediterraneo, la tessera FIT.
E' possibile?
In attesa di riscontro,Cordiali saluti
Erromeo
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youzhny, il talento sprecato, ancora pronostici
Mercoledì, 10 Giugno 2015 alle 01:13

SQUALIFICA PERCHÈ NON GIOCO AL MIO LIVELLO

di Alessandro Zimerle
durante una partita iniziata alle 23 dopo 1 e 30 di attesa in cui nessuno ha fatto polemica verso le 00.40 il giudice arbitro mi squalifica motivando la sua scelta con questa frase "sei squalificato dal torneo perchè nn stai giocando secondo le tue possibilità". Premetto che mi aveva "minacciato" che se avessi ancora alzato una palla avrebbe preso questo provvedimento. a questo punto gli chiedo l'articolo del regolamento che prevede questa sanzione ma nn ho avuto risposta. Qualcuno mi può aiutare a trovarlo grazie....
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youzhny, il talento sprecato, ancora pronostici
Mercoledì, 6 Novembre 2013 alle 18:52

CLASSIFICA HELP ME...

di Ludwig Berruquier
Buonasera a tutti... Se io a metà anno sono passato 4.1 (da 4.3).. le partite fatte prima del passaggio di metà anno vengono considerate anche per il cambi di classifica di fine anno?? Poi un altra domanda... se io ho battuto un 3.5 a giugno, quando non erano ancora uscite le classifiche di metà anno ma il torneo non valeva più per le classifiche vecchie... e il tipo e diventato 3.4.. Mi da i punti da 3.4 o da 3.5?? e l'ultima domanda il metodo di simulazione(delle classifiche) qua su internet è affidabile?
Grazie.
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classifiche.
Sabato, 1 Dicembre 2012 alle 16:05

ANTEPRIMA CLASSIFICHE

di Angelo Mancuso
Si comunica che in data odierna sono state spedite le anteprime delle classifiche agli utenti rtegistrati MyFit.

Per un errore tecnico, alcuni messaggi sono stati inviati con la classifica dell'anno passato, stiamo provvedendo al nuovo invio.

Confermiamo la pubblicazione sul portale delle classifiche ufficiali lunedi 3/12.

Ufficio Organizzativo
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classifiche, anteprima
Mercoledì, 26 Settembre 2012 alle 10:51

PUC INIZIATIVA DA PROMUOVERE

di Sauro Pellerucci
Trovo molto positiva (finalmente!) la volontà di pubblicare in un unico ambiente comune i tornei ed i risultati degli stessi.

Positiva per la trasparenza e soprattutto per una maggiore capacità attrattiva nei confronti dei partecipanti ai vari tornei (semi professionistici o dilettantistici) si svolgono nei nostri amati circoli di tennis.

Cosa ne pensate?
La FIT dovrebbe oltre che incoraggiare, obbligare i circoli e le federazioni regionali ad adottare tale metodo?

W il futuro!
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puc trasparenza accessibilità
Domenica, 8 Aprile 2012 alle 10:56

CLASSIFICHE

di Gianluca Rossino
Salve, volevo sapere da 4.4 quanti punti servirebbero per passare di categoria,
per arrivare 4.3 e magari 4.2? Non ho ben capito come funziona il passaggio eventuale di metà anno e come si calcolano successivamente i punti.
Grazie
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classifiche, promozioni, rossino
Domenica, 23 Ottobre 2011 alle 11:03

LA RESPONSABILITÀ DEI CIRCOLI TENNIS PER I TORNEI

di Mario Riccio
Con la recente sentenza della Corte di Cassazione, Sez. III, 13/07/2011, n. 15394, è stata delineata la responsabilità degli enti sportivi (già accertata sotto altro profilo da Cass. 85/03) anche per l'organizzazione dei tornei dilettantistici).
Infatti, gli enti sportivi sono tenuti a tutelare la salute degli atleti anche attraverso la prevenzione di eventi pregiudizievoli per la loro integrità psicofisica, essendo peraltro responsabili, in base all'art. 2049 c.c. e art. 32 Cost., dell'operato dei propri medici.
Nel caso sottoposto al sindacato della Suprema Corte, è stata dichiarata la responsabilità dell'ente sportivo per la morte di un atleta, colto da malore, mentre partecipava ad un torneo dilettantistico di calcio, in quanto l'Ente organizzatore non aveva imposto specificamente l'obbligo di visita medica o quantomeno chiesto idonea ed adeguata certificazione medica ai fini della partecipazione a detto torneo.
In ambito tennistico, la FIT impone, per il rilascio della tessera cd. "agonistica" (necessaria per la partecipazione anche ai tornei NC e di 4a cat.), che gli atleti si sottopongano a visita medica, ad esame completo delle urine, ad elettrocardiogramma a riposo e sotto sforzo nonché a spirografia, come da DM 18/02/1982 in tema di "tutela sanitaria dell'attività sportiva agonistica".
Ne consegue che il rilascio della tessera agonistica al tennista che non abbia dato dimostrazione del superamento dei predetti accertamenti medici, ovvero l'accettazione ai tornei di soggetti che non siano in possesso della predetta tessera (che presuppone l'idoneità sanitaria), comporta la responsabilità dell'Ente o anche del circolo inadempiente.
Ma come deve comportarsi il Circolo tennis in caso di organizzazione di un torneo cd. "sociale" (intra-circolo)? Deve pretendere anche qui l'idoneità sanitaria?
In un passaggio della predetta sentenza, la Corte ha statuito che "Non può infatti non ritenersi agonistico un torneo sportivo fondato sulla gara e sulla competizione tra i partecipanti (...), tale da implicare un maggior impegno psicofisico ai fini del "prevalere" di una squadra su un'altra.".
Tale definizione giurisprudenziale appare potersi adattare anche ai cd. tornei sociali (intra-circolo), ancorché gli stessi circoli (auto)definiscano espressamente i medesimi quali tornei non-agonistici.
Ad ogni modo, atteso peraltro che la prova dell'eventuale carattere non-agonistico del torneo sociale incombe sul circolo organizzatore, a fini precauzionali, appare consigliabile, per i CT organizzatori, pretendere anche dai tennisti che intendano partecipare ai tornei sociali gli accertamenti sanitari di cui al DM 18/02/1982.
Avv. Mario Riccio *
* Cassazionista, socio CT Albinea (RE)
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circoli - responsabilità - cassazione - tornei - riccio
Lunedì, 20 Giugno 2011 alle 10:55

CALCOLO CLASSIFICA E COEFFICIENTE VITTORIE

di Valerio Marconi
Salve, vorrei tornare su un punto saliente/importante ma mai del tutto chiaro... il Calcolo della classifica e del coefficiente vittorie/sconfitte che attribuisce +1/2/3 fino +5 incontri in base alle vittorie/sconfitte dell'anno. La domanda è... a fine anno tutti i punteggi verranno RICALCOLATI dal computerone della FIT in base alle classifiche conseguite da chi hai incontrato? Esempio vero... se io ho incontrato un NC che diventa 4.1 ... la mia vittoria varrà come se avessi battuto un 4.1 a fine anno per il calcolo della mia nuova classifica? Allo stesso modo... se io perdo con un NC che diventa poi 4.1 e ci perdoo con la mia attuale classifica di 4.2... se viene calcolato come NC... nel fattore vittorie/sconfitte mi conta -3 se calcolato come NC e 0 se calcolato 4.1... cosa accade secondo voi? Grazie delle risposte Un saluto e buona giornata...
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classifiche coefficiente vittorie sconfitte calcolo
Giovedì, 2 Giugno 2011 alle 17:55

SCHIAVONE IN FINALE!!! CHISSÀ SE LA RAI......

di Marco Davolio
Brava Schiavo! Anche quest'anno è in finale del Roland Garros.....chissà se la Rai farà un regalo ai tanti appassionati di tennis italiani e trasmetterà la finale.....
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schiavone finale roland garros
Mercoledì, 10 Novembre 2010 alle 22:31

TRASFERIMENTI IN SERIE C

di Gianni Rosa
Un caloroso saluto a tutti i partecipanti del blog.

Desidero avere maggiori chiarimenti da chi è più informato di me in materia di campionati a squadre e precisamente la serie C.
La domanda è la seguente:
è possibile avere in formazione 2 trasferiti di cui uno straniero più altri 2 trasferiti ma con la X su Settore Giovanile?

Se possibile averli in formazione è possibile che tra i giocatori dichiarati in singolare ce ne siano uno straniero trasferito più un trasferito "giovanile"?

A me non pare corretta come formazione in quanto è possibile avere un solo trasferito e un solo straniero.

In tal caso come ci si deve comportare per redigere un foglio formazioni corretto?

Un ringraziamento a tutti coloro possano darmi delucidazioni in merito.
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serie c regolamento campionati a squadre
Mercoledì, 21 Aprile 2010 alle 09:22

CALCOLO CLASSIFICA

di Massimo Monti
se un giocatore Under 12 gioca contro un giocatore Under 12 deve calcolare i punteggi normali oppure deve applicare la riduzione di punteggio?
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calcolo classifica
Sabato, 13 Febbraio 2010 alle 14:10

CLASSIFICHE DOPPIO

di Fabio Ferrantino
Salve, qualcuno sa dirmi se verranno mai ripristinate le classifiche di doppio?

Saluti
Fabio
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classifiche doppio
Venerdì, 15 Gennaio 2010 alle 12:05

INDENNITÀ DI SVINCOLO

di Simone Martini
Salve a tutti, qualcuno può indicarmi dove posso trovare il coefficente che mi permette di calcolare l'indennità di svincolo di un tesserato?
So che il minimo è di 250 euro che va moltiplicato in base ad un coefficente che varia in base ad età e classifica.
E' giusto?
La mia regione di appartenenza è la toscana.

Grazie fin da subito a chi mi aiuterà!
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svincolo
Venerdì, 18 Dicembre 2009 alle 09:42

CLASSIFICA MINIMA PER GIOCATORI EX A O B

di Elio cesare Bergamaschi
Ho visto la nuova clausola nel regolamento di calcolo dedlle classifiche 2011. Se ho ben capito tutto quello che stato introdotto serve per il giocatore che VUOLE acquisire una classifica minima perchè riprendendo l'attività (anche non professionistica) non desidera partire da zero. Purtroppo, secondo la mia esperienza, questa non è la situazione più comune. La situazione frequente è quella per cui un giocatore di vecchio blasone NON RICHIEDE di avere classifiche adeguate per ragioni più legate alla comodità di vincere incontri facilmente. Ma a questo punto chi deve inoltrare all'Ufficio preposto la comunicazione come spiega la pagina 8 del regolamento del calcolo delle nuove classifiche? Il giocatore avversario che si trova davanti quel certo giocatore (ex B ad esempio) in un match di un tabellone di 4°Categoria? Per la verità, consentitemi, quel certo giocatore che dovrebbe avere la classifica adeguata ma che siè guardato bene di fare regolare richiesta, non dovrebbe nemmeno esserci in quel tabellone di 4° Cat perchè l'adeguamento della sua classifica prevederebbe una 3° Cat. Ulteriori riflessioni al riguardo sono facilmente intuibili. Per questo motivi ritengo la nuova clausola un buon inizio ma non ancora sufficiente: gli adeguamenti di classifica dovrebbero venire automaticamente e direttamente dalla Federazione e non lasciare la loro applicazione alla volontà del singolo
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elio
Venerdì, 29 Agosto 2008 alle 23:47

LA REGINA CHE NON C'E'

di Angelo Mancuso
La regina che non c’è. Il dopo Justine Henin, che ha detto addio al tennis lo scorso maggio da numero uno indiscussa, va avanti nel segno dell’incertezza tra cali di rendimento e malanni fisici delle presunte pretendenti al trono. Sinora in tre si sono alternate in vetta al ranking: Maria Sharapova, Ana Ivanovic e Jelena Jankovic. Quest’ultima è stata numero uno solo una settimana prima di cedere il passo di nuovo alla connazionale destinata a cedere ancora lo scettro dopo l’inatteso ko al secondo turno degli US Open. Ana, che già aveva dovuto rinunciare alle Olimpiadi di Pechino, è arrivata a New York con il pollice della mano destra fuori uso: battuta da Julie Coin, numero 188 Wta. Dopo il trionfo al Roland Garros che l’aveva incoronata numero uno la ventenne di Belgrado ha collezionato solo sconfitte. Tre tornei e altrettante brutte figure: Zheng a Wimbledon, l’austriaca Paszek a Montreal e ora la Coin. Sempre a New York la bella Sharapova neppure c’è arrivata: spalla ko, ferma ai box per un bel po’. Resta, per il momento, la Jankovic che pure ha avuto il suo bel da fare per approdare al quarto turno: tre set contro la svedese Arvidsson, due combattuti con la cinese Zheng. Vince ma non convince. Una volta il torneo delle più forti iniziava dai quarti: ora rischiano sin dai primi turni. In corsa per la leadership mondiale ci sono anche le russe Elena Dementieva e Dinara Safina, rispettivamente oro e argento a Pechino, ma da tutti, addetti ai lavori e giocatrici stesse, vengono viste al massimo come comprimarie, nulla di più. Ecco allora che le vere favorite diventano le due Williams, Venus e Serena (anche lei potrebbe tornare in vetta dopo gli US Open), finaliste all’ultimo Wimbledon. Distratte da mille interessi al di fuori del tennis, già cariche di titoli e gloria, eppure se decidono di fare sul serio sono ancora loro le più forti dopo che la Henin si è fatta da parte. Soprattutto sono due prime donne, due attrici consumate capaci di tenere il palcoscenico e recitare da numero uno. Il tabellone questa volta le farà incrociare nei quarti: l’impressione è che sia la vera finale.
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manca una n.1, ivanovic e sharapova ko, jankovic stenta, ecco le williams
Venerdì, 22 Agosto 2008 alle 21:37

US OPEN, TANTE DOMANDE ED UNA CERTEZZA: SARA' UN TORNEO DA FAVOLA

di Angelo Mancuso
Si riparte da New York con una grande novità: il primo nome in alto sul tabellone maschile non è Roger Federer. Era così da quasi cinque anni: tanto è durato il dominio incontrastato dello svizzero. Roger Express era diventato numero uno il 2 febbraio 2004, il giorno dopo la vittoria agli Australian Open, secondo titolo dello Slam in carriera dopo il primo trionfo a Wimbledon nel luglio 2003. Da allora lo svizzero è stato numero uno per 237 settimane consecutive, fino a lunedì scorso, quando ha ceduto lo scettro a Rafael Nadal. Dal 2004 al 2007 Federer ha vinto undici Slam sui sedici disputati: mai nessuno era stato capace di tanto. E’ arrivato in pochi anni a quota dodici, a meno due dal recordman Pete Sampras. Nel 2008, però, è ancora a secco, vittima di una stagione iniziata con la mononucleosi e costellata da una serie di sconfitte con avversari che, Nadal a parte, fino a qualche mese fa batteva puntualmente e senza neppure soffrire più di tanto (vedi Roddick e Blake). Sono già dodici le sconfitte collezionate da gennaio. Tante, troppe. Come le voci su Roger tornato tra i comuni mortali: è appagato, fisicamente non è ancora a posto, ha perso sicurezza, è in una fase di involuzione, ha problemi personali, soffre troppo la rivalità con il più giovane ed esplosivo Nadal (22 anni contro 27). Dove sarà la verità? Rafa appunto: ora lassù il primo nome sul tabellone degli US Open è il suo. E’ lui che domina: otto titoli nel 2008, compresi Roland Garros, Wimbledon e l’oro olimpico a Pechino in singolare. Il mancino spagnolo ha vinto 49 degli ultimi 51 incontri disputati (32 di fila): ha perso solo a inizio maggio a Roma battuto dalle vesciche ai piedi più che dal connazionale Ferrero e a Cincinnati a inizio agosto in semifinale sconfitto da Novak Djokovic. Si riparte da New York e sembra quasi una nuova era: dopo quella targata Federer ecco l’impero Nadal. Riuscirà Rafa da Manacor a fare meglio di Bjorn Borg? Lo svedese è il campione del passato al quale lo spagnolo viene più spesso accostato: Borg non è mai riuscito a vincere gli US Open (quattro finali perse). Lo stesso Nadal a New York sinora non ha mai brillato: in cinque partecipazioni solo un quarto di finale. Padrone incontrastato della terra rossa, Rafa quest’anno ha vinto sull’erba. Riuscirà a imporre la sua legge anche sul cemento di Flushing Meadows? E Federer ha davvero abdicato in via definitiva? E il terzo incomodo Djokovic, finalista lo scorso anno, potrà fare lo sgambetto ai due fenomeni del circuito? Andy Murray è maturo per le vittorie che i britannici si attendono da lui? Che fine ha fatto Jo-Wilfried Tsonga, eroe di Melbourne? Il suo è stato solo un exploit episodico? E l'altro francese Richard Gasquet riuscirà finalmente a cogliere un risultato adeguato al suo talento? A che punto è la crescita del nuovo talento del circuito, il giovane lettone Ernests Gulbis? Andreas Seppi e Simone Bolelli sapranno regalarci qualche bella soddisfazione? Tante domande ed una certezza: saranno US Open da favola, interessanti come mai negli ultimi anni. Fidatevi.
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new york, nadal nuovo n.1, federer ha davvero abdicato?
Venerdì, 22 Agosto 2008 alle 11:49

DE VILLIERS SE NE VA: E' STATO IL PRESIDENTE ATP PIU' CONTESTATO DAI GIOCATORI

di Angelo Mancuso
Rafael Nadal sarà soddisfatto. Diventa nuovo numero uno del mondo e pochi giorni dopo Etienne De Villiers, presidente esecutivo dell’Atp, l’associazione dei giocatori professionisti, annuncia che lascerà l’incarico a fine 2008: non rinnoverà il contratto. Proprio Nadal (ma anche Federer) è stato tra i più feroci critici dell’operato di De Villiers, ex supermanager della Walt Disney, che ha voluto modificare il calendario Atp spostando ad esempio il torneo di Amburgo, che si gioca sulla terra rossa, da maggio a luglio. Una decisione poi confermata qualche settimana fa dal tribunale del Delaware: il giudice ha respinto la richiesta della federazione tedesca di impedire lo spostamento del torneo che ha così perso il suo status di Masters Series. Nadal ha spesso accusato De Villiers di favorire i tornei americani rispetto a quelli europei e di non curare gli interessi dei giocatori. In particolare ci fu una vera e propria insurrezione dei “terraioli” quando venne prospettata l’ipotesi di declassare il Masters Series di Montecarlo, anche questo sulla terra rossa, ipotesi poi tramontata. Ora De Villiers ha deciso di lasciare: ai giocatori il compito di scegliersi un nuovo presidente.
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de villiers, il calendario, le critiche dei giocatori
Lunedì, 7 Luglio 2008 alle 08:46

FORZA E TALENTO

di Giancarlo Baccini
Aldilà degli aspetti più squisitamente tecnici, è un fatto che Federer e Nadal (o dovrei piuttosto dire Nadal e Federer?) danno carne e muscoli alle due anime del tennis: talento e forza. La rivalità che li contrappone trascende loro stessi, che infatti si rispettano al limite dell’adorazione. E’ la rivalità fra due modi d’essere. C’è chi vince perché è nato bravo e chi vince perché bravo ci è diventato lavorando e scarificandosi. Per opposti motivi, sia l’uno sia l’altro suscitano in noi comuni mortali ammirazione e spirito di emulazione. Dunque il tennis ha bisogno di entrambi.
Se stesse a significare che la forza ha preso definitivo sopravvento sul talento, la vittoria di Nadal a Wimbledon sarebbe una jattura. Ma non è così. Questa è solo la ripetizione, alla rovescia, di quanto accaddenel 1981, quando fu il talento di McEnroe a metter fine al regno della forza di Borg.
Passano gli anni, cambiano le racchette, le palle, le tecniche di preparazione e persino l’erba di Wimbledon, eppure il tennis è sempre lo stesso.
Anche se Federer dovesse trarre dalla sconfitta di ieri le stesse conseguenze che all’epoca ne trasse Borg, già sappiamo che, prima o poi, un altro semidio dal tocco fatato tornerà a deliziare i nostri neuroni.
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wimbledon, federer, nadal
Mercoledì, 2 Luglio 2008 alle 10:49

WIMBLEDON: CINA, SEMIFINALE FEMMINILE STORICA. E GLI UOMINI?

di Angelo Mancuso
Un’edizione storica a Wimbledon: Jie Zheng, o meglio Zheng Jie come si dice nel suo paese mettendo prima il cognome, è la prima cinese a raggiungere le semifinali in un torneo dello Slam. Mai successo prima: nel 2006 Na Li si era fermata, sempre sull’erba di Wimbledon ai quarti, imitata e poi superata quest’anno dalla Zheng. Dalla Cina con furore. Dopo il ping pong, o meglio il tennistavolo (altrimenti i pongisti si arrabbiano…), anche nella terra di Mao il tennis ha preso piede. Il primo segnale arrivò quattro anni fa alle Olimpiadi di Atene dove Ting Li e Tian Tian Sun hanno conquistato la medaglia d’oro nel doppio femminile. In quello stesso anno Na Li diventò la prima cinese a vincere un torneo del circuito maggiore: è successo a Canton. Oggi la Cina può contare su tre giocatrici nelle top cento: Zi Yan, Na Li e Shuai Peng, tutte capaci di vincere o giocare finali Wta. Come la stessa Jie Zheng che è sì una sorpresa a livelli così alti (a Wimbledon ha battuto anche la numero uno Ivanovic) ma nel 2006, prima di un lungo stop per un’operazione alla caviglia sinistra, era 27 del ranking e ha già collezionato tre titoli Wta. Tante ragazze cinesi, sette in tabellone a Wimbledon comprese le rappresentanti di Taipei, e nessun uomo. A sorprendere è questo dato: il giocatore cinese con la miglior classifica è tal Peng Sun, numero 485 della classifica Atp. Mai la Cina ha avuto un top cento. Perché? La domanda è stata rivolta alla Zheng, che l’ha buttata sulla provocazione. “Vorrei saperlo anche io - ha risposto - forse i ragazzi cinesi non hanno abbastanza muscoli… Nel basket c’è Yao Ming, ma i ragazzi scelgono il ping-pong… Forse dopo questi risultati di noi ragazze ora qualcuno in più si avvicinerà al tennis”.
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wimbledon, semifinale donne storica della cina, mai un top ten cinese
Venerdì, 27 Giugno 2008 alle 12:21

WIMBLEDON: IL TORNEO DELLE SORPRESE. LE METEORE LEWIS E WASHINGTON

di Angelo Mancuso
Il torneo delle sorprese. Anche questo fa parte del fascino di Wimbledon: oltre alle fragole con la panna, ai prati verdi dell’All England Club, al palco reale sul Centre Court, al bianco della tenuta da gioco che non è una scelta ma un obbligo, ai tabelloni sui campi secondari che non sono elettronici ma manuali. Mercoledì scorso Marat Safin, genio e sregolatezza tutta russa, aveva “asfaltato” un certo Novak Djokovic, futuro numero uno del mondo. Ieri giornata piena: prima la sconosciuta russa Alla Kudryavtseva, numero 154 del ranking, fa accomodare alla porta la più bella del reame, in arte Maria Sharapova la bizzosa, l’altezzosa, la bionda di ghiaccio campionessa sull’erba londinese nel 2004. Poi Rino Gattuso Tipsarevic (i due si somigliano come due gocce d’acqua) mette ko il “bombardiere” del Nebraska, al secolo Andy Roddick, due finali ai Championships: all’americano non sono bastati 27 aces per aver ragione del grintoso serbo di Belgrado. Nei giorni scorsi hanno salutato Wimbledon anche Nikolay Davydenko (numero 4 del seeding) e David Nalbandian (numero 7 e finalista nel 2002). Sorprese è vero, ma anche tradizione confermata. Sull’erba, superficie sulla quale si gioca pochissimo, spesso vengono fuori risultati inimmaginabili su altre superficie. Senza andare troppo lontano nel tempo c’era un certo Alexader Popp (tedesco, oggi ha 32 anni e non gioca più da tre), che all'inizio del Duemila in quattro partecipazioni ai Championships ha collezionato un ottavo e due quarti. In pratica vinceva qualche match solo sull’erba londinese. Oppure la finale del 1996: Richard Kraijcek contro la meteora MaliVai Washington. Vinse l’olandese (ottimo sull’erba), che riuscì a battere Pete Sampras nei quarti. Washington fu bravo ma soprattutto fortunato: nei quarti superò Alex Radulescu, in semifinale Todd Martin. Una meteora, appunto. Come l’avversario di John McEnroe nella finale del 1983, il neozelandese Chris Lewis, mai più visto a quei livelli.
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wimbledon, le sorprese, le meteore
Mercoledì, 25 Giugno 2008 alle 11:54

WIMBLEDON: MA E' VERA ERBA? IVAN LENDL OGGI AVREBBE VINTO IL TITOLO

di Angelo Mancuso
Ma è vera erba? Secondo tanti, a cominciare da John McEnroe e Boris Becker che sui prati di Wimbledon hanno vinto e tanto, l’erba dei Championships non è più quella di un tempo. Quella del serve and volley, con un’unica eccezione chiamata Bjorn Borg, che però a rete sul Centre Court si vedeva comunque spesso. Quella che permetteva a Becker, il più giovane vincitore dei Championships nel 1985 a 17 anni e 227 giorni, di tuffarsi come un portiere a difesa della propria porta. Ieri lo diceva anche Flavia Pennetta, che a Wimbledon vanta due ottavi (per il momento): l’erba è molto più lenta di qualche anno fa. Infatti ai Championships anche quest’anno è possibile assistere a scambi lunghissimi da fondo campo impensabili un tempo con la pallina che scivolava via bassa e veloce e non ti consentiva la minima apertura. Le prime avvisaglie si erano avute nel 2002: finale tra Lleyton Hewitt e David Nalbandian. Vinse l’australiano, che però nulla ha a che fare con la tradizione aussie del passato dei vari Laver, Emerson, Rosewall e Newcombe. Poi è cominciata l’era Federer, vincitore delle ultime cinque edizioni, che sta dominando come prima avevano fatto solo Borg (cinque titoli) e Sampras (sette). E non è che il numero uno a rete ci vada più di tanto, sicuramente molto meno di Pistole Pete. Le ultime due finali Roger Express le ha giocate e vinte contro Nadal, il re della terra rossa con i suoi “liftoni” di diritto e rovescio bimane che ora fanno male pure sull’erba. Solo un caso? O, senza nulla togliere a Rafa, che di giorno in giorno diventa un giocatore più completo, un po’ è merito dei prati meno veloci del passato? Che Nadal, per quanto è bravo e forte, vinca sui prati del Queen’s, primo spagnolo a conquistare un titolo sull’erba 36 anni dopo Andres Gimeno a Eastbourne, ci sta. Fa però riflettere il successo di un altro spagnolo, David Ferrer, a Rosmalen. Sull’erba di oggi, ne sono convinto avrebbe vinto l’agognato titolo ai Championships anche Ivan Lendl, che per un paio di stagioni si sottopose ad allenamenti specifici per migliorare il suo gioco a rete ma poi a Wimbledon fu battuto due volte in finale (1986 e 1987) prima dall’aussie Pat Cash e poi da Bum Bum Becker. Oggi Ivan il Terribile ce l’avrebbe fatta.
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wimbledon, l'erba più lenta, lendl e il titolo ai championships
Martedì, 24 Giugno 2008 alle 15:37

W SKY!

di Giancarlo Baccini
Credo che nessuno sport abbia mai – mai e in nessun altra parte del mondo – goduto di una visibilità come quella che SKY SPORT sta dando in questi giorni al tennis. Sono ben 6 (scelti fra quelli che si disputano sugli otto campi coperti dalle telecamere) gli incontri del torneo di Wimbledon trasmessi contemporaneamente su altrettanti canali. Miracoli della tecnologia digitale, certo, ma miracoli, soprattutto, da parte di SKY, perché assicurare una programmazione così ricca e ben confezionata 9 ore al giorno per 14 giorni significa impegnarsi in uno sforzo stratosferico in termini di risorse umane e finanziarie.
Tutti noi appassionati di tennis dobbiamo dunque essere grati a SKY per questa che, prima ancora che di efficienza e di professionalità, è una prova di amore verso il nostro sport. Allo stesso tempo credo che dobbiamo anche essere orgogliosi del fatto che questa ondata di interesse e di passione siamo riusciti a suscitarla. Non staremmo in vetrina se i proprietari del negozio non fossero convinti che la gente si ferma a guardarci (e poi, magari, entra pure per comprare qualcosa).
W SKY!, dunque. Ma anche W IL TENNIS!...
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sky, tv, wimbledon
Lunedì, 2 Giugno 2008 alle 15:34

L'ULTIMO TANGO A PARIGI

di Giancarlo Baccini
A trent’anni di distanza dall’ultima occhiata dal vero, il visitatore ritrova il Roland Garros insieme scombussolato e identico a se stesso. Il Centrale, ora Philippe Chatrier, è diventato un palazzone ricco di piani, meandri e anfratti ma sempre lì dove troneggiava prima se ne sta. Ci sono alcuni megacampi aggiuntivi e la Piazza dei Moschettieri che allora non c’erano, un sacco di boites e boutiques, un Museo piccolo ma pieno di roba grazie alle tecnologie digitali, un negozio che vende il merchandising del torneo per entrare nel quale bisogna mettersi in fila come giapponesi a Via Condotti, ristoranti, uffici e un tv compound che sembra il paddock di un circuito automobilistico durante un gran premio di F1 degli anni ’80. Un casino pazzesco e nuovo di zecca che ribolle all’interno di mura vecchie ed anguste. E’ come se un gigantesco bambino-demiurgo avesse prepotentemente e crudelmente compresso i pezzi di tre confezioni di mattoncini Lego dentro una sola scatola.
Se non sei un privilegiato o un riccone non riesci praticamente a far altro che muoverti con fatica in mezzo alla gente, meglio se in favore di corrente. Tennis giocato? Se hai fortuna puoi trovare un posticino per ammirare un doppio fra rampanti bambine provenienti dall’ex impero sovietico. E non parliamo di quel che ti costano un panino o un gelato.
Il tennis cresce in tutto il mondo, ma qui la crescita si avverte con più forza e meno soddisfazione, perché il “no” delle autorità parigine a concedere i nuovi spazi disperatamente richiesti dagli organizzatori della Federazione francese ha fatto del Roland Garros una pentola a pressione: alla fine il piatto messo in tavola è ottimo ma il processo di cottura è forzoso e per certi versi anche pericoloso. Qui si sperava nel successo della candidatura a ottenere i Giochi Olimpici del 2012, vinta invece da Londra: se ce l’avesse fatta, la municipalité di Parigi avrebbe concesso al tennis lo spazio vitale di cui ha disperatamente bisogno. Invece… Invece i confini sono rimasti quelli di sempre e l’ottuagenario impianto del Bois de Boulogne è una bolgia dove è difficile persino spostarsi. A parità di spettatori, Wimbledon e Flushing Meadows sono molto più fruibili.
Per noi italiani il pellegrinaggio è comunque istruttivo. Anzi: facendo di necessità virtù, gli amici francesi hanno sviluppato idee e soluzioni che possono essere di utile ispirazione a noi che ci occupiamo del Foro Italico, specie in vista dell’ormai imminente cambiamento di formula, con gli Internazionali d’Italia destinati a diventare un “combined event” nel giro di pochi anni, con tutto ciò che ne conseguirà, a cominciare dalla compressione del torneo dai sedici giorni attuali a una decina.
Dunque un ritorno felice, perdipù condito da tre set di tennis nazional-adrenalinico come quelli giocati dalla Pennetta contro Venus Williams e il primo della Knapp contro la Sharapova. Come dite? Che mi accontento di poco? Magari avete ragione. Ma se mi guardo alle spalle non è che, in questi trent’anni di digiuno, veda di meglio. Anzi…
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Lunedì, 26 Maggio 2008 alle 17:09

L'AMORE DI BUFFON PER IL TENNIS

di Giancarlo Baccini
A meno di due settimane dall'inizio degli Europei di calcio, vi ripropongo l'intervista, apparsa su "SuperTennis" nell'estate del 2005, con il più grande portiere del mondo, Gianluigi Buffon, che è anche un grandissimo appassionato di tennis.

di UGO TRANI

L’ultimo vezzo del “numero uno” è il ciuccio in testa, che poi sarebbe soltanto un piccolo codino tenuto da un semplicissimo elastico, quasi fosse una cresta. Gianluigi Buffon, 27 anni, cambia spesso look. Ora, a parte la trovata per la capigliatura, ha pure i basettoni. Tutto questo per dire che il portiere della Nazionale e della Juve è la felicità per fotografi e operatori. Si presta all’immagine, anche scherzosa e gaudente, come pochi altri. Non si nasconde nei periodi delicati delle sue due squadre, e non sono due qualsiasi ma le più importanti d’Italia, concedendosi per interviste scomode almeno quanto per certe riprese o per fastidiosi flash. Non si nega nel privato. Mai.
Vederlo in tribuna per una partita di tennis non deve scatenare illazioni o altro. Nemmeno se lo trovi in posa sugli spalti del catino snob di Montecarlo, della scatola magica del Roland Garros o dell’arena al sole del Foro Italico. Non va lì, come certi presenzialisti, per farsi notare, per mettere in vetrina la sua immagine, cosa che pure può far piacere a sponsor e organizzatori. Se lui segue con interesse uno scambio, un gesto o un rituale, è solo perché... «Perché sono un semplice appassionato», assicura Gigi. «La verità è che di tempo ne ho poco, per la concomitanza dei miei impegni ufficiali di calciatore con i grandi tornei di tennis. Di foto ne sarebbero girate molte di più, ve l’assicuro. Appena posso, vado. Preferisco il tennis dal vivo, anche se mi devo accontentare, per cause di forza maggiore, di quello televisivo. Meglio che niente. Comunque non mi perdo un incontro, approfitto dei tanti ritiri, dei lunghi pomeriggi passati nelle stanze d’albergo», sospira il portiere azzurro.
- Andiamo con ordine. Come si è avvicinato a questo sport. Da praticante o da tifoso?
«Io nasco sportivo. Così da bambino ho preso la racchetta in mano. Un autodidatta, come accade a molti ragazzini. Tutti provano da soli, per divertirsi. Io ho iniziato per strada. Non giocando contro il muro, cosa che facevo quando ero piccolo in alcuni circoli. Io e un mio amico, all’età di dieci anni, cominciammo a sfidarci sull’asfalto. A casa mia, a Marina di Carrara. Erano le prime grandi partite, stando ben attenti alle auto ».
- Oggi invece dicono che sia addirittura un esperto, uno che dà giudizi e che commenta. Si sente tanto preparato?
«Non esageriamo. Da sei-sette anni il mio rapporto con il tennis è cambiato, diventando più assiduo. Leggo riviste specializzate, studio i personaggi, sono più curioso. Ho anche un idolo, proprio come succede ai bambini: Rafter».
- Prima di Rafter, quali altri campioni sono riusciti a farla restare per ore davanti al teleschermo?
«Tanti. Se, però, devo scegliere un match, penso ai tanti incontri tra Lendl e Becker. Due giocatori tanto diversi, capaci di appassionarti per i loro colpi. Una finale di un torneo con loro due in campo resta, emotivamente, il massimo. Almeno per me».
- Conoscendo Buffon, campione estroverso e stravagante, avrà fatto sempre il tifo per Becker, tra i due certamente giocatore più spettacolare.
«Non è questione di tifo né di caratteristiche tecniche. A me piaceva Lendl. Il suo approccio alla gara era sbalorditivo. Sapeva dosare le energie, era concreto all’eccesso, un computer, un campione del futuro. Un altro che seguivo, per la varietà dei colpi, era Wilander. Mi sono divertito molto sia con Connors che con Mc Enroe. Un tennis, ad altissimo livello, molto folcloristico, anche nella preparazione di un singolo game, nel vivere una pausa di gioco o un cambio di campo. Ma preferivo Lendl, lineare e tosto».
- Dalle sudate in strada a Marina di Carrara alle prime esperienze sulla terra rossa. Quando ha preso a fare sul serio con la racchetta?
«A vent’anni. Ho visto che mi trovavo bene sul campo. Qualche lezione per migliorare, i primi progressi, la sicurezza in partita».
- Racconti i suoi colpi, il migliore e il peggiore di Buffon tennista.
«Ho un buon diritto. Forte. Lo riesco anche a indirizzare con una discreta precisione. Faccio invece molta fatica a dare potenza con il rovescio. Gioco in back, mi trovo più a mio agio».
- E il servizio?
«C’è. Colpisco bene, ho una prima palla che può far male. Mi aiuta l’altezza».
- Torniamo ai giocatori. Dopo Rafter, altri idoli?
«Ha smesso. Il marocchino El Aynaoui. Lo seguivo perché lo apprezzavo per lo spirito con cui affrontava gli incontri. Mi dava l’impressione di chi, come me ne calcio, giocava sempre divertendosi. E dava priorità al fair play. Aveva un diritto come pochi. Potente, sempre in profondità».
- I campioni di questi giorni. Faccia un nome?
«Semplice. Federer è la perfezione stilistica. Il non plus ultra. Tra quelli che ho visto io, dall’85 a oggi per fissare un periodo, è sicuramente il più completo. Non riesco a trovargli un difetto. Contano anche le superfici: cambiandola, Nadal può essere ritenuto l’astro nascente».
- A chi vorrebbe somigliare?
«Un momento. Io ho voglia di praticare. Mi rilassa. Lo faccio per puro divertimento, visto che quando gioco a calcio, mi vorrei divertire ma alla fine la pressione è grande, perché conta il risultato. Quando gioco a tennis, faccio sport... Insomma, non cerco di imitare qualcuno. Penso a migliorare i miei colpi. Soprattutto non mi metto a sparare, a sfogarmi con la racchetta in mano. Cerco di non buttare mai via nemmeno una pallina».
- Come valuta il movimento tennistico nazionale?
«Si sta riprendendo dopo anni difficili. Prima erano competitive solo le donne, con rendimento medio-alto. Ora anche gli uomini cominciano a farsi rispettare. Volandri e Starace penso che siano brutti clienti per gli avversari».
- Quali errori ha notato in passato?
«Non è questo il discorso. Per troppo tempo non c’è stato un tennista di valore. Così molte volte i nostri giocatori entravano in campo timorosi nei confronti di altri. Partivano sconfitti. E’ mancata la sicurezza e la convinzione, anche se Gaudenzi, e a volte Sanguinetti, sono riusciti ogni tanto a lasciare il segno. Ora c’è più continuità».
- In tribuna quando si ripresenterà per un torneo di primo piano?
«Spero presto. Finora ho visto poco dal vivo. Tre anni fa sono stato a Montecarlo, due anni fa a Roma e ultimamente al Roland Garros. Non mi va di aspettare fine carriera... per essere più libero».
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Mercoledì, 14 Maggio 2008 alle 19:45

LARGO AI GIOVANI

di Giancarlo Baccini
Sulla copertina del numero di maggio del mensile della Federazione Italiana, “SuperTennis”, c’è una foto di Sara Errani festeggiata dopo aver colto il punto decisivo contro l’Ucraina in Fed Cup. Lo “strillo” dice “Largo ai giovani!”, e si riferisce anche a Bolelli e Seppi, protagonisti in Coppa Davis contro la Croazia.
Sara è l’unica azzurra rimasta in gara agli Internazionali d’Italia, mentre Bolelli è stato il miglior azzurro la settimana scorsa al Foro Italico e Seppi è il migliore questa settimana ad Amburgo. I giovani si fanno faticosamente largo, un passo alla volta, in un momento in cui le prime linee sembrano aver perso un po’ di smalto. Stiamo vivendo un cambio della guardia? Sebbene tutto lo lasci credere, sarebbe sbagliato, oltre che ingeneroso, escludere un rilancio imminente di qualcuno dei soliti noti. Per fare un piccolo esempio, oggi Starace ha messo alla frusta Nadal, sciupando con set point con un doppio fallo: con un po’ più di fortuna poteva farcela davvero. Però è un fatto che in questa primavera sono i poco più che ventenni a tenere alto il vessillo tricolore.
Aspettando i Trevisan, i Fabbiano e i Miccini, insomma, aggrappiamoci a questo nugolo di ragazze e ragazzi che rappresentano con dignità l’Italia nel tennis che conta e che di tanto in tanto ci regalano belle giornate.

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Mercoledì, 14 Maggio 2008 alle 16:22

JUSTINE LASCIA: SE NE VA DA NUMERO UNO

di Angelo Mancuso
"E' la fine di una bella avventura, ci pensavo da tempo". Con queste parole la Henin ha messo la parola fine alla sua carriera. La notizia sparata in prima pagina dai quotidiani belgi questa mattina era vera. Justine come Kim Clijsters e Martina Hingis. Tutte numero uno del circuito, tutte hanno detto addio al tennis ancora giovani. Ventidue anni Martina (rientrata poi a 25 nel 2006 per dire definitivamente addio lo scorso anno), 24 anni Kim. Ora tocca a Justine che il primo giugno ne compirà 26. La Henin ha detto basta in una affollata conferenza stampa. Quarantuno titoli Wta, sette tornei dello Slam (quattro Roland Garros, due US Open, un Australia Open), 117 settimane da numero uno della classifica mondiale.
Un ritiro a sorpresa che scatenerà mille domande e supposizioni. In questo tennis "tritatutto" l'unica cosa certa è che Justine ha giocato il suo ultimo match la scorsa settimana a Berlino: ko con la russa Dinara Safina. Justine se ne va mentre è ancora in vetta al mondo, anche se il 2008 per lei non è stato granché. Due tornei vinti (Sydney e Anversa) ma anche due sconfitte brucianti che devono aver lasciato il segno nell'ego della Henin: 64 60 contro la Sharapova agli Australian Open e 62 60 contro Serena Williams a Miami. Justine ha detto che non ci ripenserà come è capitato ad alcuni suoi colleghi e colleghe. Mai dire mai però...
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henin, la fine di una carriera da numero uno
Mercoledì, 14 Maggio 2008 alle 11:58

DAL BELGIO: LA HENIN SI RITIRA. MA SARA' VERO?

di Angelo Mancuso
Ma davvero si ritira? La stampa belga non ha dubbi: Justine Henin, numero uno del mondo e vincitrice di sette tornei dello Slam, oggi darà l’addio al tennis in una conferenza stampa: il primo giugno prossimo compirà appena 26 anni. Se davvero fosse così, il circuito perderebbe una delle giocatrice più forti della storia. Per non parlare del Belgio che giusto un anno aveva già salutato la Clijsters: Kim si è ritirata a neppure 24 anni. Ne sapremo di più oggi pomeriggio. Curioso però che tutto ciò avvenga alla vigilia del Roland Garros, il torneo cui la Henin è più legata. E non solo perché lo ha vinto quattro volte. Nel 1992 Justine aveva appena dieci anni ed era a Parigi con la madre Francoise Rosiere, poi prematuramente scomparsa due anni dopo. La piccola Henin dalle tribune applaudiva la Seles che trionfava sulla terra rossa parigina per la terza volta di fila. Monica superò in finale Steffi Graf 10-8 al terzo set. Justine sognava ad occhi aperti: un giorno lì, sul Philippe Chatrier, ci sarebbe stata lei ad alzare la coppa. Quando nel 2003 centrò l’impresa per la prima volta il primo pensiero fu proprio per la mamma. All’epoca aveva rotto con la famiglia: nessun contatto con il padre padrone Josè, dal quale era fuggita ancora ragazzina per rifugiarsi nella sicurezza di un coach, Carlos Rodriguez, che le sta accanto da quando aveva 14 anni e che le ha fatto anche da genitore. Sarà forse per questo che Justine ha sempre mostrato un carattere introverso, sfuggente, quasi scostante. E sarà per questo che a soli venti anni, era il novembre 2002, decise di sposare Pierre-Yves Hardenne, ex poliziotto inventatosi maestro da tennis, conosciuto durante un torneo nella sua Liegi. Probabilmente in Pierre-Yves aveva trovato quella sicurezza che le era mancata in famiglia dopo la tragedia della perdita della madre quando aveva appena 12 anni. Un matrimonio naufragato ad inizio 2007, quando rinunciò a giocare gli Australian Open per risolvere i suoi problemi familiari. Un divorzio coinciso con un riavvicinamento al padre e ai fratelli, che però non sono neppure menzionati nella guida Wta. Braccio d’oro, rovescio da sogno, nonostante un fisico non da amazzone stile Williams. In un circuito dominato da ragazzone robotizzate che sembrano prodotte in serie e sparano palline a più non posso, la Henin ha dimostrato che si può ancora vincere con il talento, con un tennis vario e divertente. Quarantuno titoli tra cui sette Slam: Justine ha vinto dappertutto tranne che sull’erba di Wimbledon. Ma è davvero finita?
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henin, il ritiro, un carattere introverso e sfuggente
Mercoledì, 14 Maggio 2008 alle 08:37

TELONI

di Giancarlo Baccini
Forse perché c’era poco altro da scrivere, il martedì di pioggia al Foro Italico ha offerto il destro ai sapientoni per l’immancabile giaculatoria su uso e tipologia dei teloni anti-acqua, con affermazioni che vanno dal falso (negazione dell’esistenza dei teloni stessi, che invece erano rimasti stesi sui campi per tutta la notte fra lunedì e martedì) allo sfottò anti-italiano.puro e duro. Roba già vista, sentita e metabolizzata. Ma che stavolta fa addirittura ridere, perché, con tutti gli acquazzoni che sono venuti giù e la pioggia battente che ha colmato gli intervalli fra l’uno e l’altro, ieri neppure nella mitica Wimbledon, la madre di tutti i teloni, si sarebbe giocato un solo punto in più di quelli che si sono giocati a Roma.
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foro italico
Venerdì, 9 Maggio 2008 alle 22:23

SATURNO

di Giancarlo Baccini
Come Saturno, il famelico tennis d’oggi divora i suoi figli uno a uno. Piedi, polsi, ginocchia, spalle. E’ tutto un saltar di tendini e giunture, legamenti e cartilagini, fibre rosse e fibre bianche. A poca distanza dal Foro Italico il laser del dottor Parra fa gli straordinari, ma il dottorone e la sua macchinetta non possono essere sempre ovunque. Si gioca tanto, troppo, a tutte le longitudini, e con una intensità per la quale il corpo umano non è fatto.
Eppure, miracolo!, la strage dei favoriti e dei possibili outsider non affligge più di tanto il Foro Italico, che ormai ha raggiunto una dimensione che prescinde da chi la occupa. L’impianto è a livello di saturazione, i Carabinieri arrestano i bagarini con cadenza accelerata e la televisione si adegua, ampliando di un giorno le finestre in chiaro su Italia 1 e di un canale quelle satellitari su SKY. Roma è grande e - sebbene il cuore mi sanguini mentre lo dico – le lacrime che versa sui Federer, sui Nadal, sui Davydenko e compagnia bella, Bolelli incluso, si asciugano in pochi minuti.
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parra, federer, nadal, davydenko, bolelli
Giovedì, 8 Maggio 2008 alle 20:10

BRAVO SIMONE

di Giancarlo Baccini
Simo esce con qualche rimpianto e persino un filo di amarezza, ma io credo invece che debba andare fiero del suo torneo. Non soltanto perché ha stravinto i due match che erano alla sua portata ma anche perché, sebbene venisse dalla prima grande finale della sua giovane carriera, s’è presentato al Foro Italico con la giusta tensione nervosa, né vuoto né gonfio. Segno che ha la testa giusta e che è in buone mani.
Certo, un po’ tutti c’eravamo illusi che il momento magico potesse proseguire anche a Roma, che la recherche du temps perdu stesse per finire, che davvero questo ragazzo bolognese desse carne ai nostri sogni e cibo alla nostra fame, che l’occasione offerta dalla scomparsa di Nadal dalla parte bassa del tabellone gli schiudesse addirittura le porte della finale. Un’illusione, appunto. Che però non annerisce nella disillusione, perché Bolelli è sulla retta via e sta compiendo il suo cammino nell’unica maniera possibile: un passo alla volta. Da quando si è messo alle spalle l’ultimo infortunio ha fatto progressi costanti e consistenti. Altri ne farà, e nel frattempo accumulerà anche quell’esperienza che gli permetterà di gestire meglio i punti importanti dei match che lo vedono opposto ad avversari più forti di lui.
Il Foro Italico saluta Simone e gli dà appuntamento all’anno prossimo. Io sono pronto a scommettere che si ripresenterà qui come testa di serie.
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bolelli
Mercoledì, 7 Maggio 2008 alle 20:40

ROMA INGIUSTA CON NADAL

di Giancarlo Baccini
Oggi Roma ha commesso una grossa ingiustizia nei confronti di Rafa Nadal, e francamente mi riesce difficile capirne il motivo (e accettarlo, se fosse vero quello che sospettano i maligni). Nonostante anche dagli spalti fosse evidente ciò che la tv stava chiarendo ai telespettatori – che, cioè, i piedi di Rafa erano in condizioni spaventose, e gli rendevano ogni spostamento non solo dolorosissimo ma anche molto difficoltoso – nonostante tutto ciò, dicevo, il pubblico del Foro Italico si è schierato apertamente in favore di Juan Carlos Ferrero. Ferrero ha, sì, vinto gli Internazionali d’Italia nel 2001, ma non è che questo suo successo avesse fatto breccia nel cuore degli appassionati. Anzi: fino a oggi, siamo sinceri, il bravo Juan Carlos non se l’era quasi mai filato nessuno. Per cui è evidente che il tifo “per” lui era un tifo “contro” Nadal.
Ora, tifare contro Nadal sarebbe iniquo dovunque, visto che Rafa costituisce un esempio non solo di sano agonismo ma anche di esemplare correttezza e di amore per lo sport. Ma tifargli contro qui a Roma è addirittura mostruoso, perché Nadal non è soltanto uno che ha vinto al Foro Italico per tre anni di seguito ma è uno che a questo pubblico ha offerto alcuni fra i momenti più alti e indimenticabili di spettacolo mai visti nel tennis contemporaneo. E, oltretutto, è uno che oggi, viste le sue condizioni di salute, avrebbe potuto decidere di non scendere in campo o di ritirarsi quando il dolore s’era fatto intollerabile. Rafa ha invece deciso di bere fino in fondo il calice della sofferenza per rispetto nei confronti del suo avversario e di quello che giudicava essere il “suo” pubblico. Non è stato ripagato come avrebbe meritato.
Perché? Enzo Ferrari, uno che se ne intendeva, era solito dire che “gli italiani perdonano tutto, tranne il successo”. A dargli retta, il motivo del comportamento del pubblico potrebbe dunque essere stato proprio la voglia di vivere un’edizione degli Internazionali che non avessero un vincitore ancor prima di cominciare. Non la condividerei, una spiegazione del genere, ma potrei anche accettarla. Mi auguro invece che non sia vero quanto qualcuno sospetta: che, cioè, il tifo “contro” Nadal fosse il tifo “per” Federer, e che il tifo “per” Federer fosse non il tifo per il mitico numero 1 del tennis mondiale ma quello per l’amico di Francesco Totti.
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Martedì, 6 Maggio 2008 alle 22:35

FORZA FILIPPO!

di Giancarlo Baccini
Nel giorno in cui sembra concretizzarsi una sorta di cambio della guardia al vertice del tennis maschile italiano, provo un forte senso solidarietà nei confronti di Filippo Volandri, che tanto ha dato al nostro sport e che tanto potrebbe ancora dare se non fosse da tempo perseguitato da un’interminabile serie di malanni fisici. Per poter giocare il suo tennis tutto potenza e accelerazioni Filo deve assolutamente star bene, e invece adesso, nel momento più critico della sua carriera – con l’obbligo di difendere la semifinale di Roma e gli ottavi di Parigi – gli è piovuta sulla testa la tegola più pesante, perché il problema alla cartilagine del ginocchio è di quelli che non si sa come affrontare: le cure “normali” servono a poco e quelle drastiche imporrebbero lunghe e penalizzanti degenze.
La sconfitta con Lapentti costerà a Volandri molti punti e molte posizioni nella classifica mondiale. Credo che noi tutti dobbiamo idealmente stringerci a lui e augurargli di trovare il modo per venire fuori da questo sfortunato momentaccio. Nuova linfa scorre nelle vene del tennis italiano, ma abbiamo ancora bisogno del braccio d’oro di Filippo.
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Domenica, 4 Maggio 2008 alle 19:44

7 UOMINI FORO

di Giancarlo Baccini
7 uomini Foro... A dispetto del fatto che il tabellone principale è molto meno capiente che in passato (56 posti anziché 64), fra i molti record battuti dagli Internazionali BNL d’Italia 2008 prima ancora di cominciare c’è quello del numero di italiani ammessi di diritto al singolare maschile: 5, vale a dire Volandri, Starace, Seppi, Bolelli e, grazie al doppio formidabile exploit compiuto nelle qualificazioni, la new entry Fabbiano, 19 anni da compiere. Gli altri due azzurri, Cipolla e Naso, sono wild card, e anche questo è uno sprovincializzante record, perché dal 1995 le wc concesse agli italiani erano almeno quattro.
L’ultima volta con 5 azzurri di diritto nel main draw era stata 15 anni fa, quando però due di loro provenivano dalle qualificazioni. Un altro record è dunque quello dei 4 promossi per meriti di classifica, mai così numerosi negli ultimi vent’anni.
Oltre a confermare i progressi che il tennis italiano sta facendo a tutti i livelli, questo piccolo ma significativo exploit aggiunge un tocco di italianità al grande torneo che oggi prende il via con i connotati di un vero e proprio “Quinto Slam”. Con 9 dei Top 10 ATP e tutte le Top 10 WTA, gli Internazionali BNL d’Italia si situano al vertice assoluto della qualità tennistica e promettono un fantastico spettacolo sia alle decine di migliaia di spettatori che per due settimane affolleranno il Foro Italico sia ai milioni che lo seguiranno in tv (e anche qui è record, perché Italia 1 trasmetterà in chiaro ben sei giornate di gioco, il che non accadeva dalla notte dei tempi).
Il favorito numero uno è naturalmente Rafa Nadal, che sulla terra battuta sembra non avere rivali e che punta a diventare primatista assoluto di successi romani vincendo il quarto titolo consecutivo. Non appena rimesso piede sulla sua superficie preferita, il mancino spagnolo è tornato a travolgere ogni avversario: Federer a Montecarlo e, ieri, il maratoneta Ferrer a Barcellona. Però siamo tutti qui a chiederci se Federer, re incontrastato del tennis contemporaneo, non riuscirà, prima o poi, a spezzare la supremazia terraiola del suo grande rivale. E sotto sotto ci auguriamo persino che in questo duetto sappia inserirsi anche qui a Roma, come già ha fatto a gennaio nell’Open di Australia, il terzo incomodo Novak Djokovic. Il sorteggio ha comunque reso il compito di Nadal più facile, mettendo entrambi i suoi rivali dall’altra parte del tabellone e assegnando loro anche il compito di far fuori, se vogliono arrivare fino a lui, gli altri due specialisti che possono aspirare al titolo: Ferrer e Nalbandian.
In un contesto così ultracompetitivo, per i nostri “7 uomini Foro” sarà dunque davvero difficile trovare un po’ di spazio. Però non bisogna fasciarsi la testa prima di essersela rotta, come ha dimostrato l’anno scorso Filippo Volandri battendo, nell’ordine, Gasquet, Federer e Berdych, e diventando il primo italiano a qualificarsi per le semifinali dopo la bellezza di 29 anni.
L’azzurro che sta nel quarto teoricamente meno spaventoso è proprio quello apparentemente più in forma, Simone Bolelli, reduce dalla sua prima finale ATP, quella combattutissima ma persa ieri, a Monaco, contro Mano di Pietra Gonzalez, finalista al Foro un anno fa (a Simone è stato fatale l’unico break subito in tre set). Anche se per portare il suo terzo assalto dell’anno a Davydenko dovrà far fuori prima mezza Francia e poi Roddick, Bolelli è in fase di grande maturazione e dunque si può legittimamente sperare in suo exploit. Più difficile, invece, sembra il cammino di Volandri e di Seppi, che, oltretutto, se partissero bene sarebbero attesi da un crudelissimo derby negli ottavi. Starace può aspirare a vedersela con Federer al terzo turno, mentre le wild cards Cipolla e Naso dovranno superarsi per sopravvivere a un primo turno proibitivo. Quanto a baby Fabbiano, numero 412 del mondo, il suo Foro Italico lo ha già vinto.
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federer, nadal, djokovic, volandri, seppi, starace, bolelli, fabbiano, naso, cipolla
Sabato, 3 Maggio 2008 alle 17:30

IL COSMOPOLITISMO DEGLI ITALIANI

di Giancarlo Baccini
E pensare che Rino Tommasi e Gianni Clerici, di tanto in tanto, accusano di “provincialismo” gli Internazionali d’Italia...
Provinciali noi? Ma in quale altro paese del mondo, secondo voi, succederebbe che un giudice di linea chiama un fallo di piede al giocatore suo connazionale (per di più giovanissimo, perdipiù all’esordio in una grande competizione mondiale, perdipiù opposto a un ex top 10) quando sta servendo sul 5 pari al tie-break del terzo set, come è capitato ieri a Matteo Trevisan? In Francia? In Inghilterra? Negli Usa ? (E lasciamo perdere la Russia o la Croazia, dove le azzurre e gli azzurri hanno giocato di recente, permettendoci di toccare con mano la qualità dei loro linesmen).
Come dite? Che forse quel giudice di linea era lo stesso che l’anno scorso a Castellaneta, semifinale di Fed Cup contro la Francia, di falli di piede ne chiamò 12 alla Schiavone nel corso di un drammatico confronto con la Mauresmo?
Se era lo stesso io non lo so, ma ho motivo di dubitarne fortemente. Perché noi italiani non siamo provinciali, e dunque siamo in tanti ad avere a cuore soltanto una cosa: insegnare agli altri italiani come ci si comporta nel mondo civile. E di giudici di linea così (o anche di giornalisti, se è per questo) ne abbiamo a josa. Bravi. Onesti. Irreprensibili. Cosmopoliti.
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Venerdì, 2 Maggio 2008 alle 18:20

IL SOLITO BATTICUORE

di Giancarlo Baccini
Oggi ci siamo trasferiti nella nuova sala stampa del Foro Italico, un prefabbricato bello e luminoso che si affaccia sullo Stadio del Nuoto, il glorioso impianto dove l'Italia vinse la medaglia d'oro di pallanuoto alle Olimpiadi del 1960 e dove l'anno prossimo si svolgeranno i Mondiali di Nuoto. Si lavora lì e si lavora qui. Il Foro è tutto un cantiere, e anche i due Villaggi degli Internazionali BNL d'Italia sembrano il set di un film di Spielberg o un formicaio impazzito.
Domani, quando si comincerà a giocare, tutto sarà miracolosamente a posto. Tanti decenni di manifestazioni sportive vissute da entrambi i lati - prima da utente e poi da organizzatore - mi hanno insegnato che in circostanze come quelle odierne non bisogna mai dar troppo credito ai propri occhi e che, soprattutto, ogni pulsione verso lo sconforto è totalmente immotivata. Ricordo ancora con un misto di angoscia e divertimento che nel 1990, quando il nuovo Stadio Olimpico di Roma venne inaugurato dal Papa a pochi giorni dall'inizio dei Mondiali di Calcio, gli operai davano gli ultimi ritocchi cento metri avanti al Santo Padre benedicente. E nessuno si accorse di niente.
Gli anni passano, ma il batticuore della vigilia è sempre lo stesso. Forza, ragazzi! Sarà un torneo meraviglioso.
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Mercoledì, 30 Aprile 2008 alle 16:31

L'UOMO DEI BOTTONI

di Giancarlo Baccini
Intervista con Giordano Maioli apparsa su "SuperTennis" del febbraio 2006

di Giancarlo Baccini


In principio, era Nicola. Nicola Pietrangeli, chiaro. Poi, dieci anni dopo, fu Adriano. Adriano Panatta, ovvio. E nel frattempo?
“A contrastarlo (Nicola, ndr), qualche volta addirittura a batterlo, vennero allora due ragazzi lombardi, Sergio Tacchini e Giordano Maioli. – racconta Gianni Clerici nella Bibbia dei tennisti, “500 anni di tennis” - Di ottima razza, di estrazione borghese, Sergio e Giordano non ebbero in dono dagli dei le armi fatate di Nicola, ma ci rappresentarono sempre con dignità. Tacchini batté addirittura Cliff Drysdale in Davis. Maioli diede una prova di grande educazione sportiva, quando un capitano, Vasco Valerio, gli attribuì responsabilità che erano soltanto effetto della cattiva conduzione della squadra”.
Tacchini e Maioli, già. I bravi ragazzi degli anni ’60, i dioscuri della transizione, i bottoni che hanno tenuto assieme due lembi del tennis italiano. In realtà, i due erano un po’ meno gemelli di quanto non li abbia dipinti Clerici. Maioli, per esempio, non è lombardo ma emiliano, visto che è nato e cresciuto a Piacenza. Però è davvero singolare che i loro percorsi terreni abbiano finito per srotolarsi paralleli come binari, depositandoli nella stessa stazione di arrivo, la poltrona di capo di un’azienda di abbigliamento sportivo, dopo una serie di fermate intermedie quasi identiche. O forse no, in tutto questo non c’è niente di singolare, perché era quasi inevitabile che due persone intelligenti e abituate a vincere ragionando finissero per diventare catalizzatori del successo sociale e commerciale che sarebbe arriso al tennis degli anni ’70, un tennis che d’altronde era un po’ anche figlio loro.
Maioli, dunque. Giocatore, dirigente, tecnico e infine industriale. Sempre all’insegna del successo. Ma con discrezione, senza niente di eclatante, di esplosivo, di rumoroso. Sempre con educazione e senso delle proporzioni, col gusto emiliano per la vita – celeberrime, e irresistibili, le sue barzellette - ma anche, come dice Clerici, con la dignitosa operosità dei lombardi. Piacenza, d’altronde, è lì, sul confine, e i piacentini sono inevitabilmente borderline a loro volta.
“Mi sono innamorato del tennis di riflesso, perché chi il tennis lo amava davvero era mio padre – racconta lui, con quel sorriso che sembra tradire al tempo stesso timidezza e furbo understatement – A me, in realtà, piaceva il tennis da tavolo e non avevo molta voglia di darmi a un altro sport. Invece mio padre insistette, mi portò in campo, mi iscrisse a una scuola. E mi contagiò. Allora non si cominciava da piccolissimi, come adesso. Si cominciava a 10-12 anni. Quel gioco mi piacque subito. E fu una fortuna”.
-Che cosa ti colpì di più, nel tennis?
“Naturalmente, la passione per uno sport è legata anche alla capacità di fare risultati. Io mi rivelai subito abbastanza in gamba. Vincevo. E vincere è bello, no? Ti motiva, ti spinge, ti ripaga dei sacrifici. Pure il fatto di essere conosciuto e apprezzato è una componente decisiva nella costruzione del rapporto fra te e quel che fai. Non importa il livello della fama: a me dava soddisfazione anche la notorietà che mi ero conquistato fin da ragazzino nella mia provincia.
“Questo gusto non mi avrebbe abbandonato neppure quando, crescendo e migliorando, sarei diventato un ‘professionista’, anche se allora non ci chiamavano così. Il fatto di girare il mondo per giocare nei tornei, di essere popolare, di ricevere applausi e sostegno, di dialogare in tante lingue mi affascinava davvero. E anche il tennis in sé era affascinante, anzi: più il livello tecnico era alto e più spinta agonistica provavo, più adrenalina mi godevo. Il momento della gara era quello della mia massima gratificazione”.
-Quando hai capito che saresti diventato forte?
“Dico la verità: abbastanza presto. A 17-18 anni ero già campione nazionale juniores e mi ero avvicinato di un bel po’ ai big. Poi son diventato prima categoria, ho cominciato a fare anche attività internazionale e, insomma, a vent’anni ero nel giro della maglia azzurra, in Coppa Davis, a contatto con mostri sacri come Pietrangeli, al quale non riuscivo a non dare del lei neppure quando ci palleggiavo insieme. Sai, lui aveva trent’anni, io dieci di meno... E poi, oh, quello era Pietrangeli! Stare in mezzo a gente come Nicola era fantastico, impagabile”.
-Sbaglio o, aldilà degli aspetti puramente sportivi di questa ‘fascination’, in te c’era l’eccitazione per il glamour del tennis, per il suo alone mondano?
“Sì, sì, un po’ anche questo. Vedi, a quell’epoca (anche se poi non era proprio così, anzi...) il tennis passava per uno sport elitario. Forse non me ne rendevo del tutto conto, ma questa componente,a ripensarci bene, ha avuto un ruolo importante nell’orientare la mia passione. E’ umano, provare sentimenti così. Sai, i club non erano molti, gli impianti pubblici erano rarissimi, e ciò contribuiva a farci sentire un pochino degli eletti anche se non lo eravamo”.
-Che tipo di giocatore eri?
“Uno regolare. Non avevo colpi superlativi. Non che mi mancasse del tutto il talento. Ne avevo a sufficienza per figurare fra i migliori italiani ma non per svettare anche in campo internazionale. Non sono mai stato fra i primi 15-20 giocatori del mondo. Non che non potessi dire la mia, in campo. A Pietrangeli potevo tenere testa, e l’ho pure battuto più di una volta, però lui era un’altra cosa e i miei successi su di lui erano più demerito suo che merito mio. Nel tennis è importante essere realisti, conoscere se stessi e l’avversario: è questo che ti consente di cogliere le occasioni che ti si presentano. Ma solo se si presentano...”
-Se ti chiedessi di paragonarti a un giocatore italiano di oggi?
“Mah, dal punto di vista tecnico direi Seppi, che non ha un talento straordinario ma fa buonissimi risultati. Volandri, invece, secondo me ha tantissimo talento ma non ha ancora raggiunto i risultati alla sua portata. Speriamo che ci riesca presto”.
-Quando hai cominciato a capire che il tennis avrebbe potuto continuare ad essere la tua vita anche quando avessi smesso di giocare?
“Beh, inizialmente non è andata proprio così. Io ho smesso di giocare ad appena 24 anni perché l’impegno era da professionista ma non così i guadagni, né l’ambiente attorno al tennis era così professionale da spingere un giovane a programmarsi un’attività futura al suo interno. Dal punto di vista economico, insomma, non c’erano né struttura né prospettive. Quindi quando mi sono messo a lavorare ho cominciato occupandomi di tutt’altra cosa”.
-Cioè?
“Di bottoni”.
-Bottoni?
“Sì, bottoni. Moda, intendiamoci”.
Logico. Anzi: inevitabile, a vederla a posteriori...
-E…
“Ci sono voluti otto anni prima che il tennis mi offrisse l’occasione di occuparmene da professionista, valorizzando l’esperienza che ormai mi ero fatto nel settore dell’abbigliamento. Fui contattato da un paio di aziende del settore, aziende che stavano crescendo grazie alla diffusione della pratica del gioco, che mi offrirono di lavorare nel settore della promozione. Accettai, perché così potevo tornare nel mio mondo, quello dello sport in generale e del tennis in particolare. Da cosa nasce cosa, e alla fine mi sono ritrovato proiettato nel cuore del business vero e proprio. Ormai il tennis aveva raggiunto ben altra dimensione rispetto ai tempi miei, e c’era bisogno di esperti che se ne occupassero in maniera professionale. La possibilità di giocare indossando indumenti colorati anziché soltanto di bianco ha rappresentato una delle svolte che hanno contribuito a sviluppare il mercato dell’abbigliamento tennistico, stimolando le aziende a competere fra loro”.
-Ed ecco l’Australian…
“Oh, intendiamoci. L’Australian è nata nel 1952… Sebbene sia sempre stata italianissima si chiama così perché già all’inizio degli anni ’50, prima cioè dei Laver, degli Hoad e dei Rosewall, erano gli australiani a dominare il mondo del tennis con Sedgman e McGregor. E poi il canguro era un bel marchio, carino, originale… Io sono entrato in azienda nel 1976 e mi ci sono trovato talmente bene che quest’anno celebreremo trent’anni di matrimonio. In tutto questo tempo non sono mancati gli alti e i bassi, com’è naturale, ma il bilancio complessivo è molto soddisfacente. Noi siamo un’azienda che trae linfa soltanto dal tennis, perché, pur producendo una linea per il tempo libero, non facciamo materiale per altre discipline sportive. E siamo contenti di questo. Anche il rapporto di sponsorizzazione che ci lega alla FIT si sta sviluppando bene, e siamo sicuri che le squadre azzurre ci forniranno un importante contributo di immagine. Per il resto, abbiamo avuto sotto contratto giocatori importanti quali Lendl, Korda, Ivanisevic, Smid, Jarryd. Tutti accordi che ho fatto io personalmente. Tra gli italiani il nostro testimonial di maggior successo è stato Paolo Canè, che specie in Coppa Davis seppe ritagliarsi spazi davvero esaltanti. Ora abbiamo molti ragazzini in gamba anche se nessun campione di primissima schiera”.
-Come scegli i giocatori cui offrire un contratto?
“C’è sempre, com’è ovvio, una componente di gusto personale. Forse certe volte pecco di autoconsiderazione, perché se mi piace come gioca un ragazzo, se mi piacciono i suoi colpi, dico, tendo a sopravvalutare questa componente rispetto a tutte le altre. Ho la presunzione di capire al volo se uno può diventare un campione, anche se so benissimo che portare i colpi con classe ed efficacia non è sufficiente, perché prima di tutto ci vuole la testa e se uno diventerà un giocatore vero è impossibile dirlo a colpo d’occhio”.
-Ma insomma, qual è la cosa migliore che pensi di aver fatto in una vita trascorsa nel tennis e per il tennis?
“Io mi sento sempre giocatore, prima di tutto. Mi è piaciuta molto anche l’esperienza di capitano non giocatore, che mi ha permesso di assistere dalla panchina il mio idolo Nicola e, in Coppa Davis, quei ragazzi che poi la Davis l’avrebbero vinta. E’ stato molto gratificante, anche perché eravamo un gruppo unito e affiatato, stavamo bene insieme e riuscivamo pure a divertirci. Sono ricordi meravigliosi. Però, ripeto, le cose più belle che mi porto dentro sono tutte legate alla mia attività di giocatore”.
Ci credereste se vi dicessi che Giordano, pur ricordando di aver guidato dalla panchina Pietrangeli, aveva dimenticato che in quell’occasione l’Italia aveva conquistato la Coppa del Re di Svezia quando questa competizione era importantissima? Era il 1972, ad Ancona, per la semifinale contro la Cecoslovacchia, alle 3 di notte c’erano ancora duemila spettatori, e mai, prima della “cena” che seguì quel romanzesco trionfo, le sue barzellette erano state altrettanto irresistibili….
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maioli
Martedì, 29 Aprile 2008 alle 23:02

WIMBLEDON: NON SI TOCCA LA DOMENICA DI MEZZO

di Angelo Mancuso
Wimbledon resta ancorata alle sue tradizioni e quindi anche all’irrinunciabile “middle sunday”: gli organizzatori hanno infatti escluso categoricamente l’ipotesi di far giocare durante la domenica che separa le due settimane dei Championships. Lo scorso anno la pioggia aveva fortemente rallentato il programma della prima settimana: Rafael Nadal aveva impiegato quattro giorni per concludere un match e Roger Federer non aveva giocato per cinque giorni. L’ultima volta che si è giocato nella domenica di mezzo risale al 2004: in quell’edizione dello Slam londinese sull’erba la pioggia fece saltare l’intero programma sia il mercoledì che il sabato costringendo così gli organizzatori a rinunciare alla tradizionale domenica di riposo per recuperare il ritardo. “Un calendario di 13 giorni ci sembra appropriato per garantire incontri di qualità - ha spiegato il direttore Ian Ritchie - malgrado quello che è successo lo scorso anno noi siamo dell’avviso conservare lo stesso schema, ne c’è ragione per cambiare”. Il torneo di Wimbledon è in programma dal 23 giugno al 6 luglio. E’ aumentato il montepremi salito a 11,8 milioni di sterline (circa 15 milioni di euro): ai vincitori del torneo maschile e di quello femminile andranno 750mila sterline (circa 950mila euro).
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wimbledon, le tradizioni, la pioggia
Lunedì, 21 Aprile 2008 alle 18:46

GALEAZZI, LA VOCE DELLA RACCHETTA

di Giancarlo Baccini
Intervista a Giampiero Galeazzi, da "SuperTennis" del giugno 2005

di Giancarlo Baccini

Giampiero Galeazzi voga verso i sessanta con la prorompente vitalità di sempre. Da 35 anni racconta lo sport con lo stesso mix di competenza e tifo, di goliardica baldanza e sensibilità umana, di humour e passione. Certe sue telecronache olimpiche sono entrate nella leggenda della televisione, e anche se oggi la nuova Rai persiste autolesionisticamente nell’affidargli ruoli da intrattenitore più che da giornalista, la sua popolarità non ne è scalfita, anzi. Non c’è emittente radiofonica che non punti sulle prodezze lessicali di un qualche suo imitatore, tanto da darti l’impressione che non ci siano più che un’unica stazione e un’unica voce, la sua. Essere imitati è una consacrazione.
Galeazzi è stato il testimone televisivo degli anni d’oro del tennis italiano. Una storia cominciata quasi per caso.
“Appena laureato tutto volevo fare meno che il giornalista. – racconta - Anzi, io i giornalisti li odiavo. Facevo canottaggio, e quando ascoltavo qualche telecronaca l’incompetenza era tale da farmi provare umiliazione. Però, come spesso succede nella vita, poi è andata a finire che ho fatto il giornalista. Dice: perché? Perché all’epoca collaboravo un po’ con il giornaletto federale, solo allo scopo di far circolare le informazioni nel nostro ambiente, e fui chiamato dal Giornale Radio regionale del Lazio per portargli i risultati di canottaggio delle gare che si facevano qui vicino a Roma, a Castelgandolfo. Sai, di canottaggio a quell’epoca nessuno sapeva niente... Così cominciai a frequentare la redazione della Rai, che stava a Via del Babuino, e rimasi folgorato da mostri quali Ciotti, Ameri, Moretti, gente che ti faceva venire i brividi per come padroneggiava il microfono. E, a dispetto dei miei progetti e di quelli di mio padre, che mi organizzava colloqui al Banco di Napoli, al Banco di Sicilia e via dicendo, finii per diventare il loro ragazzo di bottega ”.
- E il canottaggio?
“Beh, successe che, dopo aver vinto qualche titolo italiano e il Mondiale juniores di singolo, dopo aver fatto parte della squadra olimpica per Mexico ’68 ed essere stato inserito in quella per Monaco ’72, fui squalificato. Mi punirono perché mentre ero in preparazione, per 200.000 lire al mese mi misi a giocare a pallone a Maccarese, in un campionato dove c’erano avanzi di galera e ex calciatori tagliagole, e uno di questi angioletti mi ruppe un ginocchio, facendomi perdere i mondiali in programma dopo pochi giorni in Canada e mandando in fumo l’investimento che era stato fatto su di me. Lì praticamente finì la mia carriera agonistica e cominciò quella giornalistica. Moretti cominciò a portarmisi dietro in occasione dei grandi avvenimenti, e intanto scribacchiavo sui giornali. Sul ‘Messaggero’, per esempio, facevo una rubrica - ‘La vita dei Circoli romani’ - che fu la prima di questo tipo mai apparsa su un quotidiano. Credo che tu, che la inventasti, te lo ricordi bene...”.
-Mi ricordo di altre cose, che abbiamo fatto insieme al “Messaggero”...
“Eh, sì!... Le Olimpiadi. La rubrica ‘Il microfono di Galeazzi’. E poi, quando ero ormai da tempo in tv, lo scoop sul silenzio stampa degli azzurri ai Mondiali di calcio del 1982”.
-Ma il passaggio alla televisione come avvenne?
“Guarda, alla radio guai a chi mi toccava, perché da bravo ragazzo di bottega stavo sempre lì dentro, dalle 8 alle 8, e insieme a Duccio Guida lavoravo per tutti senza parlare né di soldi né di orari. Mi piaceva. Nel 1976, però, arriva la riforma della Rai. TG1 e TG2 vengono sdoppiati e tutti quelli che facevano sport decidono di andare al TG2 con Maurizio Barendson. Al TG1, invece, il direttore era Emilio Rossi, che di tutto si intendeva e interessava tranne che di sport. Rossi non voleva mai pezzi di sport, proprio come ‘La Repubblica’, che quando uscì non aveva neppure l’edizione del lunedì. Di sportivi aveva con sé solo Tito Stagno, che però stava sempre a Cortina a prendere il sole, e Sandro Petrucci. Prese pure Paolo Rosi, che però era telecronista e si rifiutava di lavorare in redazione. Insomma, serviva una ragazzo di bottega pure lì e Rossi, che mi aveva conosciuto al GR2, a un certo punto mi fa chiamare da una segretaria che mi dice: ‘Lei da domattina è in servizio al TG1’. ‘Guardi che domattina alle 6 io devo fare il giornale radio’, rispondo io. Allora la segretaria mi passa il direttore, e lui si mette a sbraitare, picchiando il pugno sul tavolo. Rossi era potente: il giorno dopo stavo al TG1. I colleghi della radio ci misero qualche tempo, a perdonarmi: sai, a quell’epoca i televisivi giravano con due automobili a testa e i radiofonici in bicicletta... E invece non è che io, lì, mi divertissi troppo. Niente macchina né bicicletta, e oltretutto facevo venti pezzi al giorno ma in onda non ne mandavano mai uno. Niente. Sul nostro tiggì lo sport era tabù. Ci volevano pesanti interventi dei commandos laziali o romanisti interni per far sì che ogni tanto si parlasse di calcio. In compenso c’era la ‘Domenica Sportiva’, che all’epoca andava ancora forte, e Tito Stagno, che la curava, mi lanciò come inviato. Andavo in giro col cappellone, ti ricordi? Ed ebbi modo di lavorare con maestri come Beppe Viola…”.
-Di tennis si occupava Guido Oddo, no? Era lui il telecronista del boom del tennis italiano.
“Sì, certo. Grande Guido… Quando veniva a Roma per gli Internazionali faceva subito l’abbonamento a qualche stabilimento balneare di Fregene, in modo da avere sempre una sdraio pronta sulla spiaggia. Se ne stava ad abbronzarsi dalle 9 alle 13, quand’era ora di venire a fare le telecronache. Amava il Foro Italico perché così vicino a Fregene e perché tanto, nella buca del Centrale, c’ero io a coprirlo sia quando lui prendeva il sole qualche minuto in più sia quando il sole calava sulle statue del Centrale e lui cominciava a essere stanco. Un gran signore, Guido. La mia carriera di voce del tennis lo devo tutta a lui”.
- Con Oddo veniste anche in Cile, quando vincemmo la Davis… O mi ricordo male?
“No, no. Non venimmo. Ce lo proibirono. Ti ricordi il casino per via di Pinochet, no? La telecronaca la facemmo via tubo, da Roma. Anzi, dovevamo registrarla per farla in differita. Solo che il sabato, quando il doppio azzurro fece il punto della vittoria, Guido fu tradito dall’emozione. Guardando in bassa frequenza Nicola che piangeva, Panatta mezzo svenuto e tutti quella gente che zompava di gioia non ce la fece a trattenersi e rivelò il trionfo in diretta con un paio d’ore di anticipo”.
-Così cominciò la tua lunga avventura…
“Sì, la conquista della Coppa proiettò il tennis nel paradiso della televisione. Prima, a parte la Davis e gli Internazionali, la Rai non faceva altro. Quando Panatta vinse Parigi mica c’era la diretta. Ma poi… Guido andò in pensione nell’81, dopo Wimbledon. Sono sicuro di essere stato il telecronista italiano con più ore di diretta sul groppone. Commentavo per sette-otto ore di seguito, giorni e giorni di seguito. E senza alcuna spalla, perché allora non usava. Ma ho avuto la fortuna di vivere dal di dentro quell’epoca fantastica. Gli italiani, Borg, McEnroe. Anni e anni in trincea: il tennis ha segnato più di qualsiasi altro sport la mia vita professionale, contribuendo a creare quello che ancora oggi è il mio personaggio. Caldo, emotivo, partecipe dell’evento che racconta, nel bene e nel male. Le lodi più belle per quell’epoca le ricevo adesso, dai quarantenni. Mi dicono: ‘Ma lo sai che la tua voce ha accompagnato la mia adolescenza? Tornavo da scuola, accendevo la televisione, e c’eri tu. Mi mettevo a studiare e quando riaccendevo c’eri ancora tu. Andavo a fare sport e quando tornavo eri sempre lì’.
“Certo, era un’altra tv. Ma la forza del tennis italiano era tale da permettere alla Davis di rompere i palinsesti, di incunearsi nei telegiornali, di prendersi i titoli d’apertura. Oggi non sarebbe più possibile. C’è la concorrenza e il palinsesto è ferreo. Però se i nostri arrivassero alle fasi finali dei tornei del Grande Slam, o facessimo una semifinale di Davis con gli Usa, sono convinto che il tennis farebbe di nuovo un gran botto anche in tv. E non basterebbe l’Olimpico per contenere tutta la gente che vorrebbe venire. La passione per il nostro sport è sempre lì: cova sotto la cenere. C’è solo bisogno di chi ci butti sopra un po’ di legna ”.
- La tua passionalità non andò esente da critiche…
“Eh, vabbè!!! E che devi fa’, in Coppa Davis? Il tifo per gli avversari? E’ logico che uno si scalda, no? Però con me la critica è sempre stata più tenera che con Guido Oddo. A lui, che pure era un telecronista di vecchio stampo, perciò il più possibile cauto e formale, non ne perdonavano una. Con me erano più indulgenti”.
- Prima di diventare telecronista il tennis lo conoscevi già bene per motivi di circolo, no?
“Certo. Oltre che esserne stato atleta, io del Circolo Canottieri Roma sono socio dalla notte dei tempi. E Canottieri Roma vuole dire Nicola Pietrangeli, Carlo della Vida, Scribani, Jacobini. Gente che ha fatto la Coppa Davis. Piccari. Tommasi. Olivieri. Più tardi Orecchio. I Bartoni. C’era più tradizione tennistica che remiera. Durante gli Internazionali venivano tutti qua, ad allenarsi. Il tennis, insomma, ce l’avevo nel sangue. Giocavo, anche. Da nc ho fatto la Coppa Italia e la Facchinetti. A naso si direbbe che tennis e canottaggio sono due sport che più diversi non si può, uno muscolare e l’altro raffinato, e invece no, ti giuro che certe volte ho visto la Madonna sulla terra rossa così come la vedevo sull’acqua. Poi magari scendevo le scalette che portano giù al fiume, sul galleggiante, e andavo lo stesso in barca”.
-Tu hai visto e giudicato quasi tutti gli sport del mondo, praticandone parecchi. Che cos’è che contraddistingue il tennis dagli altri?
“Guarda, il tennis ho avuto la fortuna di frequentarlo da vicino ai tempi dei grandissimi campioni degli anni 60 proprio qui al circolo. C’erano volte che venivano ad allenarsi gli australiani. Mi ricordo Laver ed Emerson che sotto il sole più cocente passavano ore e ore a bombardare col servizio dei cartoni di palle messi dall’altra parte della rete come bersagli. E intanto Nicola, qui, giocava a peppa fin verso le sette di sera e poi scendeva a palleggiare con il fresco. Lì cominciai a capire che il tennis non era uno sport per fighette. Poi, viaggiando e tastando con mano, ne ebbi la conferma ai quattro angoli del mondo. Il tennis non è un gioco. E’ una disciplina dura per il cervello e per il corpo.
“Credo che anche in Italia si sarebbe potuta affermare una cultura ‘all’australiana’, ma purtroppo il boom del tennis degli anni ’70 da noi fu sfruttato a fini speculativi e non sportivi. Si preferiva stipare i ragazzini in campo a pagamento anziché dedicarsi a farli crescere davvero. Chi avrebbe dovuto fare formazione si trasformò in industriale, mentre le società sportive, i circoli, si riempivano di quarantenni e toglievano i campi ai bambini. E’ allora che abbiamo perso il treno, permettendo che il solco che separava i quattro vincitori della Davis dal resto degli italiani si allargasse proprio nel momento in cui il tennis era diventato uno sport popolare. La passione che ribolliva sugli spalti del Foro Italico, dove si affollavano tifosi così accesi da far impallidire quelli del calcio, non fu mai canalizzata nella giusta direzione. Vero, non c’era un pubblico ‘wimbledoniano’, come avrebbero voluto Clerici e Tommasi, però c’era gente che magari non mangiava pur di comprarsi il biglietto. Energia pura che è andata dispersa”.
-Fra gli azzurri di oggi chi preferisci? Che ne pensi di Volandri? A chi lo paragoneresti, fra i tennisti italiani dei tempi tuoi?
“E’ molto up-and-down. Certe volte ti esalta e certe ti deprime. Mi piace, ma un po’ mi manda ai pazzi, come diciamo a Roma. Mi ricorda il soldatino Barazzutti, il cui tennis era tutto disciplina e sudore”.
-Starace?
“Grande carattere. Però quanto a tennis ha ancora dei buchi neri. E’ il carattere che gli permette di vincere a dispetto di quei buchi. In questo mi ricorda Ocleppo”.
-E le ragazze? Nessuno ne parla mai…
“Fantastiche. Lavorano in silenzio e fanno grandi risultati. Però bisogna prendere atto che la Fed Cup non è la Davis. La Davis è uguale da più di cent’anni. La Fed Cup e molto più giovane e cionostante l’hanno già cambiata mille volte. E’ questo, il loro problema”.
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galeazzi, coppa davis, fed cup
Domenica, 20 Aprile 2008 alle 21:39

SAMPRAS: A FEDERER RESTANO TRE ANNI PER VINCERE AL ROLAND GARROS

di Angelo Mancuso
“Federer ha ancora al massimo tre anni per vincere il Roland Garros”. Parola di Pete Sampras. Lex numero uno del mondo lo ha detto in un’intervista al quotidiano “The Sunday Telegraph”. Federer è stato finalista sulla terra rossa parigina nelle ultime due edizioni, battuto sempre da Rafael Nadal. Lo stesso Sampras, che ha conquistato 14 titoli dello Slam, due in più rispetto a Federer, non ha mai vinto al Roland Garros dove vanta una semifinale nel 1996. “Roger ha 26 anni ed ha ancora non più di tre stagioni per realizzare il suo sogno – spiega il trentaseienne americano – ha il gioco per riuscirci e sulla terra rossa è molto più solido di quanto lo sia stato io. Però quando avrà 29-30 anni Djokovic e Nadal saranno al loro miglior livello e per lui diventerà più difficile batterli”.
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federer, sampras, il roland garros
Domenica, 13 Aprile 2008 alle 20:23

SUPERMARIO E L'URNA MALEDETTA

di Giancarlo Baccini
Alla fine SuperMario Ancic riempie di spine la poltrona sulla quale per due giorni mi sono spremuto ed illuso, coronando il maligno disegno del Fato. Vuolsi così colà dove si puote, e neppure la solidità della nostra giovane squadra può opporsi a quanto l’ennesimo sorteggio dispettoso aveva predisposto, opponendoci in trasferta ai campioni del mondo del 2005.
A settembre la Croazia avrà l’occasione per tornare là dove i suoi grandi atleti meritano ampiamente di stare, mentre noi – che poi tanto più scarsi di loro abbiamo dimostrato di non essere - dovremo vedercela con la Lettonia per non scendere dal purgatorio del Gruppo I all’inferno del Gruppo II.
La prestazione di SuperMario non solo conferma che la guarigione dalla mononucleosi (una volta detta “malattia del bacio” ma ormai a pieno titolo degna del soprannome di “malattia del tennista”, visto che uno alla volta se la stanno prendendo tutti) restituisce al Grande Circo un giovane campione che ha tutto, ma proprio tutto, per dire la sua in questa fase di vertiginosa transizione al vertice, ma rappresenta anche un esempio da imitare per i nostri giocatori e i nostri coach. L’Italia è cresciuta tanto, però per diventare vincenti come Ancic gli spazi di miglioramento sono ancora vasti. Ci vogliono lavoro, poi altro lavoro e infine ancora tantissimo lavoro. Solo così neppure gli scherzetti londinesi del destino ci impediranno di tornare prima o poi lì dove, per valore complessivo del nostro movimento, meriteremmo di stare assai più di certi Paesi di cui l’urna, e forse non solo quella, è sempre stata amica.
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italia, croazia, ancic, sorteggio
Mercoledì, 9 Aprile 2008 alle 09:28

VENUS WILLIAMS SI FERMA: UN MISTERO LE RAGIONI DELLO STOP

di Angelo Mancuso
Mentre Serena ancora festeggia il quinto trionfo a Miami, ecco Venus che annuncia uno stop a tempo indeterminato per ragioni personali. La maggiore delle sorelle Williams nei giorni scorsi si era ritirata dal torneo di Amelia Island adducendo problemi fisici. Ora fa sapere che salterà i prossimi tornei, comprese le semifinali di Fed Cup (non ci sarà neppure Serena, entrambe si sono chiamate fuori). “Ci sono delle cose che ho bisogno di sistemare e ci sto lavorando, spero di tornare il più in fretta possibile”, si è limitata a dire la ventisettenne americana. Insomma resta il mistero. Venus, che nel 2008 vanta solo una semifinale a Bangalore (ko con Serena), assicura però di voler giocare al Roland Garros: “Certo che ci sarò, non mi piace guardare davanti alla tv”. Anche lo scorso anno Venus, attualmente numero 6 del ranking Wta, ha giocato poco: 13 tornei. Ha però centrato il suo sesto titolo dello Slam vincendo per la quarta volta a Wimbledon. Ha giocato ancora meno Serena, numero 9 Wta: 12 tornei con i successi agli Australian Open e Miami.
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venus, lo stop per ragioni personali, le williams giocano sempre meno
Lunedì, 7 Aprile 2008 alle 10:47

GIULIANO AMATO: POLITICA E TENNIS

di Giancarlo Baccini
Giuliano Amato, Ministro degli Interni, è l'uomo del giorno. Penso dunque possa essere interessante rileggere l'intervista che mi rilasciò perché venisse pubblicata sul numero di giugno 2006 del mensile federale "SuperTennis"

"MAGARI LA POLITICA
FOSSE COME IL TENNIS"

di Giancarlo Baccini


Giuliano Amato è uno di quegli uomini piccoli fuori e grandi dentro, tanto grandi da avere spazio a sufficienza per un sacco di cose. Tra le cose meno voluminose, ma non per questo meno ingombranti, che Amato si porta dentro c’è sicuramente il tennis, che egli pratica e ama sin da bambino e che oggi lo vede attivo presidente di un attivissimo Circolo, quello di Orbetello, quattro campi che stanno per diventare otto. Per parlare di tennis, il presidente Amato accetta di sottrarre, non senza ghiottoneria, uno spicchio tempo all’agrodolce arancia della politica. Le due passioni non sono, almeno in lui, inconciliabili.
“Eh, sì – racconta, per spiegare – Cominciai a giocare a tennis per strada, con un amico, quando avevo dieci-undici anni. A quell’epoca c’erano ancora strade dove due ragazzini potevano tirarsi palline con una racchetta dalle tre alle cinque del pomeriggio senza che passasse una sola macchina. Poi approdai ai campi veri e propri. Un minimo di talento ce l’avevo e arrivai a sostenere le piccole fatiche agonistiche delle competizioni fra circoli. Ci portava in giro a giocare, con la macchina, un avvocato appassionato di tennis. Talvolta ci spostavamo in autobus. Fu così che m’innamorai di questo sport.
“Certe volte, con un po’ di presunzione, penso che se avessi seriamente coltivato il tennis magari sarei potuto diventare un buon giocatore. Invece mi sono messo a fare cose diverse e così quando oggi sono in campo ho sempre la sensazione che avrei potuto far molto meglio di ciò che faccio, che non è un granché... Inoltre, invecchiando e rimanendo appassionato di tennis come sportivo oltreché come praticante, mi sono accorto che ero e sono capace di passare tre ore a guardare una partita di tennis mentre non resisterei dieci minuti davanti a una partita di calcio.
“Da italiano ho constatato, come altri, che abbiamo un grande bisogno di far emergere tutti i talenti di cui potenzialmente disponiamo e dunque di coltivare il più possibile il tennis giovanile. In fondo è stato proprio questo che mi ha spinto ad assumere la presidenza di un circolo e ad orientarlo da una parte verso l’addestramento dei più piccoli e dall’altra verso l’organizzazione di tornei che, oltre a essere spettacolari in sé, potessero funzionare da richiamo per i giovanissimi e stimolarli a dedicarsi al nostro sport. Il mio sogno è di vedere a Wimbledon, un giorno, tanti italiani quanti argentini si sono visti quest’anno al Roland Garros”.
- Cosa pensa sia mancato, al tennis italiano, perché lei potesse aver già coronato questo sogno?
“Beh, intanto va detto che abbiamo avuto una Federazione che per decine di anni ha fatto il verso al mondo della politica. Troppi litigi, troppe contrapposizioni. Questo alla lunga finisce per pesare sul funzionamento di un’istituzione. Poi per ragioni che mi sfuggono: non ho vissuto il tennis sufficientemente dall’interno. Ma, ripeto, la mia impressione è che non si sia sufficientemente coltivato il serbatoio. Infine ci sono anche fatti oggettivi che hanno avuto un loro peso. Mi spiego meglio: io sono fra quelli convinti che quando il nostro Paese era un po’ più povero si trovavano più giovani disposti a fare sul tennis una scommessa di vita. Via via che cresceva il benessere, invece, ci siamo trovati con ragazzi che imparano dal maestro e quando hanno imparato abbastanza per fare buona figura al circolo si fermano e si dedicano ad altre cose. Intendiamoci, si tratta di uno sviluppo positivo per il Paese: non sto dicendo che stavamo meglio quando eravamo poveri. Sto dicendo che quando manca la spinta “sociale” devi intervenire tu, organismo istituzionale, a promuovere fra i giovani condizioni che li ‘portino a...’.
“E’ proprio da questo punto di vista che, mi pare, c’è stata una prolungata assenza della Federazione e che soltanto di recente quest’ultima abbia modificato il suo approccio al problema, lanciando i Piani Integrati di Area. Sono stato fra i primi a verificare in concreto il buon funzionamento dei P.I.A. Ma il fatto che si sia finalmente sentita l’esigenza di dar vita a un progetto di questo tipo sta a dimostrare che prima non s’era fatto abbastanza.
“Aggiunga un terzo elemento che inconfutabilmente conta. L’effetto imitativo è importantissimo per creare attaccamento a uno sport. Se hai dei grandi campioni che stanno sulla scena mondiale questo effetto è elevato, quando li perdi i ragazzi guardano altrove. E’ capitato al tennis, ma anche ad altri sport. Pensi solo allo sci”.
- Lei che è un uomo di Stato non crede che ci sia anche una responsabilità delle istituzioni nel tenere i giovani lontano dallo sport praticato?
“Il problema c’è, e naturalmente riguarda la Scuola. La nostra è una Scuola che soltanto ora, raggiunto il traguardo dell’autonomia, grazie alle singole iniziative degli insegnati che ci credono ha cominciato – sia pur a macchia di leopardo – a riscoprire lo sport come grande fattore formativo. Ma è indiscutibilmente vero che nella nostra tradizione di Scuola centralizzata dal centro non sono mai venuti particolari impulsi perché accanto al greco, al latino o alla storia venisse coltivato e insegnato lo sport. Al di fuori di ogni retorica, lo sport è formativo da tanti punti di vista, a cominciare dal fatto che, mettendoli assieme, evita ai giovani i rischi della solitudine”.
- Tornando a noi: com’è successo che ha accettato di diventare presidente di un circolo?
“E’ successo perché io vivo in Maremma, ad Ansedonia, ormai da trent’anni. Per giocare a tennis cominciai perciò a frequentare regolarmente il club di Orbetello, dove c’era un clima particolarmente simpatico perché il circolo era, ed è, mio, dell’infermiere, del commercialista, del dottore, insomma di gente che ama il tennis ed è attaccata all’ambiente. Siamo tutte persone che con il loro volontariato hanno fatto del club un vero luogo di incontro e di vita sociale. A un certo momento i consoci me lo chiesero, e io accettai volentieri perché mi piaceva assumere un ruolo anche organizzativo, avendo nella testa l’idea di cui accennavo prima: puntare ai giovani raccordandosi con la Scuola e organizzando eventi. Ecco perché sono rimasto così soddisfatto nel vedere che l’anno scorso alla nostra scuola tennis si sono iscritti 90-100 bambini. Magari non tutti continueranno per sempre a giocare, ma se fra loro ce n’è qualcuno con delle qualità noi saremo in grado di scoprirlo e lo potremo così incoraggiare a impegnarsi a fondo.
“Per quanto riguarda i tornei internazionali, devo dire che l’iniziativa è purtroppo partita, anni addietro, in seguito a un evento doloroso. Uno dei nostri soci più in vista, il dottore commercialista Benito Grassi, morì, inaspettatamente perché era ancora giovane, facendo footing. Questo ci gettò nella costernazione, ma ci spinse anche a trovare un modo per ricordarlo. Poiché Grassi amava moltissimo il tennis, decidemmo di dar vita a un torneo importante che fosse intitolato al suo nome. Cominciammo con un torneo WTA da 10.000 dollari, trovando anche gli sponsor. Avemmo subito una buona partecipazione, con giocatrici fra la centesima e la quattrocentesima posizione in classifica mondiale, e col passare degli anni questa cosa si è consolidata. Grande interesse di pubblico. Grande capacità di gestire in modo familiare, direi quasi affettuoso, il rapporto con le giocatrici, facendole sentire a casa loro e spingendole così a ritornare ad Orbetello, magari in compagnia dei genitori, come è talvolta accaduto con qualche ragazza dell’est europeo che non disdegnava la mensa del circolo e restava volentieri anche se perdeva nei primi turni...
“Nato bene, il torneo è cresciuto meglio. Ora è diventato un bel 75.000 dollari e, in appena dieci anni, si è ritagliato un suo posticino fra i tornei di un certo rilievo nel mondo. Pensate solo alla Miskina, vincitrice dell’ultimo Roland Garros: nel 1999 la battezzammo proprio noi, anche se perse la finale contro la Dell’Angelo. L’ho ricordato poche sere fa a Gianni Clerici: una volta, mentre commentava in tv un torneo del Grande Slam insieme con Tommasi, scopersi di saperne più di loro, perché mentre loro non erano in grado di dire granché su una delle giocatrici in campo, una colombiana, io la conoscevo perfettamente. Era la Zuluaga, che aveva vinto ad Orbetello proprio quell’anno e che la mattina della finale ci aveva costretti a cucire con le nostre mani, in fretta e furia, una bandiera della Colombia perché non ce l’avevamo. Un’altra che è venuta da noi è la Schiavone. E sono venute la Pennetta e la Garbin. Adriana Serra Zanetti non si perde un’edizione e torna tutti gli anni. Certo, quelle che diventano molto forti poi non le vediamo più, ma la nostra missione è fare da ponte verso il futuro e perciò vederle approdare a un Grande Slam è una grande soddisfazione.
“Quest’anno al torneo femminile WTA abbiamo abbinato l’Europeo Under 16, del che devo ringraziare la Federazione, perché senza il suo intervento diretto non sarebbe stato possibile ottenere un torneo ufficiale di così grande importanza. Per me è la realizzazione della mia visione del tennis, perché ci troveremo a gestire un evento-chiave di quella fase in cui i giovani giocatori cominciano a passare dai tornei di categoria al grande tennis. Purtroppo per questa prima volta mi sono dovuto accontentare della prova maschile, anche perché stiamo ancora lavorando alla realizzazione di nuovi campi, ma conto di riuscire ad avere, l’anno prossimo, anche quella femminile, come d’altronde la stessa Federazione Europea vorrebbe che avvenisse”.
- Ma secondo lei ci sono affinità nella dialettica agonistica fra due giocatori che si scambiano colpi ai due lati di una rete e la dialettica politica?
“Assolutamente sì, almeno quando la dialettica politica è al suo meglio, perché quando è al suo peggio corrisponde a sport assai più brutali. Ecco, diciamo anzi che quando è al suo meglio la polemica politica ‘si merita’ di assomigliare al tennis, perché il tennis, quando è un buon tennis, è un gioco basato largamente sull’intelligenza, sulla mossa che sorprende l’avversario, sul colpo non ‘sporco’ ma pulito, limpido, chiaro che manda la palla in un punto del campo dove non arrivano le gambe dell’avversario. Il tennis ha una dinamica che sarebbe utile poter trasferire alla politica, perché nel tennis i fatti sono i fatti e non si può trasformare un fatto in un’opinione mentre il viziaccio della politica è che tende a prevalere sui fatti e a far diventare tutto opinabile. E’ vero che un tempo qualcosa del genere accadeva anche nel tennis, quando la palla cadeva nei pressi della riga, ma oggi le tecnologie che tutto vedono e ricostruiscono hanno eliminato anche questo tipo di problema”.
- Il politico Amato sino a che punto somiglia al tennista Amato?
“Beh, mi è sempre piaciuto pensare che mi chiamano il ‘Dottor Sottile’ proprio in omaggio a caratteristiche che si riflettono anche nella mia visione del tennis. Ancor oggi, a dispetto degli anni, preferisco giocare il singolo anziché il doppio proprio perché il singolo ti consente di stabilire in piena libertà d’azione una dialettica con l’avversario per poi, quando è il momento giusto, schiacciarlo”.
- Va qualche volta a rete o preferisce stare a fondo campo?
“No, no: io tendo ad andare avanti, anche se col passare degli anni mi capita sempre più spesso di essere troppo lento nell’attaccare e mi faccio cogliere a metà strada. Ma intendiamoci: adesso sto parlando soltanto di tennis...” .
- Il suo tennista preferito?
“Sono abbastanza vecchio da aver avuto la fortuna di ammirare il grande Drobny”.
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giuliano amato
Domenica, 6 Aprile 2008 alle 16:43

LA GIAPPONESE KIMIKO DATE TORNA A GIOCARE A 37 ANNI

di Angelo Mancuso
La giapponese Kimiko Date torna a giocare a 37 anni, 12 dopo il primo ritiro. Secondo quanto riportato dal quotidiano francese L’Equipe la giapponese annuncerà il suo rientro domani in una conferenza stampa. La Date recentemente è scesa in campo in un torneo di esibizione a Tokyo sfidando due sue vecchie rivali, Martina Navratilova e Steffi Graf. La Date è la miglior tennista giapponese della storia: è stata numero 4 del ranking Wta negli anni Novanta ed ha conquistato le semifinali agli Australian Open (1994), Roland Garros (1995) e Wimbledon (1996). In carriera ha vinto sette titoli Wta.
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date, il ritiro nel 1996, il rientro dopo 12 anni
Martedì, 1 Aprile 2008 alle 09:03

LA SHARAPOVA NON SFIDERA' GLI USA IN FED CUP, C'E' LA KUZNETSOVA

di Angelo Mancuso
Dopo il no delle sorelle Williams, ecco la mancata convocazione di Maria Sharapova. La russa, assente a Miami per un problema alla spalla, non giocherà la semifinale di Fed Cup in programma il 26 e 27 aprile a Mosca contro gli Stati Uniti guidati da Lindsay Davenport. Lo ha annunciato il capitano russo Shamil Tarpischev: “Avevamo raggiunto un accordo con la Sharapova e la Kuznetsova. La prima ha giocato a Tel Aviv contro Israele, la seconda sarà schierata contro gli Stati Uniti”. Il problema vero, ma il buon Tarpischev non può dirlo, è che Maria e Svetlana si detestano e non giocherebbero mai nella stessa squadra. Fortuna del capitano russo che naviga nell’abbondanza: al fianco della Kuznetsova ci saranno Anna Chakvetadze, Dinara Safina e Vera Zvonareva. In alternativa è pronta anche Elena Vesnina.
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semifinali di fed cup, niente sharapova, l'antipatia reciproca con la kuznetsova
Domenica, 30 Marzo 2008 alle 10:10

NIENTE SEMIFINALI DI FED CUP PER LE SORELLE WILLIAMS

di Angelo Mancuso
Niente semifinali di Fed Cup per le sorelle Williams. Da Miami lo annuncia Lindsay Davenport: “Ho parlato con Venus a Memphis e mi ha detto che non giocherà. Ho provato a farle cambiare idea ma lei mi ha semplicemente sorriso e mi ha risposto di no. Serena invece l’ho vista qui in Florida e anche lei mi ha detto di no”. Un brutto colpo per la squadra statunitense che il 26 ed il 27 aprile affronterà la Russia campione in carica a Mosca Con la Davenport in squadra gli Usa non perdono dal 1995, ma battere le russe in trasferta e senza le Williams sarà molto difficile per le americane. Mamma Lindsay accetta tuttavia con classe il rifiuto di Venus e Serena: “Rispetto la loro decisione”, sottolinea che dovrebbe essere affiancata da Ashley Harkleroad in singolare e da Lisa Raymond in doppio. La Russia sarà invece al gran completo: Maria Sharapova, Svetlana Kuznetsova, Anna Chakvetadze e una tra Elena Dementieva e Dinara Safina. L’altra semifinale è Cina-Spagna.
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semifinali di fed cup, il no delle williams, resta la davenport
Martedì, 25 Marzo 2008 alle 15:59

LA LOVE STORY DI LEA

di Giancarlo Baccini
Intervista con Lea Pericoli apparsa su “SuperTennis” nel 2006

di Giancarlo Baccini

Qualche settimana fa Lea Pericoli è stata insignita di un importante premio dalla Federazione Internazionale Tennis, diventando la prima donna italiana a ricevere un’onorificenza tanto prestigiosa. “Per i servizi resi al Gioco”, dice la motivazione, mirabilmente sintetizzando una vita interamente dedicata, prima da giocatrice e poi da giornalista, al nostro sport.
Certo, è quantomeno singolare che a rendere giustizia alla First Lady del tennis tricolore sia dovuta intervenire la massima organizzazione mondiale mentre l’intellighenzia nazionale l’ha sempre trattata con un pizzico di snobismo, a naso arricciato. Magari a Lea non hanno giovato, nell’inquadrare questo rapporto, la familiarità ai tempi in cui giocava e la rivalità professionale quando è diventata la prima telecronista delle cosiddette “tv private”, ma sta di fatto che sono davvero risicati, e non privi di qualche acida pennellata, i ritratti che i nostri più acclamati storici ne han tracciato nelle loro opere.
Tanto per fare un esempio, ecco le uniche righe che Gianni Clerici le ha dedicato nel suo pur voluminoso capolavoro “500 anni di tennis”:
“Per alcuni anni avevamo dovuto accontentarci di un’attenzione non solo sportiva, propiziata dall’apparire di Lea Pericoli, splendente nelle più audaci toilettes di Teddy Tinling. Il giorno prima di Wimbledon, tra i verdi fondali del club di Hurlingham, Lea appariva in tute trapuntate d’oro, sottanine piumate, trafori, reti, lamé sconvolgenti. Non mancava mai, la sua foto, sui giornali inglesi della domenica, e ci consolava un tantino della sua imminente eliminazione, perché la Pericoli fu certo più affascinante donna che grande tennista.
“Sui nostri campi rossi, di fronte ad avversarie infinitamente meno attrezzate, il suo piglio di ragazza di campagna, cresciuta tra Nairobi e Addis Abeba, era sufficiente a sgominarle tutte. Contro le amazzoni, Lea giocò qualche stupenda partita con le sue armi di autodidatta”.

Dal canto suo, in “Storia del Tennis” (1983), Rino Tommasi arriva a ridurne il ritratto a una sola riga di piombo: “Lea Pericoli ha imposto la sua superiorità e la sua personalità nei nostri confini”.
E invece Lea Pericoli è stata splendida ambasciatrice del tennis tricolore e con il suo charme, il suo calore e il suo sempre positivo entusiasmo ha giovato all’immagine del nostro movimento e alla diffusione del Gioco molto più di certi pessimisti di professione. Sebbene non sia stata forte come le eroine tricolori contemporanee, tipo Silvia Farina e Francesca Schiavone, ancor oggi chi pensa al tennis femminile italiano pensa prima di tutto a lei. Perché per la gente comune lo sport non è soltanto arida somma aritmetica di successi, non è statistica: è cuore. E la storia d’amore fra Lea e il tennis ha una grandezza epica impossibile da non avvertire nel profondo.
“Il mio amore per il tennis non ha confini. E’ stata una vera, smisurata, emozionante passione – racconta lei – La cosa che più sorprende anche me è che non accenna a diminuire. Nella vita tutto può finire, e spesso, anzi, sono proprio i grandi amori quelli che si bruciano più in fretta nel fuoco della passione. Se non ci fosse ‘sta storia con tennis io all’amore eterno avrei già smesso di crederci. Pensa che l’amo così tanto da aver deciso di smettere di giocare non appena mi sono resa conto di non essere più in grado di onorarlo a modo mio. Il giorno dopo aver vinto gli ultimi tre dei miei ventisette titoli italiani mi son detta: ‘Basta gare!’. Da allora, solo attività di club. E mai contro altre donne.”.
- Come è cominciata, la love story?
“Cominciò dopo la guerra, quando, ritornando indietro dall’Asmara dove eravamo sfollati, mio padre ci riportò ad Addis Abeba. Nel giardino della grande, splendida villa in cui andammo vidi per la prima volta un campo da tennis. Avevo nove anni. Il tennis mi folgorò subito. E’ un gioco bellissimo, in cui si assommano la forza, la tecnica, l’intelligenza, il coraggio. Non ti sazia mai. Il sabato e la domenica venivano a giocare in tanti. Notabili, ambasciatori… Stavo lì a guardare, affascinata, e aspettavo il momento giusto per fare anch’io quattro palle. Passo dopo passo, sono diventata una giocatrice ‘vera’”.
- Anche se all’epoca non c’era il professionismo, essere giocatrici ‘vere’ significava essere come le superstar di oggi, con tutto il corollario di fatica, di stress che il tennis di vertice comporta. Come si conciliava tutto questo con la pura e semplice passione amorosa?
“Come nella vita: l’amore spesso significa angoscia. Figurati!... Io ho sempre avvertito molto forte la pressione del gioco. I campionati italiani ‘dovevo’ assolutamente vincerli. Sai, all’epoca il titolo tricolore era quello più prestigioso. Te lo portavi dietro per un anno. Ci tenevamo tutti tantissimo. Pensa solo a Raul Gardini, che ci si faceva venire l’esaurimento nervoso ma che grazie alla combattività raggiungeva risultati impensabili contro avversari molto più dotati di lui. Insomma: era durissima. Ricorda che io di titoli ne ho vinti ventisette. Caprai da solo che cosa può aver comportato, a fine carriera, conquistare gli ultimi contro ragazze molto più giovani e potenti di me. Certe volte andare in campo era come accingersi a vivere in prima persona una tragedia greca. Ad aiutarmi, per fortuna, c’era il pubblico, che ha sempre tifato per me. Il segreto per farcela era in realtà la mia grande ambizione. L’ho scoperto in maturità, di essere così spaventosamente ambiziosa, e di tenere assai ai miei record, tipo quello dei chilometri percorsi in campo. Conservo ancora un articolo in cui Tommasi sosteneva che dopo due ore di gioco neppure Paola Pigni era in grado di correre come me. La forza del mio amore e della mia ambizione sono testimoniate proprio dal fatto che all’epoca correvo come un demonio mentre adesso che non gioco più sono diventata la donna più pigra del mondo. Insomma, il desiderio di primeggiare compensava l’angoscia e alimentava l’amore”.
- Oltre che per le tue doti di agonista tu, comunque, sei stata famosa anche, se non soprattutto, per lo charme che ha sempre contraddistinto la tua presenza in campo. I giornali inglesi ti mettevano in prima pagina con i tuoi celebri vestitini. Quando te li facevi fare da Teddy Tingley eri mossa dall’ambizione di figurare o da altri motivi?
“Sì, lo facevo per farmi notare, per essere diversa dalle altre. Ancor oggi non concepisco il motivo che spinge i tennisti a sembrare tutti uguali. Il tennis è uno sport che ti insegna a essere solo, a cavartela da solo. Anche il look serve a sottolineare questa unicità, questa solitudine. Io sono sempre stata una solitaria. Pensa a Panatta, che ai suoi tempi girava sempre con due-tre scagnozzi al seguito: beh, io mi sarei messa sotto a un mattone piuttosto che fare altrettanto. Tu mi hai mai visto con qualcuno al seguito?”.
- No. Però ho girato mezzo mondo con te e tutto mi sei sembrata tranne che una misantropa…
“Che c’entra? Quel che voglio dire è che ho sempre preteso di camminare con le mie gambe, non che non mi piace stare in compagnia. Non mi va di essere uniformata agli altri, e il fatto di vestirmi in modo eccentrico mi divertiva molto. Vedere la mia foto sui giornali mi piaceva. E poi, lo confesso, ero anche abbastanza furba, in questo gioco. I ‘vestitini’ me li mettevo soltanto quando sapevo che avrei vinto. Sai, col mio modo di giocare era impossibile che venissi battuta da qualcuna più debole di me, e magari qualche volta, invece, ero io a riuscire a battere qualcuna delle più forti. Così guardavo il tabellone, mi dicevo ‘qui si vince-qui si vince-qui si perde’ e sceglievo la tenuta giusta. Non si può scendere in campo coperte di piume di cigno e perdere”.
- Il fatto di essere una bella donna e di farti notare ti ha aiutata, prima in campo e poi nella vita?
“Mi ha aiutato tantissimo, perché allora, sennò, come cavolo facevi a far parlare di te? Nel tennis le donne venivano giudicate figlie di un dio minore, noiose da guardare… Invece io venivo invitata dappertutto perché giocassi nei tornei. Caraibi, Russia, Sudamerica… Manco avessi vinto Wimbledon! Viaggi che a quei tempi te li sognavi. E poi, sì, anche nella vita avere un po’ di charme aiuta. Se la scelta è fra una bella e una brutta ci sono pochi dubbi su come va a finire. Oggi comunque le donne hanno a disposizione molti mezzi per diventare più belle di quel che sono in realtà, dunque distinguersi è più difficile”.
- E’ anche per questo che sei stata fra le primissime ex-atlete che sono diventate giornaliste?
“Sì, sono stata abbastanza fortunata. Quando Montanelli fondò ‘Il Giornale’ mi chiamarono e la mia ambizione mi spinse a fare questo salto nel buio: allora non sapevo se sarei riuscita o no, anche se credevo in me stessa. Da cosa nasce cosa. E sono diventata anche la prima donna a fare delle telecronache sportive. Questo però fu una donna, a chiedermelo. Avevo un accordo con la Tv svizzera per fare dei servizi sul tennis femminile da Wimbledon, ma all’improvviso mi chiamò madame De Covingny, di TeleMontecarlo, e mi chiese di fare le telecronache di tutto il torneo. Proprio tutti i match, tutto il giorno e tutti i giorni, da sola. Lì per lì provai paura all’idea di accettare ma poi mi convinsi che era un’opportunità più unica che rara e accettai di correre questo rischio”.
- Se dovessi scegliere fra i tuoi ricordi da giocatrice e quelli da giornalista, quale diresti che è stata la parte più soddisfacente della tua vita?
“Beh, ci ho scritto su anche un libro, ‘Questa bellissima vita’, che ha vinto il Premio Bancarella Sport. Sono una donna fortunata. Ho avuto una vita meravigliosa. Ancora oggi ho delle soddisfazioni enormi. Io credo che se hai dentro una scintilla che ti fa amare le cose, che ti dà passione, tutto diventa bello. Il tennis mi ha dato grandissime soddisfazioni, specie considerando i mezzi che la natura mi aveva messo a disposizione e il fatto che mio padre non voleva che giocassi, per cui dovevo guadagnarmi da vivere lavorando. Segretaria d’azienda, ché parlavo perfettamente inglese e francese, dattilografa, pubblicità e Caroselli: tanti mestieri. Sennò dove li trovavo i soldi per andare a Wimbledon? Mica mi pagava nessuno… Però sono stata ricompensata. Pensa soltanto a questo bellissimo premio che la Federazione Internazionale ha voluto darmi! Per me è stata una gioia immensa apprendere di essere stata premiata ‘per i servizi offerti al Gioco’, scoprire che il Tennis prova riconoscenza nei miei confronti”.
- D’altronde, nel corso della tua vita hai fatto tanto anche nel campo della solidarietà, non soltanto per il Tennis…
“Sì, ma la mia attività in favore dell’Associazione per la Ricerca sul Cancro è una forma di riconoscenza verso chi mi ha aiutata a guarire da una malattia così terribile. Quando seppi di essere malata pensavo davvero di morire, e io della morte ho paura. Così, sono più di trent’anni che do il mio piccolo contributo alla lotta contro il cancro”.
- C’è qualcuno, nel tennis di oggi, in cui in qualche misura rivedi te stessa?
“No. Non del tutto, almeno. Confesso un piccolo debole per Maria Sharapova. E’ così bella, solare, dorata, ‘presente’ sul campo. Mi piace anche la Mauresmo. E mi piacciono le nostre ragazze. La Pennetta è una delizia. La Schiavone è così dinamica, così anticonvenzionale, un po’ strana forse, e complicata, comunque notevole”.
- Tu hai vissuto dal di dentro, o comunque da vicino, molte delle epoche del tennis italiano. Sapresti riassumere in poche frasi questo lungo percorso?
“Dobbiamo essere orgogliosi del nostro tennis. Nel corso della sua storia ci ha dato grandissime, bellissime soddisfazioni. Sebbene sia strano che molti dei nostri più celebri campioni – Cucelli, Nicola, io stessa – siano nati all’estero, i talenti non ci sono mai mancati, e uno diverso dall’altro. Pensa alla grinta di Gardini, all’estro ingovernabile di Beppino Merlo, alla baldanza di Panatta. Credo che abbiamo veramente dato al tennis mondiale qualcosa di molto vicino all’arte. Chiaro che ci sono gli alti e i bassi. Adesso stiamo venendo fuori da un periodo difficile piuttosto lungo, in cui fra l’altro il tennis è stato un po’ dimenticato. Non siamo i soli, intendiamoci: pensa agli inglesi, che hanno Wimbledon e un sacco di soldi ma pochissimi giocatori, sia di vertice sia di club.
“La cosa che più mi rende felice è che, sebbene le epoche da me attraversate siano davvero tante, non ho mai avuto dei nemici. Nel tennis italiano mi hanno sempre voluto tutti bene e sono rimasta fuori da ogni polemica, a cominciare da quelle politiche. Dunque mi considero una privilegiata e ho grandissima riconoscenza sia per i dirigenti di oggi che per quelli di ieri. Galgani, per esempio, mi considerava la sua reginetta e oggi, dal canto suo, Binaghi mi consente di avere un ruolo di ambasciatrice cui tengo moltissimo.
“Mi considero fortunata anche per questo: perché il tennis mi ha regalato così tanti cari amici”.
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pericoli, clerici, tommasi
Lunedì, 24 Marzo 2008 alle 11:30

LA SERBIA TRIONFA A INDIAN WELLS, MA I TIFOSI ROVINANO LA FESTA

di Angelo Mancuso
I serbi Djokovic e Ivanovic vincono a Indian Wells ma i supporters dei due giocatori rovinano il trionfo. “Il Kosovo è la Serbia”. Era la scritta che campeggiava su una bandiera esposta da una cinquantina di supporters serbi durante la finale femminile di Indian Wells tra Ana Ivanovic e Svetlana Kuznetsova. Lo striscione è stato poi rimosso prima della finale maschile tra Novak Djokovic e lo statunitense Mardy Fish su ordine degli organizzatori. Gli stessi tifosi serbi, un centinaio in tutto, hanno fischiato ripetutamente l’avversario dei loro giocatori quando questi erano al loro turno di servizio costringendo l’arbitro ad intervenire più volte. Djokovic ha fatto ripetere un punto a Fish che era stato disturbato al momento di servire. Anche la Ivanovic, al termine della finale vinta con la Kuznetsova, si è pubblicamente scusata per la maleducazione dei tifosi serbi. Più diplomatico Djokovic, il cui padre è di origini kosovare. “E’ un argomento molto delicato che non c’entra nulla con lo sport - ha detto - e quella di far rimuovere lo striscione è stata una decisione degli organizzatori”.
Quello di Indian Wells è il secondo incidente “diplomatico” in manifestazioni sportive negli ultimi giorni. Venerdì scorso il serbo Milorad Cavic era stato sospeso durante gli Europei di nuoto a Eindhoven, Olanda. Cavic si era presentato sul podio dopo aver conquistato l’oro nei 50 farfalla mostrando una bandiera serba che recava la scritta “Il Kosovo è serbo”.
Il Kosovo Ha proclamato la sua indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio scorso e il nuovo stato kosovaro è stato riconosciuto da una trentina di paesi, tra cui l’Italia, scatenando le proteste del governo serbo che considera il Kosovo come la culla della sua cultura.
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djokovic, ivanovic, la serbia e l'indipendenza del kosovo
Lunedì, 17 Marzo 2008 alle 11:20

IL DOTTOR DIVAGO

di Giancarlo Baccini
Per arricchire un pochino questo blog, che sempre più spesso risente della mancanza di tempo da dedicargli, ho pensato di riproporre di tanto in tanto qualcuna delle interviste da me realizzate per la rubrica "Io e il tennis", che compare sul mensile federale "SuperTennis". Spero che suscitino un po' di interesse nei visitatori di www.federtennis.it che non hanno avuto occasione di leggerle quando apparvero sul giornale. Per cominciare ho scelto quella che un paio di anni fa mi fu concessa dal grande Gianni Clerici.

PERMETTE? PARADOSSO DIVAGO

Quest’intervista ha rischiato di non essere raccolta. E’ infatti cominciata con una discussione, perché Clerici – Gianni Clerici, proprio lui, il più celebre e acculturato storico-collezionista-narratore della storia del tennis, il testimone oculare di quasi sessant’anni di diritti e di rovesci, l’inventore della poetica dell’autoironia, il Lombroso del tifo sportivo, il più anticonvenzionale telecronista di tutti i tempi, l’ultimo vate della lingua lombardo-ticinese, e via aggettivando – Clerici, dicevo, non riusciva proprio a ricordare l’episodio che secondo me lo descrive meglio di qualsiasi autopsia lessical-comportamentale, e a forza di discutere, con tanto di convocazione di possibili testi a carico o discarico, il tempo se ne fuggiva e non mi riusciva di fargli la prima domanda.
Cominciavo già a disperare quando la situazione, misteriosamente, si sbloccò. D’un colpo, senza alcun motivo – o forse perché sulla scena aveva fatto irruzione Rino Tommasi: chi può dirlo? - Clerici dimenticò la diatriba e mi lasciò libero di interrogarlo (ma non di smettere di interrogarmi su di lui, a dispetto delle risposte che ha dato e dei sette lustri di frequentazioni che ci legano).
- Alla fine, dopo tutti questi anni e tutte queste parole, che cos’è il tennis, per te?
“Una scusa... Un scusa per non esser diventato un grande industriale, come mio padre o mio nonno, oppure un giornalista di un certo rilievo. Una scusa per sentirmi un gigante... Nel tennis non c’è concorrenza. Come dice, il proverbio latino? ‘In regnum monoculi...’”...
- ‘Nel regno dei ciechi beato chi è orbo’?
“Sì. Io nel tennis mi ci sono nascosto. Però, intendiamoci, mi ci sono trovato benissimo! Li vedi questi signori qua? (indica Tommasi e l’amico americano di sempre, Bud Collins, i quali siedono al nostro stesso tavolo - ndr). Posso incontrarli tutti i giorni, mangiarci assieme...”
-Ti sei trovato benissimo perché ti è piaciuto l’ambiente del tennis o perché non sei stato costretto a competere in altri ambienti?
“Tutt’e due le cose. Sai, fondamentalmente io sono un vigliacco. Un vigliacco con infinito coraggio. E quindi sono un ossimoro. Una volta mi hanno domandato come vedevo il mio rapporto con Tommasi. Risposi che anche io e Rino siamo un ossimoro. Non so... Che cosa vorresti sapere, veramente?”.
-Beh, insomma, dimmi alla fin fine che cosa è diventato, ‘sto tennis, per te. I motivi che ti hanno spinto a viverlo così a lungo e così intensamente.
“Ma te l’ho detto!... E’ stato un modo per sfuggire a impegni più seri. Un limbo. E poi, scusa, scrivere di tennis può anche essere il mezzo col quale un povero si guadagna da vivere!”.
-Vuoi dirmi che non ti ha arricchito per niente?
“Mi hanno arricchito i viaggi. Le amicizie. La possibilità di vincere la mia pigrizia. Quando sto in una città per un torneo spesso finisco per andare a vedere una mostra che altrimenti non avrei visto. E insomma, sì, probabilmente il tennis mi ha arricchito”.
-E tutte le vicende umane che hai esplorato e raccontato? Personaggi, campioni, amori...”
“Sì, sì, anche quelle... Non solo nel tennis, eh? Penso allo sci di fondo, per esempio. Però in realtà io sono un giocatore fallito. Sai: il giocatore, quando si mette a giocare, pensa di fare la Coppa Davis, di vincere Wimbledon. Io a Wimbledon ho fatto il primo turno e in Coppa Davis mi hanno messo la sera e levato la mattina. Un certo signore mi fece fuori poche ore dopo la convocazione perché ero già un giovane giornalista e gli scrivevo certe cose che a confronto quello che trent’anni dopo avrei scritto su Galgani sembra un panegirico. (Segue racconto dettagliato che, su preghiera successiva, viene qui tagliato per rispetto nei confronti degli eredi dell’autore di cotanto misfatto. Segue quindi anche una lunga discettazione su che cosa voglia dire mettersi a fare il dirigente sportivo: tagliata anche questa - ndr). Una breve e misera carriera...”
-Insomma, mi stai dicendo che le innumerevoli vite che hai frequentato e vissuto non ti hanno segnato?
“Ma sì, moltissimo. Non prendermi sempre così sul serio... Sai, a me piacciono i paradossi. Io stesso sono un paradosso vivente. Rino mi ha dato un soprannome, ‘il dottor Divago’, ma io potrei anche essere chiamato Paradosso. Ecco, se vuoi darmi un nome e un cognome che mi descrivano devi chiamarmi proprio così: Paradosso di nome e Divago di cognome, Paradosso Divago. Noooo, ma certo che mi han segnato, quelle cose lì. Poi le amicizie, gli amori, nel tennis, grazie al tennis... E’ stata un’altra vita, che ho vissuto al posto di quella vera, nascondendomi dietro a questo paravento. Magari è stato meglio così”.
-Ma se tu dovessi darmi una definizione seria, non paradossale, e allo stesso tempo sintetica del tennis?...
“Denis Lalanne ha scritto sull’Equipe che è ‘una lente d’ingrandimento della vita’. Sebbene pensi che possa essere vero anche il contrario, è una definizione che faccio volentieri mia”.
- C’è qualcosa di particolare, che ricordi nella tua vita col tennis?
“Persone, tante. Alcune di notevole intelligenza. Di cultura. Gil de Kermadec, per esempio”.
-Ma insomma, se ti guardi indietro, te la senti di fare un bilancio? Sei felice oppure no?
“Ma come si fa, a dire una cosa così? Non si può mica sapere... Sei felice se hai fatto felice quelli che ti hanno incontrato nella vita. Questa è la felicità”.
-Ancora oggi giochi a tennis, però.
“Certo, perché i miei bioritmi me lo consentono. Sai, io facevo Yoga quando ancora in Italia non ne aveva sentito parlare nessuno. Lo facevo con un grande maestro che adesso è morto. e così ho smesso. Il tennis può sostituire lo yoga, perché è un’attività psicofisica di grande rilievo. A patto che tu sappia come gestirla. Se vai al club a giocare e ti arrabbi, se cerchi disperatamente di vincere non hai capito niente. Bisogna giocare con religiosa...”
-Ma questo è zen!
“Si, certo, il tennis è un momento zen. Però di recente io ho giocato tantissimo, al punto che adesso neppure il dottor Parra riesce a guarirmi dai miei dolori. Vedi, alla fine due risposte serie te le ho date. A dire la verità, mi rendo conto che non ci ho mai pensato seriamente, a tutte le cose che mi stai chiedendo. Quindi uno alla fine cerca di non prenderle in considerazione, si difende con l’ironia.”
-L’esser diventato anche telecronista ha cambiato un po’ il tuo approccio?
“Divertente, è divertente. Non solo perché alla fine puoi dire di non aver fatto soltanto lo scrittore – come Bassani e Soldati sostenevano che avrei dovuto fare, forse a ragione ma fors’anche a torto – ma perché col microfono hai l’opportunità di combinare qualche bel casino, a patto di riuscire a non diventare ripetitivo. Un po’ come quando scrivo sul giornale. Io ho la fortuna di poter scrivere quello che voglio: non parlo delle partite, a volte non do neppure il risultato. Nessuno mi dice niente e dunque questo piccolo esercizio quotidiano di scrittura può diventare divertente. Invece una telecronaca ti lega di più a quello che succede sul campo. Ma io credo sia gratificante lasciar lo stesso libero sfogo all’invenzione. Sai, ci sono già alcune tesi universitarie sul modo in cui io e Rino facciamo le telecronache. Un modo casuale, occasionale. E’ gratificante accorgerci che alla gente piace. Qui ho firmato tanti di quegli autografi da convincermi che il mio stile rende felice chi mi ascolta. Forse sono un po’ troppo altruista...”
PS – L’episodio che secondo me chiarisce tutto sul conto di Gianni Clerici, quello che lui non ricorda e sul conto del quale abbiamo discusso prima di registrare questa intervista, è accaduto nel 1971. Durante la finale degli Internazionali d’Italia fra Laver e Kodes ci fu una contestazione proprio sotto alla tribuna stampa del Centrale del Foro Italico. Né l’arbitro, né i giudici di linea né i due giocatori riuscivano a mettersi d’accordo su quale fosse il segno lasciato dalla palla. Clerici, che invece aveva visto benissimo, saltò in campo per indicare quello giusto. Era giugno, e lui portava bermuda color kaki, canottiera rossa e cappello da cacciatore bianco con tanto di striscia di leopardo. Eppure tutti si fidarono.
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Giovedì, 13 Marzo 2008 alle 12:18

DIBATTITO SUI NUOVI TORNEI NAZIONALI

di Giancarlo Baccini
Ricevo da Alessandro Tosi e pubblico:
"So che non c'entra niente ...ma come si fa a ideare una formula come quella dei nuovi tornei agonistici (dagli Open ai Quarta Categoria). Per ogni torneo sono obbligatori addirittura tre tabelloni di qualificazioni e un tabellone principale... Chi ha inventato questa formula non ha pensato che porterà al collasso dei circoli, visto che dal primo turno del primo tabellone di qualificazione alla finale ci sono 12/13 turni: quindi o si fanno durare i tornei due settimane (ma voglio vedere a quel punto come si farà a gestire la presenza contemporanea degli altri tornei e dei campionati a squadre?) oppure si fanno una marea di doppi turni, falsando palesemente il torneo e impedendo alla gente che lavora (l'80% dei Terza e Quarta Categoria) di partecipare. Forse in Federazione pensano che tutti i tesserati siano dei professionisti...
In secondo luogo questa formula di fatto rende molto difficile incontrare persone sopra classifica: soltanto 3-4 qualificati, e con 2/3 partite dure alle spalle, potranno giocarsi un positivo. Vedrete che così crollerà il numero di persone che salgono in classifica, e non tener di conto di questo incentivo è una grave mancanza.
Insomma il mio parere è che questa nuova formula non abbia alcun senso e porterà al collasso dell'attività agonistica, anche se credo che nel giro di qualche mese sarà accantonata a causa della marea di proteste che arriveranno in Federazione....Quello che mi chiedo è se le persone che impongono queste "idee innovative" abbiano mai preso una racchetta in mano..."

Risponde il Settore Organizzativo della FIT:
"L'ultima riforma del regolamento tecnico sportivo è semplicemente il completamento di un progetto che la Federazione Italiana Tennis ha avviato otto anni fa e la cui attuazione è stata confortata da un crescente gradimento da parte dei praticanti, come dimostrano in maniera inequivocabile il boom dei tesserati agonisti (che in precedenza calavano da più di un decennio) e soprattutto quello del numero delle partecipazioni ai tornei.
La riforma del regolamento è ampiamente ispirata all'innovativo sistema adottato prima in Francia e poi in Belgio e nei cantoni Svizzeri di lingua francese. I giocatori sono altamente motivati a partecipare a questo tipo di torneo perchè gli viene garantito un esordio nelle gare contro giocatori di classifica pressochè uguale, e, in caso di vittoria, gli è possibile incontrare giocatori via via meglio classificati e realizzare il famoso "positivo". Inoltre, la suddivisione verticale dei tabelloni permette la conclusione dei tornei limitatamente alle varie categorie (seconda, terza, quarta categoria ed anche ai quarta categoria non classificati). In questo modo il giocatore "medio" può trovare la propria soddisfazione vincendo il torneo della propria categoria e totalizzando più punti - dunque più promozioni in classifica - grazie ai "bonus" attribuiti dai successi intermedi.
Per quanto riguarda gli appunti tecnici, desidero osservare che il torneo organizzato con le nuove regole consta del medesimo numero di incontri rispetto ai tabelloni tradizionali (che siano ad estrazione o a selezione). Ovviamente se si concludono le sezioni, che ricordo non essere obbligatorie, verranno disputati pochi incontri in più, programmabili nei giorni finali del torneo stesso in modo da concentrare tutte le finali in contemporanea.
Per quanto riguarda la durata del torneo ed il numero dei turni, credo che si tratti di un falso problema. Infatti il torneo può essere dimensionato sulla base delle esigenze del singolo circolo, prevedendo un numero limitato di partecipanti oppure limitando il torneo ad una determinata categoria di giocatori. I circoli dovrebebro ragionare sempre più su un impegno dei campi meno massiccio e più diluito nel tempo (15 gg.) come succede in Francia. Dove sta scritto che i tornei devono durare 7 gg. e non 3 o 15 ? E' solo un'abitudine.
Tanto per fare un esempio, vorrei far notare come il torneo numericamente più grande che si organizza in Italia, ovvero il Lemon Bowl di Roma, è stato nello scorso dicembre-gennaio disputato nell'arco del medesimo tempo previsto anche negli anni precedenti, nonostante il numero degli iscritti sfosse ancora maggiore (oltre 1700). Anche all'ASD Remador di Torino è stato organizzato un torneo open indoor maschile e femminile in soli otto giorni. Entrambi i tornei sono stati organizzati tenendo conto delle nuove normative e hanno riscusso l'unanime gradimento degli atleti partecipanti.
Esistono delle grandissime potenzialità nascoste dietro a questi nuovi tornei, ed il tempo aiuterà a scoprirle tutte, ma di sicuro il Giudice Arbitro impegnato a dirigere queste manifestazioni sarà in grado di proporre incontri interessanti ed equilibrati sin dal primo turno evitando il noioso incontro che finisce 60 60 senza il divertimento di nessuno dei contendenti...
Un ulteriore vantaggio è la possibilità di cadenzare le iscrizioni e quindi consentire una maggiore partecipazione dei giocatori ai tornei. Basti pensare che prima un giocatore impegnato in un torneo open che veniva sconfitto al primo turno doveva aspettare almeno sette giorni per poter disputare un nuovo incontro. Ora invece potrà iscriversi subito in un torneo in corso di svolgimento.
Una considerazione circa i "doppi turni" E' assolutamente vero che saremo spesso di fronte a tornei che prevederanno la disputa di doppi turni, ma è anche vero che gli stessi verranno programmati dai Giudici Arbitri prevalentemente nei giorni festivi sopratutto per quanto riguarda i giocatori di classifica elevata, gia abituati ad impegni del genere. E poi, bisogna incentivare a tutti i livelli la disputa del doppio turno giornaliero (anche pomeridiano), primo perchè è formativo (anche per i più giovani), secondo perchè è la cosa che veramente consente a tutti i giocatori di fare 3 tornei alla settimana e quindi va incontro a chi lavora e studia e vuole fare in un tempo breve molti incontri e/o molti tornei.
Infine, a proposito del numero dei giocatori qualificati, è sbagliato pensare che saranno 3 o 4. Il loro numero è assolutamente proporzionale a quello dei partecipanti, perchè queste nuove regole sono molto più elestiche di quelle del passato e la loro elasticità consente di confezionare un "tabellone su misura" in base alla quantità degli iscritti, evitando il casuale ed approssimativo incasellamento dei giocatori in moduli prestabiliti".

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tornei fit, classifiche nazionali
Martedì, 11 Marzo 2008 alle 19:25

RODDICK RINUNCIA ALLE OLIMPIADI DI PECHINO?

di Angelo Mancuso
Roddick potrebbe rinunciare alle Olimpiadi di Pechino (8-24 agosto). Lo ha annunciato il network americano WUSA secondo cui il venticinquenne del Nebraska, attuale numero sei del ranking Atp, potrebbe scegliere di giocare il torneo di Washington per preparare meglio gli US Open che prenderanno il via lunedì 25 agosto, il giorno dopo la cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici. Il torneo olimpico e quello di Washington, che Roddick ha vinto tre volte (2001, 2005 e 2007) sono in calendario nella stessa settimana, a partire da lunedì 11 agosto.
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roddick, pechino, gli us open
Martedì, 11 Marzo 2008 alle 12:27

LA NAVRATILOVA RIACQUISTA LA NAZIONALITA' CECA

di Angelo Mancuso
Più di trent’anni dopo aver lasciato il suo paese natale, l’allora Cecoslovacchia, Martina Navratilova ha riacquistato la nazionalità ceca che aveva richiesto la scorsa primavera. Martina, che ha compiuto 51 anni lo scorso 18 ottobre, aveva lasciato Praga nel 1975, in piena guerra fredda, per trasferirsi negli Stati Uniti. Una decisione che la Navratilova spiegò con l’atteggiamento della sua federazione che le impediva di andare a giocare negli States, dove si svolgevano il 90% dei tornei. “Un atteggiamento che mi avrebbe impedito di continuare nella mia carriera”, dice ancora oggi Martina, che adesso ha la doppia nazionalità, avendo conservato anche quella degli Stati Uniti, di cui è diventata cittadina nel 1981. La Navratilova si è ritirata definitivamente nel settembre 2006 a quasi 50 anni. In carriera ha vinto 167 titoli di singolare (record assoluto) e 177 in doppio. Ha collezionato 59 titoli dello Slam, di cui 18 in singolare: 9 a Wimbledon (record assoluto), 4 agli Us Open, 3 agli Australian Open e 2 al Roland Garros. Tre in meno dall’australiana Margaret Smith Court, che detiene il primato (sia femminile che maschile) con 62 titoli. Martina è stata numero uno del ranking per 331 settimane e ha conquistato anche otto Federation Cup (una per la Cecoslovacchia e sette per gli Stati Uniti).
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navratilova, la fuga dalla cecoslavacchia, la nazionalità americana
Lunedì, 10 Marzo 2008 alle 18:21

IL REGNO DI FEDERER E' DESTINATO A DURARE

di Angelo Mancuso
Roger Federer è numero uno mondiale da 315 settimane consecutive (dal 2 febbraio 2004): meglio di lui solo Pete Sampras (286), Ivan Lendl (270) e Jimmy Connors (268). Lo svizzero nell’Atp Ranking, la classifica che tiene conto dei risultati degli ultimi dodici mesi, ha 6.330 contro i 5.980 del numero due Rafael Nadal. Una differenza di appena 350 punti: si tratta del margine più ristretto tra Federer e il suo più diretto inseguitore dal 10 maggio 2004. Anche allora Roger aveva sul numero due un vantaggio di 350 punti, ma alle sue spalle c’era lo statunitense Andy Roddick. Federer a quota 6.330, quindi Nadal a 5.980: lo spagnolo è numero due dal 25 luglio 2005, ovvero da 138 settimane consecutive (mai nessuno lo è stato così a lungo nella storia del tennis open). Il numero tre Novak Djokovic ha un ritardo di 1.200 punti (5.130) dal numero uno. Nonostante il distacco tra Federer e Nadal si sia assottigliato, al momento la leadership dello svizzero non corre pericoli. Nei due Masters Series in calendario nelle prossime settimane Roger deve infatti difendere pochissimi punti: 5 a Indian Wells dove lo scorso anno fu eliminato da Canas al secondo turno (al primo aveva un bye) e 75 a Miami dove lo stesso argentino lo battè al quarto turno. Sia a Nadal che a Djokovic scadono invece tantissimi punti. Lo spagnolo deve difendere la vittoria a Indian Wells (500 punti) e i quarti a Miami (125), mentre il serbo nel 2007 giocò la finale in California (350 punti) e vinse in Florida (500). Dopo i due Masters Series negli States, la stagione si sposta sulla terra rossa europea. Anche in questo caso la situazione è favorevole a Federer. Il suo rivale Nadal da tre stagioni domina sulla terra rossa vincendo praticamente tutto (Montecarlo, Barcellona, Roma, Roland Garros) e non può permettersi passi falsi. Insomma nonostante un inizio di stagione senza vittorie e la mononucleosi il regno di Federer è destinato a durare.
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federer, nadal, la lotta per il numero uno del ranking
Sabato, 1 Marzo 2008 alle 22:13

TSONGA, NISHIKORI, STAKHOVSKY: UN 2008 RICCO DI SORPRESE

di Angelo Mancuso
Sin qui il 2008 è l’anno delle sorprese nel circuito maschile. Aveva cominciato Jo-Wilfried Tsonga, ventiduenne francese di origini congolesi, raggiungendo tra lo stupore generale la finale agli Australian Open senza essere compreso tra le teste di serie. Ed in fondo una novità è stato, sempre a Melbourne, anche il ko del numero uno Federer in semifinale con Novak Djokovic, poi vincitore del torneo. Roger era sempre stato presente nelle ultime dieci finali dei tornei dello Slam. Siamo appena ad inizio marzo ed ecco due settimane fa la bella favola a lieto fine del giapponese Kei Nishikori, diciottenne allievo di Nick Bollettieri e numero 244 del mondo, che ha vinto il torneo di Delray Beach, in Florida, partendo dalle qualificazioni (era al sesto torneo nel circuito maggiore). Il primo tennista giapponese a conquistare un titolo Atp 16 anni dopo Shuzo Matsuoka che nell’aprile del 1992 vinse a Seul. Passano un paio di settimane e a Zagabria vince un altro gocatore con classifica molto bassa: si chiama Sergiy Stakhovsky, 22 anni di Kiev e numero 209 del ranking Atp. E’ stato ripescato come lucky loser ed ha vinto il suo primo titolo nel circuito maggiore. Il giovane ucraino è il primo “perdente fortunato” a conquistare un torneo Atp dal 1991: l’ultimo era stato l’argentino Christian Miniussi, che si impose a San Paolo. Prima del successo a Zagabria l’unico risultato di rilievo di Stakhovsky erano i quarti di finale a Milano nel 2005. La stagione è iniziata da due mesi e già due giocatori provenienti dalle qualificazioni hanno vinto il torneo, Nishikori e Stakhovsky appunto. Per fare un raffronto l’anno scorso è accaduto solo una volta: il belga Steve Darcis ha vinto a Amersfoort. Idem nel 2006: lo spagnolo Nicolas Almagro ha vinto a Valencia. Per trovare un altro qualificato che vince il torneo bisogna poi andare indietro fino al 2004: lo spagnolo Santiago Ventura si impose a Casablanca, il francese Jerome Haehnel a Metz.
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tsonga, nishikori, stakhovsky, 2008 anno delle sorprese
Lunedì, 25 Febbraio 2008 alle 16:20

I DUBBI DELLA DOLCE AMELIE

di Angelo Mancuso
In Francia se lo chiedono preoccupati: davvero la Mauresmo sta pensando al ritiro a 28 anni? Le dichiarazioni al quotidiano “L’Equipe” alla vigilia del torneo di Dubai, dove ha vinto nel 2002 e giocato la finale lo scorso anno, alimentano i dubbi sul futuro di Amelie: “In fondo a me stessa c’è sempre una piccola voce che mi sussurra che sarebbe meglio fermarmi - ha detto l’ex numero uno del mondo - gioco a Dubai per fare del mio meglio, ma c’è sempre quella vocina che accompagna tutti i miei sforzi. Così è difficile andare avanti”. Crisi personale più che tecnica, dunque. Sicuramente Amelie è piena di dubbi, quasi in stato confusionale. Le dichiarazioni a “L’Equipe” non lascerebbero spazio a molte interpretazioni, ma poi la stessa Mauresmo sul suo sito ufficiale scrive: “Sono motivata, farò di tutto per ritrovare il mio tennis migliore. E’ un momento difficile, ma non mi arrendo”. Due dichiarazioni che si contraddicono: da un lato la tentazione di mollare tutto, dall’altra la voglia di ritornare protagonista.
Certo è che dopo un 2006 eccezionale con due titoli dello Slam (Australian Open e Wimbledon, gli unici della carriera), e la scettro di numero uno del circuito Wta mantenuto per otto mesi, la passata stagione è stata da dimenticare, complice anche un’operazione di appendicite che l’ha bloccata nel marzo scorso tenendola fuori circa tre mesi. Anche il 2008 è iniziato male, tanto che ci si chiede se mai la Mauresmo riuscirà a tornare ai livelli di un paio di stagioni fa. Per la prima volta dopo nove anni è uscita dalle top venti (attualmente è numero 29). Agli Australian Open si è fermata al terzo turno battuta dall’australiana Casey Dellacqua, che non è un fenomeno. La scorsa settimana a Doha si è arresa alla thailandese Tamarine Tanasugarn, numero 101 del ranking: era dal 1999 che la Mauresmo non perdeva con una avversaria fuori della top cento.
In carriera ha vinto 24 titoli e del suo tennis si è innamorato il pubblico romano. Al Foro Italico dove Amelie ha disputato cinque finali, tre perse (2000, 2001, 2003) e due vinte (2004 e 2005). Di lei si è sempre detto: un grande talento spesso sprecato a causa di una tenuta mentale ballerina. Che non sia un cuor di leone e che soffra la pressione è un fatto: al Roland Garros, il torneo dei sogni di ogni francese che si rispetti, in 13 partecipazioni non è mai andata oltre i quarti di finale (due volte), perdendo spesso match incredibili proprio perché incapace di gestire la pressione che l’accompagna inevitabilmente quando gioca a Parigi. Non vederla più in campo sarebbe però un peccato: Amelie è una delle poche giocatrici divertenti e spettacolari in un circuito in cui ormai quasi tutte giocano allo stesso modo, ovvero picchiando da fondo campo. Il suo tennis non è solo potenza e accelerazioni: somiglia più ad un ricamo da artista. Forza Amelie: non ti arrendere!
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mauresmo, le voci di ritiro, 2006 da sogno, 2007 da dimenticare
Sabato, 23 Febbraio 2008 alle 17:18

STARACE E GLI INSULTI DI MARADONA: DIFFICILE ESSERE CAMPIONI FUORI DAL CAMPO

di Angelo Mancuso
Parlo anche da tifoso del Napoli: sono deluso dal comportamento di Maradona almeno quanto Starace. Potito, anche lui grande tifoso del Napoli, voleva conoscere personalmente il campione argentino che tante gioie (e qualche arrabbiatura solenne) ci ha regalato durante i suoi sette anni in maglia azzurra. Poto lo aveva dichiarato nei giorni scorsi alla stampa argentina. Invece Diego non ha trovato di meglio che insultarlo mentre era in campo a Buenos Aires opposto al numero uno argentino Nalbandian, di cui il Pibe de Oro è grande amico. Vabbene fare il tifo per il connazionale, ma gli insulti no. Bene ha fatto Starace ad andare via prima che Diego scendesse negli spogliatoi. Non per la delusione di aver perso contro Nalbandian: Poto ha manifestato a chiare lettere la sua grande amarezza per l’atteggiamento di un fuoriclasse che quando era ragazzino era stato un suo idolo ed al quale avrebbe voluto stringere la mano. L’ennesima riprova di quanto è più difficile essere campioni fuori dal campo che con un pallone al piede. E Maradona non è l’unico caso…
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starace, gl insulti di maradona, l'amarezza di poto
Martedì, 19 Febbraio 2008 alle 14:30

SAMPRAS BATTE HAAS IN ESIBIZIONE: "MA NON RIENTRO"

di Angelo Mancuso
“Non ci sono ragioni per tornare”. Firmato Pete Sampras. Eppure Pistole Pete ancora incanta quando decide di riprendere in mano la racchetta. A San Josè ha rifilato un secco 64 62 in esibizione al tedesco Tommy Haas, che non è proprio l’ultimo arrivato. Lo scorso novembre lo statunitense aveva giocato tre match di esibizione in Asia contro Roger Federer battendo il numero uno a Macao. Sampras oggi ha 36 anni e si è ritirato nel 2002 a 31. E’ uscito di scena come solo i grandi campioni sanno fare: il suo ultimo match è stato la finale vinta agli US Open contro l’amico rivale Agassi. Quel giorno, era l’8 settembre, conquistò il suo titolo dello Slam numero 14, record assoluto. E’ stato numero uno Atp per 286 settimane, ed anche questo è un record. A rientrare, però, non ci pensa neppure: “Non mi mancano le luci della ribalta e non ho bisogno di soldi - dice - la cosa complicata per me è che non ho smesso per un infortunio ma per ragioni emotive. Semplicemente non avevo più nulla da dare. Giocare mi diverte ancora, ma un conto è un’esibizione, un altro è affrontare tornei veri. Per essere competitivo nel circuito ci vogliono sacrifici e allenamento e questa è una parte della mia vita ormai alle spalle. Potrei tornare a Wimbledon e magari vincere anche qualche partita, ma non mi interessa, io ho sempre giocato per vincere i tornei, non per portare a casa qualche match o per soldi”. Una decisione probabilmente saggia: nel tennis, soprattutto maschile, i rientri clamorosi si rivelano quasi sempre un flop. Su tutti l’esempio del grande Bjorn Borg. Dovremo quindi accontentarci di rivedere Pistole Pete di tanto in tanto in esibizione: prossimo appuntamento il 10 marzo al Madison Square Garden di New York: di fronte di nuovo Federer.
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sampras, le esibizioni, i rientri clamorosi
Venerdì, 8 Febbraio 2008 alle 22:10

FED CUP: LA FRANCIA PRESENTA RECLAMO CONTRO LA CINA

di Angelo Mancuso
Russia-Usa e Cina-Spagna. Sono le semifinali di Fed Cup ma la Francia battuta dalle asiatiche non ci sta. Il capitano Georges Goven ha annunciato il reclamo della sua squadra all’Itf contro il successo delle cinesi. Colpa di un mancato controllo antidoping. Solo sette delle otto giocatrici presenti a Pechino sono state infatti sottoposte al test antidoping al termine della sfida vinta dalla Cina grazie al punto conquistato nel doppio. Mancava Shuai Peng, che dopo aver battuto sabato scorso Virginie Razzano, è stata autorizzata dalla sua squadra a partire un giorno prima per volare in Francia dove è in tabellone a Parigi nell’Open Gaz. Toccherà ora alla federazione internazionale esaminare il reclamo presentato dai francesi che chiedono la vittoria a tavolino.
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fed cup, reclamo dei francesi, cina in semifinale
Martedì, 5 Febbraio 2008 alle 12:57

L’INDIANA MIRZA DENUNCIA: "NON POSSO GIOCARE NEL MIO PAESE”

di Angelo Mancuso
Povera Sania, costretta a rinunciare al torneo di casa. L’indiana Mirza non giocherà a Bangalore, torneo in programma dal 3 al 9 marzo. La ventunenne tennista di Mumbai, numero 29 del mondo, lo ha annunciato ufficialmente: tutta colpa degli attacchi dei gruppi ultranazionalisti che da qualche anno non le danno tregua. “Tutte le volte che gioco in India si scatena un pandemonio e ci sono problemi”, la candida ammissione di Sania, che vanta un piccolo record: il 28 giugno 2003 ha vinto il doppio femminile juniores sull’erba di Wimbledon in coppia con la russa Alisa Kleybanova, diventando la prima indiana a vincere un titolo, seppure giovanile, in un torneo dello Slam.
La Mirza è di religione musulmana ma vive e veste da occidentale e questo in patria agli integralisti proprio non va giù. Già nel 2005, mentre Sania faceva parlare di sé raggiungendo a soli 18 anni gli ottavi di finale agli US Open, un gruppo islamico capeggiato da Haseeb-ul-hasan Siddiqui, temutissimo in India, le indirizzò una fatwa. Incredibile la motivazione: secondo il gruppo integralista l’abbigliamento utilizzato in campo dalla Mirza non lasciava nulla all’immaginazione e aveva un effetto negativo sulla gioventù indiana. Seguirono minacce di morte, tanto che la Mirza ha confessato di aver addirittura pensato di mollare tutto.
Un paio di anni fa la giovane tennista indiana è stata anche costretta a non giocare più in doppio al fianco dell’israeliana Shahar Peer. Una vicenda simile capitò nel 2002 al pakistano Aisam Qureshi. Faceva coppia in doppio con l’israeliano Amir Hadad, con cui raggiunse il terzo turno. Un musulmano ed un ebreo che giocavano insieme con Pakistan e Israele che non hanno rapporti diplomatici. Non ci voleva credere la federtennis pakistana: il suo presidente, il generale Syed Dilawar Abbas, si arrabbiò di brutto e gli ordinò di lasciar perdere minacciando di sospenderlo.
Nel dicembre scorso la Mirza ha avuto altri problemi: il garante delle minoranze di Hyderabad, città natale di Sania, tal Shaikh Kareemullah, ha accusato la giovane tennista di aver girato uno spot pubblicitario sul sacro suolo della moschea Mecca Masjid senza togliersi le scarpe. Apriti cielo: un insulto a tutti i musulmani, hanno tuonato i gruppi integralisti indiani. Ai quali non va giù neppure che l’occidentale Adidas abbia scelto proprio la Mirza come testimonial insieme ad altri famosi sportivi come i calciatori Kakà e Beckham. Sania è pure sfortunata: ad inizio gennaio l’hanno ripresa a Perth, in Australia, mentre si rilassava con i piedi nudi poggiati su una balaustra. Non si era però accorta che proprio ai suoi piedi sventolava una bandiera del suo paese. Un’ingenuità, ma apriti cielo: in patria la Mirza è stata accusata di oltraggio alla bandiera con tanto di denuncia da parte di alcuni suoi connazionali al Prevention of Insult to the National Honour Act. Pena prevista: tre anni di galera! Come darle torto se prima di giocare in India ci pensa non una ma cento volte…
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mirza, gli integralisti, le minacce
Domenica, 3 Febbraio 2008 alle 09:48

DAVIS E FED CUP: E' UN ALTRO SPORT

di Angelo Mancuso
Otto match e in quattro casi ha vinto la giocatrice con la classifica peggiore. La prima giornata dei quarti di finale della Fed Cup conferma una regola: giocare in Davis o Fed Cup è un altro sport e la responsabilità di difendere la maglia della propria nazione può giocare brutti scherzi. Come spiegare altrimenti gli inattesi ko della nostra Francesca Schiavone, numero 23 del ranking Wta, contro la spagnola Nuria Llagostera Vives, numero 136. Oppure l’incredibile sconfitta di Lindsay Davenport, numero 44 ma vale le top ten, con la sconosciuta tedesca Sabine Lisicki, 18 anni e numero 130 del mondo. La trentunenne americana, ex numero uno del mondo e vincitrice di tre tornei dello Slam (US Open 1998, Wimbledon 1999 e Australian Open 2000), era al rientro in Fed Cup dopo la maternità ed era imbattuta nella competizione dal 1994. Ma c’è anche la cinese Shuai Peng (n. 51) che ha superato la francese Virginie Razzano (n.27) e l’isrealiana Shahar Peer (n.17) che ha battuto la russa Dinara Safina (n.16). In questi ultimi due casi c’è da tener conto anche del fattore casa, mentre Schiavone e Davenport, le due vere sorprese in negativo, giocavano davanti ai propri sostenitori. Si è invece salvata Maria Sharapova: la russa, vincitrice agli Australian Open, era all'esordio in Fed Cup e ha agevolmente battuto l'israeliana Obziler. Non a caso la chiamano la bionda di ghiaccio...
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fed cup, davis, le sorprese
Martedì, 22 Gennaio 2008 alle 14:29

AUSTRALIAN OPEN: YOUZHNY CHE DELUSIONE!

di Angelo Mancuso
Youzhny che delusione! Faccio pubblica ammenda: lo avevo pronosticato finalista agli Australian Open, vincitore in semifinale addirittura contro il fenomeno Nadal e invece Mikhail che combina? Va ko senza attenuanti già nei quarti contro Tsonga. Merito del francese, ma anche un po’ demerito del russo che continua a sprecare il suo talento. Ha un rovescio da favola, non gli manca il fisico. Probabilmente gli mancano il cuore, la grinta: in una parola si accontenta. A questo punto visto che ho sbagliato una volta provo a rifarmi. Domani nella parte alta quarti Federer-Blake e Djokovic-Ferrer. Facile pensare ad una semifinale Federer-Djokovic. Più difficile pronosticare Novak che batte Roger. Io ci provo: Djokovic in finale con Nadal. Che ne dite?
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youzhny, il talento sprecato, ancora pronostici
Lunedì, 21 Gennaio 2008 alle 15:19

LETTERA APERTA DI SCANAGATTA

di Giancarlo Baccini
Ubaldo Scanagatta mi invia questa sua lettera aperta, indirizzata ai giocatori italiani di vertice, e mi invita a pubblicarla sul sito della FIT. Sono lieto di accontentarlo, naturalmente premettendo che, più sotto, dirò la mia

“Per favore smettetela di dire, o anche solo di pensare, che ce l’abbiamo con voi.
E’ finito un altro Slam e come sapete anche voi non è che il tennis italiano, qui in Australia, abbia brillato. Purtroppo negli Slam è una storia che si ripete. Da 30 anni, da Barazzutti ultimo semifinalista (a Parigi) nel 1978. Il nostri ultimo top-ten? Sempre Barazzutti, sempre 1978. Una donna top-ten? Mai avuta. Eppure ce ne sono state un centinaio delle nazioni più disparate e…disperate, dal 1973 a oggi. E prima.
Tante generazioni di tennisti si sono succedute, ma questo problema dei giornalisti cattivi con i giocatori italiani, si è riprodotto immancabilmente anno dopo anno.
Prima non si viveva in mondi così separati, il Club Italia da una parte, i giornalisti dall’altra. Capitava di uscire a cena insieme, di vedersi spesso. Le reciproche incomprensioni si appianavano più rapidamente, anche se non è mai mancato chi soffiasse sul fuoco.
Non è colpa vostra che siete i migliori d’Italia, quindi già molto più bravi di tantissimi, se non vincete di più. Non è facile arrivare dove siete arrivati voi. Lo sappiamo noi, lo sa la gente, lo sanno ancor meglio quelli che ci hanno provato e non ci sono riusciti.
Non è colpa vostra nemmeno se giocatori di altri Paesi ottengono risultati migliori.
Ma non è colpa neppur di noi giornalisti, inviati agli Slam dalle nostre testate giornalistiche per stendere anche bilanci comparati.
I lettori non si spiegano facilmente come mai in altri sport gli atleti italiani eccellono e nel tennis invece no.
Una volta Alberto Tomba sedeva accanto a me. Seguiva la finale junior di Andrea Gaudenzi con Enqvist al Roland Garros. Albertone trasalì quando io gli dissi: “Speriamo che un giorno Andrea riesca a salire fra i primi 20 delle classifiche mondiali…”.
“Primi 20 soltanto? Ma sarebbe un disastro! _ replicò e proseguì _ Nel tennis sento dire che arrivare fra i primi 100 è un traguardo…Ma se io fossi stato lo sciatore n.100 del mondo mi sarebbe venuta una depressione cronica e avrei smesso di sciare! Ok il tennis è praticato da molte più nazioni, molta più gente, ma insomma via…diventare il n.100 non può essere così difficile. E negli altri sport allora?”
Forse Tomba, estroverso guascone, esagerava.
Ma non esagero io, invece, quando dico che è una storia che si ripete ad ogni Slam, purtroppo, quella che i giornalisti _ chi più chi meno _ sarebbero più o meno sadicamente contenti delle vostre sconfitte. Che alcuni, addirittura, vi farebbero il tifo contro, soltanto per il gusto (?) di poter parlar male di voi…Saremmo gelosi dei vostri successi di fama e di soldi o frustrati per non aver colto gli stessi risultati da ex atleti.
Tesi mostruosamente assurde.
Provate ad immaginare che cosa significhi per un giornalista scrivere di uno sport che va in prima pagina per le vittorie dei suoi atleti anziché nelle “brevi” per le sconfitte. Quanto sia più facile essere inviato a seguire una gara di un Valentino Rossi, di una Ferrari, di un calcio o un volley campione del mondo, piuttosto che in Australia per assistere ad una debacle di 10 giocatori che perdono nei primi due turni.
Al venerdì della prima settimana qui non c’era più un italiano in gara. 23 Paesi invece erano ancora rappresentati.
Il tennis deve conquistarsi, con i gomiti, lo spazio fra le 40 discipline sportive cui il calcio lascia qualche soffio di respiro nelle mezze pagine riservate alle “varie”.
La felice eccezione l’abbiamo vissuta quest’anno quando Filippo Volandri ha battuto Gasquet, Federer e Berdych a Roma. I più felici per aver “sforato” nelle pagine più nobili dei giornali, nelle prime notizie dei tg, eravamo proprio noi vituperati giornalisti di tennis… che pure, a differenza dello stesso Volandri, del suo coach, del suo manager, dei suoi sponsor, non avevamo guadagnato mezzo euro dai suoi exploit. Solo attenzione, finalmente, solo considerazione..
Concetti, questi, espressi mille volte. Eppure non passa Slam senza che io oda le stesse recriminazioni, che io non riceva un messaggino telefonico da qualche coach che non si è dato neppure la briga di leggermi ma ha sentito dire che avrei scritto questo e quest’altro…Non so perché ma i “seminazizzania” non mancano mai. Fra i cortigiani dei giocatori ce ne sono sempre stati.
Eppure un coach che non cito per rispetto della sua privacy mi ha scritto qui in Australia: “Perchè ci hai attaccato così pesantemente?” e anche “Perché non ti informi meglio?” .
Chi scrive non può farlo in modo asettico come in un lancio di agenzia, se non si vuol far morire il lettore dagli sbadigli.
Una frase di Rino Tommasi tempo fa ha irritato tantissimi. L’ha pronunciata, nel contesto di uno di quei soliti paragoni fatti con altri Paesi più fortunati: “ “La Francia ha Gasquet e noi abbiamo Fognini!”. Non l’avesse mai detto!
Indignazione, accuse di crudeltà preconcetta, di anti-italianismo.
Capisco che sulle prime a casa Fognini possa non aver fatto piacere. Però i Fognini sono intelligenti. E per primi avranno capito che quella è la verità. Cruda ma la verità. Segnalarla è un dovere del cronista, non un vezzo.
Idem se la Francia che porta 29 giocatori all’Australian Open e noi 11, che sono tanti e anche questo va rilevato anche numeri di retroguardia non danno la soddisfazione di un top-ten. Ma le aspettative francesi su Gasquet, dacchè aveva 9 anni, e italiane su Fognini, dacchè era n.1 junior, erano purtroppo realmente diverse. E ciò senza nulla togliere a Fognini, bravissimo ragazzo, con un padre appassionatissimo e apprezzatissimo che ha investito tanto pur di aiutarlo al meglio.
Nessuno, nemmeno Tommasi, vuol mancare di rispetto a Fabio che, anche se è il n.94 e il suo coetaneo d’Oltralpe è invece n.8 , è pur sempre il migliore dei nostri giovani, quello che ha lavorato meglio e ottenuto i migliori risultati.
Mi rendo conto che a volte un’osservazione vera possa apparire malevola. Ma si deve avere la maturità per capire che quell’osservazione non sottintende necessariamente _ anzi! _ pregiudizi, malanimo, tantomeno malafede.
Smettete, per favore, di attribuire sempre cattive intenzioni a chi non vi copre di elogi. Noi abbiamo l’obbligo morale di informare l’opinione pubblica sui motivi (presunti, presumibili) per cui nel tennis non siamo vincenti come in altri sport.
Nessuno è perfetto, quindi certo non lo siamo nemmeno noi i giornalisti. Alcuni saranno più teneri, altri meno, alcuni scriveranno meglio (in tutti i sensi), altri peggio, ma ritenere insistentemente che alcuni lo facciano in malafede, o per partito preso, non solo è falso, non solo significa non conoscerli, ma significa contribuire a creare attorno a voi giocatori un sistema debole, nocivo per primo a voi stessi, meno sereno. Così vivete peggio la vostra vita agonistica, vi crea inconsciamente alibi controproducenti: “quello porta male, quell’altro spera che io perda”… “Ecco gli avvoltoi!”, alluse apertamente, e scioccamente, una volta Paolino Canè a Prato durante un match di Davis.
Alla fine questo atteggiamento vittimistico, alimentato talvolta anche dalla politica _ “Quello ce l’ha con la federazione, quindi anche con voi!” Ma chi l’ha detto? _ non favorisce nemmeno la vostra crescita mentale ed agonistica. E direi anche culturale. Una mentalità sbagliata si traduce, alla fine, in uomini e donne meno maturi, meno forti, meno in grado di reagire alle vere avversità della vita e dello sport. Quelle avversità, credetemi, non sono nascoste nella penna di un giornalista. Cercate di ricordarvelo.
Un abbraccio e forza che se vincete di più i primi ad essere contenti siamo noi
Ubaldo Scanagatta”

Se non conoscessi Ubaldo fin da quando era poco più di un ragazzino, e non sapessi bene quanta disinteressata passione per il tennis nutre, quella lettera mi sembrerebbe la classica “excusatio non petita, accusatio manifesta”. Anche perché in occasione delle mie frequentazioni con le migliori giocatrici e i migliori giocatori italiani non ho mai sentito nessuno lanciare le accuse indiscriminate di cui egli riferisce.
Ma se metterei la mano sul fuoco sul fatto che la coscienza di Ubaldo è immacolata, altrettanto non posso dire sul conto di quella di alcuni suoi colleghi. Dunque non me la sento di escludere che qualche giocatrice e qualche giocatore nutrano per loro una più che giustificata diffidenza. Il punto è che fra i giornalisti italiani che seguono il tennis ce ne sono alcuni che non si limitano – come Ubaldo, come Clerici e come la maggior parte degli altri - a fare i giornalisti e basta. C’è anche chi approfitta dello spazio che gli viene concesso dai rispettivi giornali per perseguire altri interessi e altri obiettivi.
Pensate a Tommasi, che si è addirittura candidato a diventare presidente della FIT!... Quanto può essere obiettivo uno che ha tutto l’interesse a dimostrare che le cose vanno male? E infatti eccolo cambiare di volta in volta il sistema con cui calcola l’entità del presunto “disastro italiano” per non dover ammettere, tramite il confronto fra cifre omogenee, che le cose stanno migliorando.
Pensate a Daniele Azzolini e a Stefano Semeraro, rispettivamente direttore e condirettore del giornale edito da Adriano Panatta, che lo fondò nel 2004 per tirare la volata elettorale delle sue marionette!... Vi sembra gente che può essere libera di dire cose diverse da quelle che convengono al loro padrone? E infatti sui quotidiani che danno loro ospitalità – probabilmente ignari di questo scandaloso conflitto di interessi – si sprecano i titoli che terroristicamente dipingono una realtà opposta a quella reale (“Il tennis affonda”, “Il tennis italiano a pezzi”, eccetera eccetera).
Pensate a un Lorenzo Cazzaniga il quale, oltre che pure lui condirettore dello stesso giornale di Panatta, è socio di aziende di comunicazione e di management sportivo che nutrono interessi commerciali in vari campi del tennis giocato. Interessi legittimi, intendiamoci, ma talvolta contrastanti con quelli dei giocatori o, magari, della stessa FIT.
Poiché quando scrivono sui quotidiani questi signori si guardano bene dall’informare con onestà e trasparenza i lettori degli interessi particolari di cui sono portatori, siamo di fronte a casi di clamorosa violazione della deontologia professionale che meriterebbero ben altri interventi che non queste poche righe o, come racconta Ubaldo, qualche sms di protesta... Per cui sono d’accordo col mio vecchio amico nell’auspicare un clima più disteso, ma non me la sento certo di condannare coloro che, giocatrici e giocatori in testa, ritengono che il disarmo non possa e non debba essere unilaterale.

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Lunedì, 21 Gennaio 2008 alle 04:29

AUSTRALIAN OPEN: IO PUNTO SU YOUZHNY FINALISTA

di Angelo Mancuso
MELBOURNE - Nadal-Nieminen, Tsonga-Youzhny: sono i due quarti di finale della parte bassa del tabellone agli Australian Open. Secondo molti Rafa ha la strada spianata verso la sua prima finale sul cemento in uno Slam. Io, invece, punto su Mikhail Youzhny. Magari verrò smentito già nei quarti e il russo si fa battere da Jo-Wilfried Tsonga, il sosia di Cassius Clay, ma secondo me il venticinquenne di Mosca, numero 14 del seeding, può essere la sorpresa del torneo come lo scorso anno fu Fernando Gonzalez. Ha tutto: un grande talento, un rovescio tra i più belli e incisivi del circuito. E’ più solido che in passato e ha una buona mano anche a rete. Nel 2002 vinse un incredibile match a Parigi contro Mathieu e il pubblico (Paul-Henri ne porta ancora i segni…)regalando la Coppa Davis alla sua Russia. Perdeva due set a zero e i francesi stavano già preparando il palchetto per alzare al cielo l’insalatiera d’argento al canto della Marsigliese. Mikhail gelò tutto vincendo al quinto set. Quel giorno gli venne pronosticato un futuro da campione. Invece lui si è un po’ perso per strada: solo tre titoli Atp in tornei non di primissimo piano. Vanta anche una semifinale agli US Open nel 2006, poco comunque per uno con il suo talento. Colpa della scarsa continuità: il suo tennis è bello ma un po’ ondivago. Diciamo che la luce si accende e si spegne a intermittenza. Qualche giorno fa l’ho visto all’opera contro il nostro Seppi, che ha giocato un gran match strappando al russo il primo set, andando avanti di un break nel secondo e arrendendosi solo al quarto ma lottando punto a punto. Mikhail mi è sembrato un giocatore diverso dal passato: più umile, consapevole che per vincere non basta il talento. Ci vuole testa, cuore, grinta. Quello perso contro Seppi è stato l’unico set ceduto in quattro incontri dal russo: per il resto sinora percorso netto. Anche contro il connazionale Davydenko, uno tosto, che non sarà bello da vedere ma neppure regala un quindici. Il giorno della Befana il buon Mikhail ha anche rifilato una bella lezione proprio a Nadal: nella finale di Chennai ha concesso al mancino spagnolo appena un game. Rafa ribatte che era stanco, ma rimediare un solo gioco per uno come lui… Vero è che uno Slam è tutta un’altra cosa, non fosse altro perché si gioca al meglio delle cinque partite, ma a Rafa qualche brutto pensiero può passare per la testa. Sul cemento Mikhail lo ha battuto spesso e volentieri, compreso un quarto di finale nel 2006 agli US Open. Ripeto: io punto su Youzhny finalista a Melbourne. Ma prima di Nadal c'è da battere Tsonga.
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il talento di youzhny, nel 2002 la coppa davis, sulla sua strada nadal
Domenica, 20 Gennaio 2008 alle 06:45

QUANDO L'OCCHIO DI FALCO FA CILECCA...

di Angelo Mancuso
MELBOURNE - Quando l’occhio di falco fa cilecca… Lo avevano fatto notare David Nalbandian e Peter Luczak nel corso della loro sfida sulla Vodafone Arena un paio di giorni fa: secondo loro la moviola in campo utilizzata per rivedere le chiamate dubbie non funzionava a dovere. Colpa delle zone d’ombra sul campo nel pomeriggio. Ne ha preso atto il direttore del torneo, Crai Tiley: per un’ora tra le 16.45 e le 17.45, quando c’è il sole, l’occhio di falco va a riposo, non viene utilizzato. “Se non può garantire il cento per cento della certezza allora meglio affidarsi solo al giudizio dei giudici”, ha sentenziato Tiley.
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l'occhio di falco, anche la tecnologia può fallire
Sabato, 19 Gennaio 2008 alle 02:17

BAGHDATIS SI DIFENDE: LASCIATEMI TRANQUILLO

di Angelo Mancuso
MELBOURNE - Ripreso da You Tube (ormai arriva dappertutto) abbracciato al presidente dell’Hellas Club arrestato e diffidato dal rimettere piede in Australia. Marcos Baghdatis intonava cori contro la Turchia per l’antico scontro con Cipro sulla supremazia della parte nord dell’isola. Le foto del campione cipriota cresciuto tennisticamente a Parigi alla corte di Patrick Mauratoglou e finalista due anni fa agli Australian Open, campeggia su tutti i quotidiani di Melbourne, a cominciare dal vendutissimo The Age. Guarda caso alla vigilia della sua sfida con l’eroe di casa, Lleyton Hewitt… La comunità turco-cipriota lo attacca duramente ma Marcos si difende attraverso un comunicato in cui dice: “C’è stata una grande copertura mediatica su me che apparivo su un video di You Tube. In questo video che risale al 2007 stavo dalla parte del mio Paese, Cipro, protestando contro una situazione che non viene riconosciuta dalle Nazioni Unite. Ora però vorrei concentrarmi soltanto sul torneo e chiedere a tutti di rispettare questo. Amo gli Australian Open e vorrei fare bene qui”. Chissà che ambientino lo accoglierà questa sera sulla Rod Laver Arena quando scenderà in campo contro Hewitt…
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baghdatis, cipro, turchia, melbourne, hewitt
Giovedì, 17 Gennaio 2008 alle 15:00

AUSTRALIAN OPEN: RECORD DI PRESENZE IN UNO SLAM

di Angelo Mancuso
MELBOURNE - Dicevo nei giorni scorsi che a Melbourne tutto sa di tennis in occasione dell’appuntamento con gli Australian Open. Il tennis qui è quasi una religione: uno degli sport più amati dal popolo più sportivo del mondo. Oggi a Melbourne Park è stato stabilito il record di presenze giornaliere in un torneo dello Slam: 62.885. Il precedente risaliva al primo settembre 2007, sabato: agli US Open di New York le presenze erano state 61.083. In questi primi quattro giorni di torneo si sono registrate 234.501 presenze, con un incremento di 14.845 rispetto al 2007. In nessun torneo dello Slam come quello australiano si può incontrare una miscela di razze e paesi come a Melbourne. Passeggiare oggi per i viali del complesso era quasi impossibile: una fiumana di appassionati che hanno approfittato anche della bellissima giornata di sole. Gremiti tutti i campi, dai due Centrali ai court secondari. Davvero la festa del tennis.
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melbourne e il tennis, impianti gremiti di appassionati
Martedì, 15 Gennaio 2008 alle 14:39

SANTORO, IL PRESTIGIATORE DELLA RACCHETTA

di Angelo Mancuso
MELBOURNE - Gioca sia il diritto che il rovescio a due mani e da quasi venti anni (19 per la precisione) fa impazzire gli avversari. Lui è Fabrice Santoro: 35 primavere, nato a Tahiti, nella Polinesia francese. Uno che da sempre ama sorprendere, dare spettacolo con quel suo tennis “strano”, quasi d’altri tempi, fatto di effetti speciali. Fabrice in carriera si è tolto lo sfizio di battere tre volte Pete Sampras e Andre Agassi. Se chiedete di lui a Safin, altro ex numero uno del mondo e vincitore agli Australian Open nel 2005, vi risponderà: “Quando me lo ritrovo davanti in un qualsiasi torneo mi viene voglia di uccidermi o di ucciderlo…”. Scherza Marat, ma non troppo. Non scherzava oggi Santoro che ha battuto in tre set il gigante americano John Isner. Soprattutto ha staccato Agassi nel numero di Slam giocati in carriera: 62 contro 61 dello statunitense. Il record ora è tutto suo e lo ha centrato proprio a Melbourne, dove vanta gli unici quarti di finale raggiunti in un torneo dello Slam: c’è riuscito lo scorso anno. “Vecchio io? Per il tennis mi sento ancora un ragazzino”, dice con il suo sorriso sardonico. E poi: “La passione è la chiave di ogni successo. Senza passione non si arriva da nessuna parte ed è la passione che oggi mi fa sognare ancora grandi risultati e che rende facili le cose difficili”. Una carriera lunga quella di Santoro, con 5 titoli in singolare e 24 in doppio più una vittoria in Davis nel 2001 e la voglia matta di giocare per la quarta volta le Olimpiadi a Pechino. Una moglie bellissima, Chrislaure, ex corista dell’artista francese Patrick Bruel, e una figlia, Djenae di 6 anni, che nel circuito tutti conoscono e coccolano. “Fabrice è come un virus che ti attacca il computer - racconta di lui Guy Forget, connazionale e capitano di Coppa Davis - prima di riuscire a fermarlo ha praticamente distrutto il tuo tennis…”. Detto da Forget, con cui il buon Fabrice ha in passato avuto qualche discussione, non è male. Sì, perché il suo è un gioco fatto di tocchi da prestigiatore in un tennis dove tutti o quasi picchiano a più non posso e sembrano usciti in serie da una catena di montaggio. Mercoledì lo attende la sfida con il numero uno Federer: “Da una settimana ripetevo che il mio sogno era giocare qui con Roger visto che non avrò più tante occasioni per farlo - racconta Santoro - sono davvero contento. Sfidare Federer per me è ancora più importante del record di 62 Slam giocati”. Parola di Santoro, l’eterno ragazzo che usa la racchetta come una bacchetta magica.
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santoro, i 62 slam, un gioco di tocco
Lunedì, 14 Gennaio 2008 alle 01:56

AUSTRALIAN OPEN: PARTE L’AVVENTURA…

di Angelo Mancuso
MELBOURNE - Ci siamo, parte il primo Slam della stagione. Sono sbarcato a Melbourne venerdì mattina e ho trovato, oltre a un gran caldo, una città già pronta per la festa. Oggi prima giornata degli Australian Open: hanno aperto i cancelli di Melbourne Park alle 9.30 ma già alle 8, quando sono arrivato (colpa del fuso…) c’era una gran fila di appassionati agli ingressi. Anche le prime pagine dei quotidiani locali danno grande risalto al torneo. Su The Age c’è Federer che dice di apprezzare il nuovo colore blu dei campi. Sull’Herald Sun ecco Hewitt e Venus Williams: “Power & passion” recita il titolo. La più fotografata è ovviamente Maria Sharapova, le bellissima del circuito, ma non scherza neppure mamma Davenport. The Australian ritrae Lindsay con il suo bimbo nato nel giugno scorso. Figlio o carriera? “Perché scegliere?” risponde la californiana. Per dimostrarlo eccola al ristorante dei giocatori che imbocca amorevolmente il suo Jagger in attesa di scendere in campo. Sempre su The Australian la foto più divertente: lo scozzese Andy Murray con un improbabile parrucchino rosso che ride di gusto. Questa mattina la sala stampa si è improvvisamente animata così come la player lounge ed il ristorante. Come sempre l’organizzazione è impeccabile: del resto la gentilezza e la cordialità sono qualità tipiche degli australiani. Ti colpisce la loro serenità: per le strade della città, che pure è una metropoli con tanto di grattacieli, si respira tranquillità. Nessuno ha fretta, non c’è frenesia, nessuno corre. E se corre lo fa per diletto nel verde che dà a Melbourne l’aspetto di un immenso parco. Comincia il torneo e ieri i coach si sono riuniti con i responsabili della Wta, il circuito femminile. Si è discusso della possibilità di infliggere agli allenatori le stesse sanzioni date alle giocatrici che si dopano. Giusto o no? Per il momento è solo un pour parler… Parte anche l’avventura dei nostri ragazzi: in tabellone ne abbiamo 11, 7 ragazze e 4 ragazzi. Gli Australian Open non ci hanno mai portato tanta fortuna però l’atmosfera che si respira all’interno del Club Italia è di grande tranquillità. Giocatori, giocatrici e coach fanno gruppo, la sera cenano insieme, scherzano e c’è una bella sintonia: siamo una squadra, un gruppo come si direbbe in gergo calcistico, anche se nel tennis, sport individuale per eccellenza, non è così semplice. In bocca al lupo…
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già tanto pubblico, davenport fa la mamma, i nostri fanno gruppo
Sabato, 12 Gennaio 2008 alle 05:30

A MELBOURNE TUTTO SA DI TENNIS

di Angelo Mancuso
MELBOURNE - Tornare in Australia è ogni anno una nuova emozione. Perché è una terra lontanissima dall’Europa, un altro mondo… Parti nel pieno dell’inverno di casa nostra e ti ritrovi catapultato nel caldo torrido dell’estate australe. Per chi come me ama il tennis è poi bellissimo osservare Melbourne che si prepara all’evento degli Australian Open. Atterri all’aeroporto dove sei accolto da grandi cartelloni che pubblicizzano il primo Slam della stagione. Arrivi in città e tutto sa di tennis, dei suoi protagonisti. Elizabeth Street è la lunga e bella strada alberata che dall’albergo porta alla Flinders Station: non c’è negozio o ristorante o locale che non abbia un riferimento al torneo. Fino allo scorso anno era tutto arancione e nero, i colori ufficiali del torneo. Da quest’anno si è passato al blu turchese: la città ne è tappezzata. E’ infatti cambiato il colore dei campi di gioco: due tonalità di blu (molto chic) che hanno sostituito il verde del passato. Dappertutto ci sono gigantografie dei big più acclamati, da Federer a Nadal, dalla Sharapova alla Henin. Attraversi la piazza di fronte alla Flinders Station e sei nel verde di Melbourne Park che accoglie lo splendido complesso tennistico. Di lato c’è lo Yarra, il fiume che attraversa la città. Uno spettacolo. Wimbledon è la tradizione del tennis stile british, il Roland Garros è l’eleganza che rispecchia la grandeur tipicamente francese, gli US Open sono la festa, musica a palla e lustrini. Gli Australian Open sono la libertà, i grandi spazi. Per gli aussie il tennis è quasi una religione. Un retaggio dei grandi del passato, da Laver a Rosewall, da Newcombe a Emerson, da Roche a Stolle e alla Court. Qui non vedono l’ora che si cominci. Un solo cruccio: è una vita che il titolo maschile non resta in casa. Per la precisione dal 1976, quando il baffuto Mark Edmondson sorprese tutti. Da allora solo delusioni. Anno dopo anno si continua a sperare in Lleyton Hewitt, poco amato pure in patria, per il suo stile tanto diverso dai campioni del passato, che da qualche mese si è affidato proprio ad uno di questi miti. Si tratta di Tony Roche, ex coach di Federer. Sembrava che gli organizzatori volessero dargli una mano. Il campione locale negli ultimi anni si era lamentato della superficie utilizzata a Melbourne Park: lento, secondo Lleyton, il bollente rebound ace sul quale la pallina aveva rimbalzi troppo alti. Si è passato al plexicushion, un materiale acrilico sul tipo di quello usato agli US Open. Sembrava tutto ok, ma Nadal dice che è uguale a quella dello scorso anno, mentre un certo Djokovic sottolinea che i campi gli sembrano addirittura più lenti. Questione di gusti…
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il tennis e gli australiani, melbourne, le novità dei campi
Venerdì, 4 Gennaio 2008 alle 14:49

AMARCORD (3): AUSTRALIA '77

di Giancarlo Baccini
Il 2008 ha appena emesso i suoi primi vagiti e già il tennis ha ripreso il cammino attorno al mondo, ricominciando, com’è ovvio, da là dove fa caldo. Fra qualche giorno, poi, tutti convergeranno a Melbourne per il primo grande appuntamento della stagione. Invidio i giocatori, i giornalisti e tutti coloro che si apprestano a raggiungere quel meraviglioso Paese che è l’Australia, bellissimo e abitato da gente serena nel cui DNA predominano i geni che trasmettono l’amore per lo sport e per i suoi valori. Per noi del tennis, poi, l’Australia è il Paese delle 28 Coppe Davis, di Laver e di Rosewall, di Hoad e di Newcombe, di Margaret Court-Smith e di Evonne Goolagong, una specie di Mecca da visitare con religioso fervore almeno una volta nella vita.
Io ci sono stato un bel po’ di volte, ma adesso non ci vado da oltre dieci anni e ne sento forte la nostalgia. Conosco Sydney e Melbourne, Adelaide e Perth, Port Douglas e le isole della Grande Barriera Corallina. Un giorno, durante un pazzesco viaggio aereo di 36 ore filate da Città del Messico a una cittadina del nordest chiamata McKay, sono persino atterrato a Rockhampton, la città natale di Laver, e se invece di ridecollare subito mi avessero lasciato sbarcare giuro che appena sceso mi sarei inginocchiato per baciare il suolo.
Ricordo ancora con grande emozione la prima volta che andai in Australia. Era il dicembre del 1977, l’occasione la seconda tappa dell’epopea della Nazionale che l’anno prima aveva conquistato la Coppa Davis in Cile. Gli azzurri si erano qualificati per la seconda delle loro quattro finali in cinque anni grazie a un facile successo a Baastad con la Svezia priva di Borg, a una rissosa vittoria per 3-2 in terra di Spagna (l’evento merita un breve excursus: Zugarelli si rifiutò di subentrare a Panatta a risultato acquisito e Adriano, indispettito, si fece battere 61 60 dallo sconosciuto Soler; il pubblico di Barcellona reagì male, insultandolo, e quando qualcuno osò dargli addirittura una cuscinata sulla testa Panatta si tuffò fra la folla come un missile terra-aria, scatenando un parapiglia che quasi tutti i giornalisti italiani condannarono inzuppando la penna nell’ipocrisia), e a una mezza passeggiata romana contro la Francia.
23 ore di volo, comprensive di due tramonti, ci portarono a Sydney dopo scali a Bahrein, Bombay, Bangkok e Singapore. Eravamo i soliti, con in più l’esordiente Oliviero Beha. Stavolta c’era anche Guido Oddo, il telecronista che la Rai aveva lasciato a casa in occasione della finale dell’anno prima. Oddo, maniaco dell’abbronzatura, salì in aereo nero di lampada e atterrò pallido e scolorito, beccandosi micidiali sfottò, ma poi ebbe modo di rifarsi sulla mitica spiaggia dei surfisti, Bondi Beach.
Nonostante l’enorme vantaggio orario sull’Italia (10 ore), posate le valigie andammo subito allo stadio White City, che all’epoca ospitava anche l’Open d’Australia (ad anni alterni: l’altra sede era Melbourne), per vedere gli allenamenti degli azzurri e raccogliere materiale per i nostri articoli. Trovammo un Nicola Pietrangeli molto nervoso, e non soltanto per le fastidiosissime mosche cavalline che imperversavano dovunque, costringendoci a spalmarci di un semi-inutile liquido repellente. Quella sarebbe stata la sua ultima panchina di capitano e lui, che viveva da giorni a fianco dei congiurati, lo sospettava già. Ci rilasciò dichiarazioni pepate, che edulcorammo per amicizia ma che comunque contribuirono a complicare le cose.
Furono giorni caldi, e non solo per via dell’estate australe. Sydney si rivelò bellissima, la città più bella del mondo, e irresistibile, popolata da gente meravigliosa (tutti tipo Crocodile Dundee, anche le possenti donne) e ricca di attrattive: acquari, musei, ristoranti raffinati e carissimi (Eliza’s nel quartiere di Double Bay, soprannominato “double pay” per via dei prezzi), quartieri a luci rosse, spiagge, battelli, squali ed altri spettacolari animali.
Anche la finale fu caldissima. Nel primo match Panatta prese un liscio e busso memorabile da Tony Roche e subito dopo Barazzutti, a causa delle baruffe della vigilia preferito a Zugarelli nonostante si giocasse sull’erba, non fece più di un set contro Alexander. Sembrava già finita perché il doppio australiano, Alexander-Dent, era uno dei più forti del mondo, e invece Adriano e Bertolucci giocarono forse la più bella delle loro partite e li batterono tre set a zero.
A quel punto l’Italia intera si mobilitò per assistere in diretta, nella notte fra sabato e domenica, agli ultimi due singolari. Gruppi di amici si riunirono davanti al televisore, muniti di cibarie e sigarette, per vivere di persona le emozioni che grazie ai satelliti quel confronto avrebbe proposto loro da 18.000 chilometri di distanza. Panatta perse il primo set ma poi ribaltò l’esito dell’incontro e si portò avanti per 2-1. In Italia quasi albeggiava ma il tifo era alle stelle. A quel punto, però, il tempo si guastò. A White City si alzò un vento capriccioso e fastidioso, una raffica di qua e una di là, con velocità sempre diverse. Sia Alexander sia Panatta, entrambi molto alti, lo pativano quando si trovavano al servizio. Adriano, però, lo patì un po’ di più, e perse i successivi due set 8-6 e 11-9 (all’epoca in Davis non c’era ancora il tie break). Il sogno di un bis mondiale svanì così, in una caliginosa serata australiana e nel corrispondente mattino italiano, lasciandoci ancor più amaro in bocca perché nell’inutile match successivo Barazzutti dimostrò di poter tenere testa a Roche prima che la notte li fermasse sul 12-12 nel primo set.
A ripensarci oggi, credo che nel nostro Paese il tennis abbia toccato proprio in quei giorni il vertice massimo della sua popolarità. All’epoca non c’era ancora l’Auditel (la Rai era monopolista), ma nonostante fossero gli anni dei trionfi di Lauda con la Ferrari do per certo che nei gusti degli sportivi e negli spazi di cui godeva il tennis era secondo soltanto al calcio e sopravanzava la Formula 1. Poi vennero la cacciata di Pietrangeli e il patetico tracollo di Budapest. La magìa di quella squadra si era incrinata a Sydney e neppure le finali del ’79 a San Francisco e dell’80 a Praga furono sufficienti a ricostruire l’incanto della vigilia australiana.
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Venerdì, 4 Gennaio 2008 alle 12:04

NADAL, KUZNETSOVA E GLI ETERNI SECONDI…

di Angelo Mancuso
Un giorno Alexander Nikolic, il coach che rese grande Varese nel basket, disse: “Sveglia ragazzi, nessuno ricorda i secondi”. Ma non è vero. Nadal è numero due della classifica mondiale dietro Federer da due anni e mezzo, per la precisione dal 25 luglio 2005. Mai nessuno lo è stato così a lungo nella storia del tennis open. Rafa domina da tre stagioni sulla terra rossa (dal 2005 vince di fila Montecarlo, Roma e Parigi) ma è vulnerabile sul cemento e di sorpassare Federer non se ne parla. Eppure piace più di Roger. Lo svizzero è rispettato e temuto, il mancino spagnolo è amato per la sua spontaneità. Tra le donne attualmente la numero due dietro la predestinata Justine Henin è Svetlana Kuznetsova: sei finali disputate nel 2007 e un solo titolo vinto a New Haven (poca roba) per ritiro dell’avversaria. Nel 2004, quando aveva solo 19 anni, la russa trionfò a sorpresa agli US Open. Da allora Svetlana ha collezionato altre due finali di Slam senza però bissare quel successo. Seconda dietro la talentuosa Henin nel ranking Wta e seconda dietro la connazionale Maria Sharapova per popolarità.
Il tennis offre altri esempi di secondi per vocazione. Gottfried Alexander Walter Kurt von Kramm era alto, bello, biondo e apparteneva all’antica nobiltà tedesca: ebbe la sventura di doversi misurare negli anni Trenta con avversari come Fred Perry e Donald Budge. Per tre anni consecutivi fu finalista a Wimbledon perdendo incontri indimenticabili contro l’inglese Perry nel 1935 e nel 1936. L’anno seguente perse in finale contro lo statunitense Budge sia a Wimbledon che agli US Open. Nel 1935 fu sconfitto in finale al Roland Garros ancora da Perry ma si prese la rivincita l’anno dopo battendo il britannico e vincendo il suo secondo titolo parigino dopo quello del 1934. Giusto per non smentire la sua fama di magnifico perdente von Cramm fu protagonista nel 1937 in Coppa Davis di un’incredibile sfida con Budge: il tedesco conduceva 4-1 nel quinto e decisivo set ma finì col perdere 8-6 al termine di un match considerato come uno dei più belli della storia del tennis. Budge poi raccontò che von Cramm aveva ricevuto una telefonata da Hitler prima del match ed era impallidito. Negli anni Settanta l’estroverso Gerulaitis perse 16 volte su 16 con Bjorn Borg. Con il suo proverbiale senso dell’humour l’indimenticabile Vitas se la cavò dicendo: “Deve ancora nascere l’uomo capace di battermi per 17 volte di fila…”. E’ andata appena meglio a Roddick che in 16 sfide ha battuto solo una volta Federer (Roger si è imposto nelle ultime 11 sfide). Andy ne sta facendo una malattia… Goran Ivanisevic, altro ex numero due storico dietro l’inarrivabile Sampras, prima di coronare il suo sogno di vincere a Wimbledon perse tre finali (due con Pete Sampras, una con Andre Agassi). Quando nel 2001 conquistò il titolo ai Championships battendo Pat Rafter tutto il mondo (australiani a parte) faceva il tifo per Goran, magnifico mix di talento e follia applicato al tennis: era entrato in tabellone grazie ad una wild card. Nell’agosto 2003 la Clijsters, sempre o quasi un passo dietro la connazionale Henin, salì in vetta alla classifica mondiale: la prima ed unica numero uno a non aver mai vinto uno Slam. La belga si prese la sua bella rivincita nel 2005 trionfando agli US Open, ma quello resta il suo unico successo in uno Slam dopo quattro finali perse.
Il secondo per definizione resta però Raymond Poulidor, ciclista francese che trovò sulla sua strada prima Anquetil e poi Merckx. Risultato: in bacheca vanta una Sanremo, ma anche otto podii al Tour de France senza mai un giorno in maglia gialla. Lo sconfitto più amato dalla gente. Non scherza neppure il nostro Tano Belloni: negli anni Venti vinse un Giro, tre Lombardia e due Sanremo. Tutti però lo ricordano come il secondo per definizione visto che davanti aveva un certo Costante Girardengo. Non male anche Jan Ullrich: vinse quasi da esordiente un Tour nel 1997, poi cinque volte secondo (una dietro Pantani) sbattendo in pieno nell’era Armstrong. E che dire di Claudio Chiappucci, eroe sfortunato degli anni Novanta: sul podio tre volte al Giro d’Italia e al Tour, secondo al Lombardia nel 1992 e 1994 e al mondiale sempre nel 1994. Amatissimo il pilota inglese di Formula Uno Stirling Moss: 4 volte secondo senza mai vincere un mondiale. Oppure Jean Alesi, che conquistò il primo successo in una gara dopo aver collezionato 16 secondi posti. Nell’atletica due sprinter, il namibiano Frank Fredericks e la giamaicana Marlene Ottey, hanno in bacheca rispettivamente 7 e 13 medaglie d’argento fra Olimpiadi e Mondiali ma neppure un oro. L’americana Shirley Babashoff ha fatto la storia del nuoto eppure non ha mai conquistato ori olimpici individuali. Detiene però il record di argenti: 7 tra il 1972 e il 1976 con due soli ori ma nelle staffette. Lo stesso destino di un’altra delle regine del nuoto mondiale, l’affascinante tedesca Franziska van Almsick. Protagonista ai mondiali ma zero ori ai Giochi: tra il 1992 e il 2004 ha collezionato dieci medaglie, quattro d’argento e sei di bronzo.
Esempi di splendidi secondi ci sono negli sport di squadra. Su tutti la grande Olanda del calcio totale di Joahn Crujff guidata da Rinus Michels: due finali contro i padroni di casa ai Mondiali (Germania 1974 e Argentina 1978) entrambe perse ma incantando per il gioco. Stesso destino della grande Ungheria: due finali mondiali perse (1938 e 1954) tra gli applausi. Sempre nel calcio si è fatto la fama di eterno secondo un certo Hector Cooper. Da allenatore dell’Inter si è visto sfilare via dalla Juventus un incredibile scudetto franando a Roma contro la Lazio il 5 maggio 2002: una data che gli interisti ricordano come un incubo. Il buon Hector prima aveva perso due finali di coppa sulle panchine di Maiorca e Valencia. Vincere è importante ma non è tutto. Piacciono i primi ma amiamo i secondi, quelli che lottano fino all’ultimo istante. Come Nadal. E poi non è detto che prima o poi Rafa non scavalchi il suo rivale Federer al quale da un paio di anni nega la gioia del Grande Slam battendolo a Parigi. Djokovic permettendo…
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nadal e kuznetsova numeri due, poulidor e gli eterni secondi
Venerdì, 28 Dicembre 2007 alle 18:54

IL DOLCE FAR NIENTE DELL'ATP

di Giancarlo Baccini
Alcuni giorni dopo la diffusione della notizia in Italia, l’Atp ha confermato ieri, 27 dicembre, le sanzioni patteggiate con Potito Starace e Daniele Bracciali per la grottesca vicenda delle poche decine di euro da loro puntate circa due anni fa su un sito di scommesse online. La conferma è arrivata con un lungo comunicato che aveva quale principale scopo quello di difendersi dall’accusa di aver perseguito con sospetto ritardo il comportamento non regolamentare dei due giocatori azzurri. Tale ritardo, a parere di noi della FIT e di molti osservatori indipendenti, stava infatti a indicare che le sproporzionate sospensioni altro non erano state che il patetico tentativo di nascondere sotto una foglia di fico l’evidente incapacità dell’Atp di individuare e punire i colpevoli del vero scandalo: le partite truccate.
“The Atp dismisses in the strongest terms claims made by both players and the Italian Federation that the Atp had deliberately held back these cases, recita il comunicato. E per dimostrare l’infondatezza delle accuse italiane, l’Atp spiega di aver ricevuto la “notizia di reato” soltanto nell’agosto del 2007 a seguito di un accordo firmato nel gennaio dello stesso anno con l’ESSA, l’ associazione che riunisce le più grandi società europee di scommesse.
Purtroppo per i suoi maldestri comunicatori, poco oltre l’Atp si dà però la zappa sui piedi, perché il vicepresidente addetto alle Regole e alla Competizione, David Bradshaw, dichiara letteralmente: “Il Programma Anti Corruzione, costantemente comunicato ai giocatori, indica in modo chiaro e non ambiguo che lo scommettere sul tennis da parte dei giocatori o del loro staff non è tollerato. E’ sempre stato così sin da quando è nato l’Atp Tour, nel 1990”. Incredibile ma vero: con queste parole Bradshaw mette nero su bianco che dal 1990, anno in cui le scommesse sono state espressamente proibite, al gennaio del 2007, quando è stato siglato l’accordo con la ESSA, l’Atp non ha fatto nulla per controllare se le sue regole venivano rispettate o no. Tant'è vero che le antidiluviane scommessine di Starace e Bracciali non erano state scoperte. E’ l’ammissione di una colpa molto più grave di quella di aver fatto finta di niente di fronte alla scoperta di piccole ed innocue infrazioni: è l’ammissione che per 17 lunghissimi anni chi doveva far rispettare le regole ha passato il tempo a girare i pollici…
Con controllori così era inevitabile che fra i controllandi qualcuno si convincesse di potersi impunemente spingere fino a truccare le partite. O magari, allargando il discorso ad altre forme di frode sportiva, fino a doparsi senza timore di venire scoperto.
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Sabato, 22 Dicembre 2007 alle 15:33

L'ONESTA' DEGLI ITALIANI

di Giancarlo Baccini
Sapete che vi dico? Non tutto il male vien per nuocere. Perché, alla fin fine, l’unica cosa chiara che finora si sa sul fenomeno delle scommesse è la seguente: Starace, Bracciali e Di Mauro non hanno mai truccato una partita né sfruttato informazioni “riservate” sul conto dei propri colleghi per far soldi puntando. Sono, insomma, tre persone oneste che si sono macchiate di una (secondo me) imperdonabile leggerezza, e che quando hanno scoperto l’errore hanno prontamente smesso di scommettere.
Da appassionato di tennis mi auguro che l’ATP accerti che nessuno si è mai reso colpevole di corruzione, cioè del crimine peggiore di cui, assieme al doping, uno sportivo possa macchiarsi. Da lettore di giornali temo invece che non sarà così. Ed è anche per questo che, paradossalmente, ritengo positivo il fatto che i nostri tre ragazzi siano già usciti dall’inchiesta con punizioni, sì, ingiustamente pesanti ma anche con la patente di persona per bene. Sono almeno una ventina, stando ai “si dice”, quelli che dovrebbero vedersela più brutta. E ci sarà gente di molte nazionalità diverse…
A chi si chiedesse perché per ora ci siano andati di mezzo soltanto gli italiani mi sembra di poter rispondere con gran semplicità. Bando alle dietrologie, perché ciò è dipeso soltanto dalla diversità del comportamento “processuale” dei tre giocatori azzurri rispetto a quello degli altri attualmente sotto inchiesta. Di Mauro ha infatti subito una procedura, come dire?, abbreviata perché non aveva risposto alle prime contestazioni degli inquirenti, sottovalutandole. Starace e Bracciali, dal canto loro, hanno invece deciso di togliersi il dente e di patteggiare pene che, per quanto eccessive, non danneggiassero troppo la loro attività. Se avessero atteso la fine di gennaio per essere ascoltati dagli inquirenti, come accadrà ad altri “imputati”, avrebbero rischiato uno stop non soltanto più lungo ma soprattutto destinato a bloccarli durante gli importantissimi tornei di primavera.
Un’ultima annotazione. Fra i commentatori c’è stato persino chi si è spinto a rimproverare la FIT di non essere riuscita a evitare che i giocatori italiani commettessero superficialità del genere nonostante il “Club Italia”, che durante la stagione agonistica offre ai nostri migliori rappresentanti servizi di vario tipo, sia nato anche per far gruppo e fornire guida e indirizzo. Il rimprovero è non solo risibile ma soprattutto infondato. Starace e gli altri, infatti, scommettevano prima della creazione del “Club Italia” e, guarda un po’, hanno smesso di farlo quando sono entrati a farne parte…
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scommesse, atp, starace, bracciali, di mauro
Mercoledì, 19 Dicembre 2007 alle 23:00

MAMMA DAVENPORT TORNA IN FED CUP

di Angelo Mancuso
Brava mamma Davenport. Lindsay è tornata a giocare la scorsa estate dopo la maternità vincendo due tornei (Bali e Quebec City): a febbraio farà parte della squadra statunitense che affronterà nel primo turno della Fed Cup la Germania. Si giocherà a La Jolla, in California, a poco più di un’ora da Laguna Beach dove la Davenport vive. Lindsay ha debuttato in Fed Cup nel 1993: è imbattuta dal 1994 e con lei in squadra gli Usa non perdono dal 1995. A richiamarla in squadra è stata Mary Jo Fernadez, ex tennista, capitano Usa e grande amica della trentunenne californiana, ex numero uno del mondo e vincitrice di tre tornei dello Slam (US Open 1998, Wimbledon 1999 e Australian Open 2000). Il circuito femminile è sempre stato frequentato da ragazzine prodigio spinte sui campi magari dalla sfrenata ambizione dei genitori: da Tracy Austin a Martina Hingis, passando per Steffi Graf e Jennifer Capriati. Senza andare tanto lontano nel tempo la lista è lunga. Le tenniste mamme si contano invece sulle dita di una mano. La più famosa è stata l’australiana Evonne Goolagong, poi signora Cawley, che nel 1980 divenne la prima madre campionessa di Wimbledon dopo Dorothea Chambers in Douglass che aveva centrato l’impresa nel lontanissimo 1914. Evonne trionfò ai Championships a 29 anni, quando sua figlia Kelly ne aveva tre, nove stagioni dopo il suo primo successo sull’erba londinese. Nel 1989 vinse un torneo Wta a San Juan la mamma peruviana Laura Arraya. Nel gennaio scorso c’è riuscita a Pattaya anche la ventisettenne Sybille Bammer: la foto con la bionda e mancina austriaca che sollevava la coppa insieme alla figlia piccola è finita sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. La bambina si chiama Tina e nel circuito la coccolano tutti. All’ultimo Roland Garros è stata protagonista di una scena ripresa da tv e fotografi: mentre la mamma giocava, lei era seduta a bordo campo ed un’improvvisa folata di vento le aveva fatto volare via le carte con cui passava il tempo… Si sono tutti precipitati a raccoglierle mentre lei esclamava: “Zitti, mamma deve concentrarsi, sta giocando…”.
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davenport, la fed cup, le mamme tenniste
Domenica, 16 Dicembre 2007 alle 10:06

AMARCORD (2)

di Giancarlo Baccini
Giovedì sera, durante la Festa che ha riunito a Roma tutti coloro che vogliono bene al tennis, guardando Lea Pericoli e Nicola Pietrangeli insieme sul palcoscenico dove transitavano i nostri campioni e i vertici dello sport italiano, sono stato assalito da una tamburellante sequenza di flash-back che mi hanno riportato per qualche minuto indietro di 31 anni, ai giorni di Santiago del Cile.
Gli agenti scatenanti sono stati Lea e Nick perché figurano tra gli interpreti principali di gran parte degli spezzoni del filmato su quell’unica vittoria azzurra in Coppa Davis archiviato nel mio vecchio cervello. Purtroppo non possiedo la formidabile memoria eidetica di Rino Tommasi, e i ricordi che serbo di quella trionfale settimana non hanno alcuna organizzazione. Però domani è il compleanno della finale cilena (17-19 dicembre 1976) e siccome m’ero ripromesso di celebrare l’occasione raccontando qualche aneddoto ai più pazienti fra i lettori di questo blog, sfrutto il flusso di flash-back dell’altra sera per onorare l’impegno.
Provo ad andare con ordine, anche se non sono sicuro che corrisponda a quello nel quale gli eventi si svolsero davvero. Ricordo prima di tutto un viaggio complicato, lunghissimo. I giornalisti italiani che rivedo presenti, oltre al sottoscritto, sono Rino Tommasi ed Enrico Campana (La Gazzetta dello Sport), Alfonso Fumarola (Il Corriere dello Sport), Vittorio Piccioli (Stadio), Onorato Cerne (Tuttosport), Rino Cacioppo (La Stampa), Daniele Parolini (Il Corriere della Sera), Lea Pericoli e Silvano Tauceri (Il Giornale), Gianni Clerici (Il Giorno), Roberto Mazzanti (Match-Ball e Resto del Carlino), Mario Giobbe (Radio Rai).
Non mi sembra che ci fosse nessuno di Repubblica, che aveva meno di un anno di vita e non usciva il lunedì. Sono sicuro che l’anno dopo a Sydney, quando l’Italia affrontò in finale l’Australia, Repubblica inviò Oliviero Beha, ma non ricordo Oliviero anche a Santiago. Sono ragionevolmente sicuro, invece, che ci fosse pure Ubaldo Scanagatta (La Nazione) però non riesco a visualizzarlo. Il telecronista Rai Guido Oddo non c’era (venne pure lui a Sidney nel ’77, ma credo che, non mandandolo in Cile, la Rai dell’epoca avesse voluto tenersi fuori dalle polemiche politiche che avevano preceduto la spedizione) e fece poi la telecronaca via tubo insieme con Giampiero Galeazzi, aprendo una “finestra” sul TG1 delle 20.30 quando, sabato 18, il trionfo azzurro maturò nel doppio. Fotografi? Di sicuro Angelo Tonelli, ho qualche incertezza su Ettore Ferreri. C’era forse Granata, o lui entrò nel tennis più tardi?
Con noi c’erano anche una trentina di appassionati, la gran parte dei quali romani ( il tennis di quegli anni era soprattutto figlio dei circoli romani). Ricordo che durante la tratta Buenos Aires-Santiago del Cile vidi da finestrino l’Aconcagua, la montagna più alta del Sudamerica. Ricordo che, essendomi pesantemente schierato contro il regime di Pinochet durante la lunga e turbolenta vigilia della finale, una volta messo piede all’aeroporto avevo un po’ di paura, anche perché l’anno prima in Colombia me l’ero vista brutta per motivi analoghi durante i Mondiali di nuoto. Ricordo che invece l’ingresso nel Paese fu rapido e che tutti i cileni sembravano simpatici, sereni, cordiali.
Se non ricordo male, in tutta la settimana che rimanemmo laggiù soltanto Tauceri e Parolini passarono un brutto quarto d’ora quando, avendo scattato delle foto a dei poliziotti di guardia a una installazione militare, vennero inseguiti e fermati (dovettero consegnare il rullino). Gli italiani emigrati in Cile ci invitavano a casa loro. Una sera finimmo in una villa dove si beveva “pisco sour” (un’aguardiente locale miscelata a succo di limone), si mangiava pasta scotta, si cantavano struggenti canzoni andine dedicate ai condor e si giocava a biliardo sotto lo sguardo severo di un busto di Mussolini.
Ricordo il centro di Santiago addobbato per Natale e lo strano effetto che facevano gli abeti spruzzati di neve finta in un posto dove c’erano quasi 30 gradi di temperatura. Ricordo Lea Pericoli con i capelli tenuti indietro da una fascia colorata e, accanto a lei, il sorriso dolce ed enigmatico di Bitti Bergamo, lo sfortunato Bitti che nel 1978 avrebbe preso il posto di Nicola Pietrangeli sulla panchina azzurra e che nel 1979, quando stavamo preparando la trasferta di San Francisco (terza delle quattro finali giocate da quella squadra), morì sull’autostrada perché un TIR gli fece un’inversione a U davanti, mentre diluviava. Ricordo i giornali locali dare un sacco di spazio all’evento, intervistando anche noi ospiti italiani (me compreso: solo che mi fecero dire quello che gli pareva, non quel che avevo detto io). Un quotidiano dedicò una doppia pagina al servizio di Panatta, analizzandolo con una sequenza fotografica sotto al titolo “El tremendo saque del senor Panatta”).
Ricordo lo Stadio Nacional – quello di cui i golpisti di Pinochet avevano fatto un campo di concentramento – come un bell’impianto con spalti ovali dipinti di bianco e celeste, non affollatissimo ma con un pubblico caldo e abbastanza competente. Gridavano “Ci-ci-cì! Le-le-lè! Vi-va-ci-le!” e battevano le mani a tutti, a partire dai nostri. Enrique Morea, il gran signore argentino che svolgeva il ruolo di giudice arbitro, non dovette fronteggiare alcun problema.
Ricordo che il clan azzurro si portava dietro le sue tensioni e le sue divisioni (Panatta e Bertolucci da una parte, Barazzutti e Zugarelli dall’altra, Pietrangeli nel mezzo e Belardinelli, uomo di campo, tirato per la giacca da tutte le parti perché c’era appena stato il rinnovo delle cariche federali ed a quell’epoca la “politica” non era semplice e lineare come adesso). A un certo punto Belardinelli si prese un’arrabbiatura storica che lo portò per qualche ora in ospedale.
Poi tutto andò come doveva andare. Barazzutti penò un pochino contro il numero 1 cileno Jaime Fillol, che aveva pure un piccolo stiramento ai muscoli addominali, ma vinse in quattro set quello che era l’incontro sulla carta più difficile della finale. Dopo, il cammino fu tutto in discesa. Panatta lasciò sette games all’indio Patricio Cornejo, nero nero e non attrezzato a competere a quel livello (non dimenticate che il Cile era arrivato in finale solo grazie al fatto che l’URSS s’era rifiutato di incontrarlo). Un po’ di braccino fece perdere il primo set del doppio a Bertolucci e Panatta e li fece penare fino al 9-7 nel terzo, ma poi tutto andò come doveva e alla fine eccoli lì, i nostri eroi, a fare il giro di campo con l’insalatiera e il tricolore, le mani sulla Coppa, Nick sulle spalle, immagini che irruppero in diretta anche nelle case italiane grazie al TG1, un evento mai verificatosi prima nel nostro Paese.
Curiosamente non ricordo come festeggiammo quella sera. Ricordo le solite litigate del giorno dopo per chi doveva giocare a risultato acquisito (oltretutto la consuetudine di passare al due su tre in situazioni del genere non era ancora stata inventata – la inventò Pietrangeli in Spagna l’anno successivo, mi sembra) e che alla fine Panatta dovette scannarsi con Fillol per vincere 10-8 al quarto set mentre l’ombroso Zugarelli perse in tre set secchi con la riserva cilena Prajoux, un brevilineo peloso di mediocre livello.
Ricordo una ripartenza davvero caotica, con il nostro aereo che si rompe sulla pista e l’assalto all’arma bianca a un DC-10 della Swissair parcheggiato lì accanto (“Ai mejo posti!”, come gridava Aldo Fabrizi nei film della famiglia Passaguai saltando sul trenino Roma-Ostia). Ricordo tre giorni di meravigliosa vacanza a Rio de Janeiro e le strepitose vittorie all’italiana ai danni dei giovanotti locali nelle partite di beach-soccer sulla spiaggia di Copacabana: Cacioppo, ex pallavolista, in porta (“Zoff! Cioff!”, lo sfottevano gli avversari), Pietrangeli libero in difesa a intercettare palloni e a rilanciarli con il piede fatato verso l’unico che corresse, Barazzutti, in una letale esecuzione del più classico schema catenaccio-contropiede.
E infine, tutti a casa. A Fiumicino, quando atterrammo con la Coppa, c’erano solo i parenti che erano venuti a prenderci.

2 – continua
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coppa davis, pietrangeli, pericoli, panatta, bertolucci, barazzutti, zugarelli
Venerdì, 14 Dicembre 2007 alle 14:02

ROCHE LANCIA LA SFIDA: HEWITT PUO' TORNARE GRANDE

di Angelo Mancuso
Nel novembre 2001 è stato il più giovane numero uno della storia open: Lleyton Hewitt aveva 20 e 8 mesi. Ora l’australiano va per i 27 (li compirà a febbraio), non vince un torneo dello Slam dal 2002 (Wimbledon) e in classifica è sceso un bel po’: numero 21 a fine stagione. Soprattutto Lleyton è incappato in pieno nell’era Federer. Con lo svizzero ha però in comune un certo Tony Roche. Dopo averlo vinto da giocatore, il sessantaduenne coach di Wagga Wagga ha provato per un paio d’anni a dare i consigli giusti a Federer per conquistare l’unico titolo che tuttora manca alla bacheca del numero uno, il Roland Garros, e che da un paio di stagioni nega a Roger la gioia del Grande Slam, impresa riuscita tra gli uomini solo a Donald Budge e Rod Laver. Missione fallita, quella di Roche, anche per “colpa” di un certo Nadal, da tre anni re indiscusso della terra rossa. Ora il “vecchio” Tony si è scelto un’altra “missione”: riportare ai vertici Hewitt, che alcuni, pure tra i suoi connazionali, considerano già un ex giocatore. Curioso il destino di Lleyton: anche quando vinceva, in patria non è mai stato molto amato. Sarà perché gli australiani sono puristi del tennis, stravedono per il serve and volley e l’ultimo esponente di questa razza in estinzione è stato Pat Rafter. Hewitt con il suo gioco ricorda più Borg, cui era stato paragonato all’inizio della carriera per la sua forza mentale, o per non scomodare miti inarrivabili, Wilander. Riuscirà Roche a far risorgere Lleyton? La prima tappa è Melbourne dove a metà gennaio prenderanno il via gli Australian Open. Tony ci crede: “Hewitt ha già vinto gli US Open e Wimbledon - dice - e in Australia contiamo molto su di lui per riportare in patria un titolo che manca da troppo tempo”. Dal 1976, per la precisione, quando vinse il baffuto Mark Edmondson. Intanto gli organizzatori hanno deciso di accontentare Hewitt che negli ultimi anni si era lamentato della superficie utilizzata a Melbourne Park: lento, secondo Lleyton, il bollente rebound ace sul quale la pallina aveva rimbalzi troppo alti. Dal 2008 si passa al plexicushion, un materiale acrilico sul tipo di quello usato agli US Open, che renderà i campi leggermente più veloci. Basteranno Roche e una nuova superficie a far risorgere “Mister Come on”?
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hewitt, ex numero uno, non vince uno slam dal 2002
Giovedì, 6 Dicembre 2007 alle 13:19

AMARCORD (1)

di Giancarlo Baccini
31 anni fa, proprio di questi giorni, un gruppetto di appassionati e di giornalisti italiani – fra i quali il sottoscritto – si apprestava a partire per Santiago del Cile, dove dal 17 al 19 dicembre l’Italia avrebbe disputato la sua terza finalissima di Coppa Davis. Ve ne parlo perché quei giorni li rivivo quotidianamente in quanto nel mio ufficio ho, alle spalle, la riproduzione delle prime pagine della Gazzetta dello Sport (“La Davis è nostra”) e del Corriere dello Sport (“Missione compiuta”) che celebrano la conquista dell’insalatiera, e, dirimpetto, un collage di vecchie foto fra cui una che ritrae Rino Cacioppo della Stampa, Daniele Pariolini del Corriere della Sera, Rino Tommasi e me, in abiti ovviamente estivi, a passeggio per le strade di Santiago già addobbate per l’imminente Natale australe.
Magari vi racconterò un’altra volta qualche squarcio di quell’entusiasmante e per certi versi esilarante trasferta. Qui vorrei invece chiarire bene quale fu il mio (trascurabilissimo) ruolo nelle vicende che precedettero la partenza. Ricostruendo in varie maniere la pubblica diatriba che si innescò sull’opportunità “politica” di andare in Cile per giocare la finalissima di Coppa Davis, Gianni Clerici e altri colleghi hanno infatti avuto l’amabilità di inserirmi fra coloro che assediarono la FIT gridando lo slogan “Non si tirano volées / con il boia Pinochet”. Modo pittoresco di descrivere una realtà che fu diversa nelle forme (lo slogan è frutto esclusivo del talento poetico del mitico Gianni) ma non nella sostanza.
Lo sfondo della diatriba, come probabilmente sapete, era costituito dal fatto che la finalissima si sarebbe giocata nello Stadio Nacional, un impianto sportivo che tre anni prima, quando il generale Pinochet aveva compiuto il suo sanguinoso golpe, era stato utilizzato come campo di concentramento e dove molti oppositori erano stati torturati e uccisi. Quando l’Italia si qualificò, sconfiggendo l’Australia al Foro Italico, si sapeva già che avrebbe dovuto affrontare il Cile di Pinochet che in finale ci era arrivato senza giocare perché l’URSS si era rifiutata di icnontrarlo in semifnale. Quindi il caso era già politicamente bollente.
Prima di procedere nel racconto mi permetto di ricordare che quelli furono gli anni più turbolenti dei rapporti sportivi internazionali, anni in cui la ragion di Stato fece definitivamente strame dell’autonomia dei Comitati Olimpici e delle Federazioni, tramutando i grandi appuntamenti mondiali dello sport in occasioni di propaganda politica. Pochi mesi prima della finale di Coppa Davis, per esempio, i Paesi africani avevano boicottato le Olimpiadi di Montreal perché il CIO aveva ammesso la Nuova Zelanda, rea, pensate un po’, di aver giocato a rugby contro il Sudafrica razzista. Poi sarebbero venuti il boicottaggio occidentale dei Giochi Olimpici di Mosca 1980 e quello del blocco comunista dei Giochi di Los Angeles 1984.
Sono cose che a dirle adesso fanno ridere – anzi, fanno pure un po’ senso – ma che allora tutti prendevano terribilmente sul serio.
Così, il giorno dopo la vittoria azzurra su Newcombe e soci, durante la riunione del mattino al mio giornale, “Il Messaggero”, divampò subito il dibattito “Cile sì – Cile no”. Io avevo trent’anni e in me confliggevano la cultura dell’uomo di sport e quella del giovane figlio dei tempi. Pensavo che si dovesse giocare ma che non fosse eticamente accettabile farlo in un posto che grondava sangue. E poi non mi andava giù il fatto che l’argomento preferito dai favorevoli al viaggio fosse il classico “sport e politica vanno tenuti distinti”, quando tutti sanno che da quasi tre millenni è vero il contrario.
“Il Messaggero” dell’epoca era un quotidiano che con orgoglio si definiva “laico, democratico e antifascista”. Due anni prima, di fronte al pericolo che il giornale passasse in mano a un editore di destra vicino al Vaticano, la redazione aveva fatto 17 giorni consecutivi di sciopero, interrompendolo soltanto in occasione del referendum sul divorzio per pubblicare una prima pagina che – incentrata su un gigantesco “NO” – avrebbe cambiato il modo di fare informazione in Italia. La spuntammo: poco tempo dopo i vecchi proprietari ci cedettero alla Montedison, allora controllata dal Partito Socialista Italiano. Era pertanto inevitabile che nel ’76 stessimo da una parte anziché dall’altra.
Così finì che decidemmo di schierarci contro il viaggio in Cile e io scrissi un pezzo in cui spiegavo che c’erano soltanto tre categorie di persone che sostenevano la necessità di tenere separati sport e politica: “i cretini, gli ipocriti e i fascisti”.
Seguirono polemiche, dibattiti, proclami e pubbliche battaglie. L’assalto alla FIT ci fu (se non ricordo male l’iniziativa venne dal defunto PdUP, il Partito di Unità Proletaria) e si concluse con l’esposizione della bandiera cubana dalle finestre, ma non è vero che io vi presi parte: ero lì come giornalista e rimasi per strada. In compenso, sul “Guerin Sportivo” Italo Cucci mi dedicò un pezzo in cui mi definì “cretinetto polisportivo”.
Fu in sostanza una di quelle colossali sceneggiate all’italiana durante le quali – come avrei appreso con l’esperienza – tutti si sentono obbligati a recitare con gran foga il ruolo che gli è stato attribuito senza curarsi veramente del risultato finale. L’importante, qui da noi, è apparire. L’unico che si battè per un obiettivo reale fu capitan Nicola Pietrangeli, che in Cile voleva naturalmente andarci, e alla fine, com’era logico e giusto, la spuntò lui. Il governo Andreotti non si mise di traverso e noi del tennis partimmo in tromba, me compreso, col volo “low cost” organizzato da Puli Bonomi, un uomo al quale il tennis italiano deve sicuramente qualcosa.
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coppa davis, pietrangeli, clerici, cile
Mercoledì, 5 Dicembre 2007 alle 00:26

LA SELES VUOLE RIPROVARCI

di Angelo Mancuso
Ancora un ritorno. Questa volta a provarci è Monica Seles, 34 anni compiuti domenica scorsa. Lo annuncia il “Los Angeles Times”: Monica potrebbe tornare in campo a marzo a Miami, a quasi cinque anni dall’ultimo match giocato nel maggio del 2003, sconfitta dalla russa Nadia Petrova (64 60) al primo turno del Roland Garros. Da allora la Seles, serba di Novi Sad ma con passaporto americano (vive a Sarasota in Florida), ha giocato solo di tanto in tanto e per scopi benefici. A convincerla sarebbe stato l’esempio di mamma Davenport, rientrata nel circuito dopo la maternità. Vero è che Monica la parola ritiro non l’ha mai pronunciata, altrettanto vero che per lei sarebbe il terzo ritorno. Ha vinto 53 titoli tra cui 9 tornei del Grande Slam: l’11 marzo del 1991 arrivò in vetta alla classifica mondiale, occupando quella posizione per un totale di 178 settimane e duellando con la grande rivale Steffi Graf. Una carriera interrotta brutalmente il 13 aprile 1993: mentre era in campo al torneo di Amburgo un pazzo la accoltellò alla schiena. Ci vollero due anni e tre mesi prima di rivederla in campo. Nel 1996 vinse gli Australian Open, riuscì a giocare due finali agli US Open (1995 e 1996) e una al Roland Garros (1998) ma non era più la stessa. Poi una serie di problemi fisici (schiena e caviglia) l’hanno costretta allo stop nel 2003 a neppure 30 anni. Ora Monica vuole riprovarci. Fa bene? La storia dice che i grandi ritorni spesso si rivelano un errore madornale: un esempio su tutti quello del grande Bjorn Borg. E anche il ritorno di Martina Hingis, finito con una triste storia di cocaina, deve far riflettere.
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seles vuole tornare in campo dopo 5 anni, gli esempi di borg e hingis
Domenica, 2 Dicembre 2007 alle 21:12

MCENROE: PATRICK PER UNA VOLTA PIU’ BRAVO DI JOHN

di Angelo Mancuso
Patrick McEnroe riesce dove ha fallito l’insuperabile fratello maggiore: vincere la Coppa Davis da capitano. John ci aveva provato anni addietro contando per di più su mostri sacri come Sampras e Agassi: nulla da fare. I due fenomeni intanto si sono ritirati, gli attuali protagonisti Roddick e Blake non sono certo all’altezza dei grandi Pete e Andre, eppure Patrick ha riportato a casa la prestigiosa insalatiera d’argento dopo dodici anni, il più lungo digiuno nella storia degli Stati Uniti. L’ultimo trionfo era datato 1995 e sempre con la Russia avversaria, anche se quella volta gli americani giocavano in trasferta (a Mosca) e non in casa come quest’anno (a Portland). Una bella soddisfazione per Patrick, cresciuto nell’ombra dell’ingombrante fratello, in arte SuperMac. John usava la racchetta come un prestigiatore, era sfrontato e a volte pure antipatico: in campo incantava e litigava con gli arbitri. Le sue scenate e occhiatacce hanno fatto la storia del tennis. Tutto il contrario dell’umile ed educato Patrick. Lui era un giocatore appena normale: un titolo in carriera contro i 77 di John (tra cui 7 tornei dello Slam). Al massimo è stato numero 28 della classifica mondiale mentre John è stato numero uno per la bellezza di 170 settimane. Uno showman SuperMac, che infatti ha grande successo come commentatore tv. Anche quando nel 2001 la federazione a stelle e strisce aveva chiamato Patrick alla guida della squadra di Davis per tutti era rimasto solo il fratello di John. La Coppa Davis numero 32 degli Usa porta però la sua firma: per una volta Patrick è stato più bravo di John.
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john il fenomeno, patrick il comprimario
Mercoledì, 28 Novembre 2007 alle 18:55

NADAL: CARRIERA A RISCHIO?

di Giancarlo Baccini
dal sito www.gazzetta.it

MADRID - L'infortunio al piede di Rafa Nadal potrebbe costare la carriera al forte tennista maiorchino. Anzi no. La notizia, e la successiva smentita, sono arrivate oggi nell'arco di poche ore dall'entourage dello spagnolo in due distinte interviste rilasciate al 'Diario de Mallorca'. Prima l'allenatore e zio di Nadal, Toni, aveva parlato con una certa apprensione del problema al piede che affligge da due anni il nipote, numero due della classifica mondiale. "E' un problema molto serio che si porta dietro dal 2005", aveva dichiarato Toni Nadal. "Ha imparato a conviverci e finora ci e' riuscito, ma per giocare deve prendere molte precauzioni. Carriera a rischio? Non so, lo diranno i medici". Poi la parziale correzione del portavoce del tennista, Benito Perez Barbadillo: "Non c'e' nulla di nuovo, non si tratta assolutamente di un pericolo per la sua carriera"
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nadal
Martedì, 27 Novembre 2007 alle 16:14

FINALE DAVIS: USA-RUSSIA SFIDA TRA COLOSSI

di Angelo Mancuso
L’individualismo degli Stati Uniti contro la solidità della Russia. Da venerdì a domenica i due colossi dello sport (non solo nel tennis) si sfidano a Portland con in palio la Coppa Davis, un trofeo che gli americani hanno vinto 31 volte ma l’ultima ben 12 anni fa, era il 1995. Guarda caso a Mosca, guarda caso contro i russi attuali detentori della prestigiosa insalatiera d’argento. In campo allora c’era un certo Pete Sampras, questa volta gli statunitensi si affidano ad Andy Roddick, ex numero uno (ora è 6) che ha avuto la sventura di incappare nell’era Federer. Al suo fianco James Blake (numero 13 Atp), bravo sì ma non all’altezza del suo idolo, il grande Arthur Ashe, afroamericano come lui. Sono loro i due singolaristi cui si affiderà il capitano Patrick McEnroe. La formazione a stelle e strisce è già fatta, il doppio lo giocheranno i gemelli Bob e Mike Bryan, coppia quasi imbattibile: in Davis hanno perso solo una volta in 13 incontri, peraltro per ritiro contro i rumeni Hanescu-Teacau (Usa-Romania 4-1 nel primo turno del World Group 2006). Più difficile ma allo stesso tempo intrigante il compito di Shamil Tarpischev, non nuovo a colpi di teatro. Il capitano russo, pur dovendo fare a meno di Marat Safin e del suo carisma, può contare su un quartetto molto omogeneo e spesso ha sorpreso per le sue scelte, quasi sempre azzeccate. Curioso notare che il numero uno russo Nikolay Davydenko, quattro del ranking Atp (tra i finalisti è il giocatore con la miglior classifica), non ha mai battuto né Roddick (5-0 per Andy) né Blake (6-0 per James). Roddick è però in svantaggio 2-1 con Igor Andreev (numero 33 Atp): Igor ha battuto Andy anche sul cemento (terzo turno Indian Wells 2006) oltre che quest’anno sulla terra rossa al Roland Garros. Stando al ranking il secondo singolarista tra i russi dovrebbe tuttavia essere Youzhny (numero 19 Atp), cui la squadra deve il titolo del 2002, quando Mikhail regalò il terzo e decisivo punto superando il francese Mathieu a Parigi-Bercy dopo un’incredibile rimonta. Lo stesso Youzhny ha battuto Blake nell’unico precedente tra i due, la semifinale di Davis del 2006. Tarpischev potrebbe però decidere di puntare su Dmitry Tursunov (è cresciuto e vive in California): dei possibili singolaristi ha la classifica peggiore (34) ma è l’unico ad essere ancora imbattuto in Davis con cinque singolari vinti. Uno di questi lo scorso anno, quando sconfisse a sorpresa Roddick nella semifinale di Davis: in quell’occasione però si giocava sulla terra rossa e non sul sintetico indoor come a Portland. Tutto da decifrare il doppio russo: Youzhny-Tursunov nella semifinale con la Germania si sono arresi ai non irresistibili tedeschi Petzschner-Waske. Ecludendo Davydenko, l’alternativa potrebbe essere Andreev, ma nessuno è un vero specialista. Pronostico incerto, con gli Usa tuttavia favoriti perché giocano in casa e perché grazie ai gemelli Bryan hanno già un punto in cassaforte.
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davydenko sempre ko con roddick e blake, attenti a tarpischev
Giovedì, 22 Novembre 2007 alle 22:04

IL PIU’ FORTE DI SEMPRE? UNA DOMANDA SENZA RISPOSTA

di Angelo Mancuso
L'hanno chiamata "The Clash of Times", la battaglia delle epoche: Pete Sampras contro Roger Federer. L'idea è venuta alla Entartainment Group Limited che in occasione del cinquantesimo anniversario dell'indipendenza della Malesia ha organizzato tre sfide fra Sampras e Federer. I primi due match, a Seul e Kuala Lumpur, li ha vinti ovviamente il più giovane: sabato a Macao il terzo atto. Sampras ha 36 anni, si è ritirato da cinque ed è stato il numero uno e dominatore del circuito negli anni Novanta: ora fa qualche apparizione nel circuito seniores. Federer di anni ne ha dieci in meno, 26 quindi, ed è l'attuale numero uno del circuito, l'extraterrestre che con il suo tennis stellare domina da quattro stagioni gli avversari dall'alto di una superiorità a tratti imbarazzante. "Pistole Pete" in carriera ha vinto 14 titoli dello Slam (record assoluto), Roger da Basilea è giunto a quota 12 e con tutta probabilità riuscirà a sorpassarlo. In comune hanno la passione per l'erba di Wimbledon (7 titoli per l'americano, 5 per lo svizzero) e l'allergia alla terra rossa del Roland Garros, unico titolo dello Slam che manca al palmares di entrambi (ma Roger ha ancora tempo per rimediare Nadal permettendo). Le loro carriere si sono appena incrociate: Sampras e Federer si sono affrontati solo una volta, guarda caso sul Centrale di Wimbledon, quello che Pete definiva "il giardino di casa" e che ora è diventato proprietà privata di Federer. Era il 2001, ottavi di finale: Roger spezzò la serie positiva di 31 match di Pete, vincitore all’epoca di sette delle ultime otto edizioni dei Championships. Un segno del destino, già allora si parlò di passaggio del testimone: il vecchio campione si arrendeva al classe e al talento del giovane emergente. Da quel giorno i due sono stati paragonati mille e più volte: chi è il più forte? Soprattutto chi è stato il più forte di sempre? Domande alla quali, secondo me, è impossibile dare una risposta. Perché allora non Rod Laver o Donald Budge? In fondo sono stati gli unici ad aver centrato nella storia del tennis il Grande Slam, ovvero la vittoria in tutti e quattro i Majors nella stessa stagione. Perché non Bill Tilden, Fred Perry, Roy Emerson o Ken Rosewall? Tutti grandi interpreti che hanno fatto la storia del tennis, ognuno a modo suo inimitabile. Oppure perché non Bjorn Borg, Jimmy Connors o John McEnroe? Ogni campione appartiene alla sua epoca e preferire l'uno o l'altro è semplicemente una questione di gusto personale. Sarebbe come voler scegliere chi è stato più grande nella storia del calcio tra Di Stefano, Pelè o Maradona. Impossibile. Piuttosto ci sono tennisti che hanno inciso più di altri nella storia di questo sport. Il primo che mi viene in mente è Laver: per primo ha dimostrato che si poteva giocare ogni tipo di colpo su qualsiasi superficie ed infatti è stato l’ultimo a completare il Grande Slam (lo ha fatto due volte, la seconda nell’era open). Federer, che ricorda Laver per la varietà dei colpi, è sulla buona strada ma gli manca il successo sulla terra rossa del Roland Garros. C'è poi Borg: è stato il primo ad usare il top spin in modo esasperato e a dimostrare che si poteva dominare sull'erba di Wimbledon senza necessariamente utilizzare il classico serve and volley. Nessuno avrebbe puntato un penny su un successo dell'Orso svedese nel tempio del tennis: eppure di Championships ne ha vinti cinque consecutivamente come Federer. Penso anche ad Agassi: è stato l'ultimo tennista capace di vincere i quattro tornei dello Slam su tutte le superfici anche se non nella stessa stagione. Soprattutto con il suo tennis d'anticipo ha cambiato il modo di giocare da fondo campo: con il "Flipper" di Las Vegas è nato l'attaccante da fondo. E che dire di McEnroe: nessuno ha mai giocato (e giocherà) come lui, con quel rovescio d'anticipo senza quasi apertura, un dolce schiaffo alla pallina. Inimitabile come il suo rivale storico Connors, che ha portato nel tennis la teatralità ed il pathos. Chi è il più forte di sempre? Questa domanda resterà senza risposta.
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sampras, federer, i paragoni tra campioni delle varie epoche
Mercoledì, 21 Novembre 2007 alle 08:03

EH SI'...L'ITALIA E' IN CRISI (3)

di Giancarlo Baccini
A conferma che l'Italia tennistica è in crisi, essendo soltanto quinta al mondo per numero di giocatori e giocatrici fra i Top 100 delle classifiche ATP e WTA, invito tutti a leggere l'articolo di Luca Marianantoni pubblicato oggi, 21 novembre, dalla Gazzetta dello Sport, momentaneamente disponibile anche su questo sito, nella rubrica "L'articolo del giorno".
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italia, atp, wta
Sabato, 17 Novembre 2007 alle 16:42

MASTERS SHANGHAI: FERRER, LA NORMALITA' AL POTERE

di Angelo Mancuso
Sarà David Ferrer a sfidare il numero uno Roger Federer nella finale del Masters di Shanghai. Alla vigilia in pochi avremmo puntato anche un solo euro sul venticinquenne spagnolo (di questi tempi poi…). Bravino sì, top ten sì, ma mica un fenomeno. Invece il buon David ha raggiunto la finale con un percorso netto: primo nel suo girone con tre vittorie in altrettanti incontri, ha schiantato in semifinale Andy Roddick. E per il tennis questa è una gran bella notizia. In finale ci arriva uno “normale”, tra virgolette, che già qualche mese fa aveva raggiunto le semifinali agli US Open. Perché Ferrer, sorretto da una condizione atletica super frutto di tanto allenamento, non ha però un fisico da supereroe: 175 centimetri e neppure muscoli esagerati. Uno normale, insomma, come se ne possono trovare in qualunque circolo. David non è baciato dal talento cristallino come il fenomeno Federer, il più temuto e rispettato del circuito. Non è esplosivo come Nadal, il più amato, di cui dice umilmente: “Io paragonato a Rafa? Non scherziamo, al massimo quando giochiamo in Davis gli porto gli asciugamani”. Eppure lo ha battuto agli US Open concedendo poi il bis a Shanghai. E non è neppure istrionico e scanzonato come il terzo “big” del circuito, ovvero Novak Djokovic, eccezionale sul campo e anche fuori con le sue applauditissime imitazioni di colleghi e colleghe. Non ha il servizio bomba di Roddick, lo stile da manuale di Gasquet o il diritto al fulmicotone di Gonzalez. Però lotta su ogni palla come un assatanato. Ferrer ha un solo motto: lavorare e migliorare giorno dopo giorno. E tra un allenamento e l’altro legge tantissimo, qualità rara tra i tennisti. La normalità al potere: evviva.
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ferrer sfida federer in finale, travolto roddick
Giovedì, 15 Novembre 2007 alle 21:51

AL MASTERS DI SHANGHAI SI PARLA SPAGNOLO

di Angelo Mancuso
“Terraioli” per definizione, gli spagnoli ora sanno giocare, e pure bene, anche sul sintetico indoor. Due settimane fa a Parigi-Bercy, ultimo Masters series della stagione, sembrava di essere al Roland Garros: tre spagnoli nei quarti, Nadal, Ferrer e Robredo. Al Masters di Shanghai, ancora sintetico indoor ed ecco gli stessi Nadal e Ferrer in semifinale insieme a Roddick, in attesa di Federer. E’ la terza volta in nove anni che gli spagnoli piazzano due semifinalisti al torneo dei “maestri”: era già successo con Moya e Corretja nel 1998 e con Ferrero e ancora Moya nel 2002. Fortissimi sulla terra rossa, addirittura imbattibili se si tratta di Nadal (da tre anni domina a Montecarlo, a Roma e al Roland Garros), competitivi ai massimi livelli sul cemento (sempre Ferrer è stato semifinalista agli ultimi US Open. Nadal ha vinto a Indian Wells), gli spagnoli si sono scoperti anche "erbivori". Dopo Manuel Santana, capace di imporsi sull’erba agli US Open 1965 e a Wimbledon 1966, nessuno spagnolo ha mai vinto su questa superficie. I tempi però cambiano: Nadal è giunto in finale nelle ultime due edizioni dei Championships e quest’anno gli spagnoli avevano quattro rappresentanti al terzo turno (oltre a Rafa, Ferrero, Verdasco e Lopez) e due nei quarti (Nadal e Ferrero). La spiegazione la dà Emilio Sanchez, capitano spagnolo di Coppa Davis: “Nadal per primo, ma anche gli altri, hanno cambiato atteggiamento nei confronti delle superfici diverse dalla terra rossa. Senza rinnegare la nostra scuola e le nostre caratteristiche abbiamo capito che il tennis non è solo quello che ci hanno insegnato sulla terra rossa da ragazzini”.
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nadal e ferrer in semifinale, spagnoli non solo terraioli
Mercoledì, 14 Novembre 2007 alle 17:33

COACH CHE VANNO E VENGONO: DIVORZIO MURRAY-GILBERT

di Angelo Mancuso
Coach che vanno e coach che vengono. Secondo il quotidiano inglese “Times” è al capolinea il rapporto di collaborazione tra lo scozzese Andy Murray e l’americano Brad Gilbert, che in passato aveva allenato i connazionali Andre Agassi e Andy Roddick. A Gilbert si era rivolta nell’estate del 2006 la LTA, la federazione britannica, per seguire la crescita del miglior talento espresso dal tennis britannico negli ultimi anni. Compenso: 750mila sterline a stagione, mica noccioline. All’epoca Murray era un top 40, con Gilbert è entrato nei top ten anche se ora è numero undici dopo essere stato a lungo fermo per un infortunio al polso saltando sia il Roland Garros che il torneo di casa, ovvero Wimbledon. In che misura un coach incide sul rendimento di un giocatore? Gli esempi sono discordanti, almeno ad alto livello. Fernando Gonzalez è migliorato sensibilmente grazie al lavoro con un altro guru del tennis mondiale, Larry Stefanki, ex di McEnroe e Rios, tanto da raggiungere la finale degli Australian Open, entrare stabilmente nei top ten e battere un paio di giorni fa Federer al Masters di Shanghai dopo dieci ko di fila. Riccardo Piatti ha tirato fuori il meglio da Ivan Ljubicic, forte sì ma non un fenomeno, entrato nell’elite del tennis mondiale anche grazie alla competenza del tecnico comasco. E’ altrettanto vero che la presenza di un “mostro sacro” come Jimmy Connors al fianco di Roddick non è servita molto ad Andy, che non è più il “bombardiere” di qualche stagione addietro (magari mi smentisce al Masters…). Tanto per fare un altro esempio, Federer dopo il “divorzio” con il coach part-time Tony Roche fa da solo e nel 2007 ha vinto tre Slam su quattro raggiungendo la finale al Roland Garros. Si potrebbe obiettare: ma si tratta di Federer… C’è poi chi si è meritato la fama di “mangiallenatori”, proprio come molti presidenti di calcio. Guillermo Coria, finalista al Roland Garros 2004, ne ha cambiati tre solo nel 2006 (altri già quando era ancora in auge) e tutti molto quotati: Josè Perlas, Josè Higueras e Horacio De La Pena. Risultato: tanta confusione. Ora al suo fianco c’è Hernan Gumy, colui che ha portato un altro argentino, Guillermo Canas, tra i top ten e che da qualche mese collabora con Marat Safin, passato anche dalle mani dello svedese Peter Lundgren, ex di Federer. Un altro che non trova pace è Lleyton Hewitt. La lista dei suoi coach è lunga: Darren Cahill (non andava d’accordo con Cherylin, l’invadente madre dell’ex numero uno), Roger Rasheed, Scott Draper e ora Tony Roche, riciclatosi dopo l’addio a Federer. Ci sono anche i “fedeli” storici: Rafa Nadal è da sempre allenato dallo zio Toni, un secondo papà più che un coach e con questo nessuno discute la sua bravura come tecnico. Nikolay Davydenko si fida solo del fratello Eduard. Una scelta, quella di restare nell’ambito familiare, gettonatissima nel circuito femminile. Eccezion fatta per Justine Henin, seguita da quando era una ragazzina da Carlos Rodriguez, sono tanti gli esempi di giocatrici di alto livello che invece del coach scelgono mamma o papà. Maria Sharapova, ad esempio, si affida a papà Yuri l’antipatico, Elena Dementieva all’onnipresente madre Vera, le sorelle Venus e Serena Williams a papà Richard l’esagerato, Nicole Vaidisova al “patrigno” Ales Kodat. E in passato Martina Hingis era seguita come un’ombra dalla mamma Melanie Molitor. Almeno in questo modo i guadagni restano in famiglia.
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murray, gilbert, l'importanza dei coach
Mercoledì, 14 Novembre 2007 alle 08:01

ROGER, ROGER...

di Giancarlo Baccini
Roger Federer ha dichiarato a Ubaldo Scanagatta che delle (inusualmente numerose) sconfitte da lui patite quest'anno non ne prende in considerazione due: la prima con Canas e quella con Volandri al Foro Italico. Confesso che sono rimasto di stucco. Ai miei occhi Federer non è perfetto soltanto per come gioca ma anche per come si comporta in campo e fuori e lo ritengo un esempio di bravura e di correttezza. Dunque mi sembra inconcepibile che si sia lasciato andare a una dichiarazione che sembra voler sottrarre qualsiasi merito a un avversario che ha saputo sconfiggerlo in un confronto ad armi pari.
Per dare un senso alla sua affermazione, Roger ha spiegato che quel giorno aveva deciso di rompere il legame con il suo coach Tony Roche e che, dunque, in pratica non ci stava con la testa. E allora? Starci con la testa è una delle componenti basilari del tennis, come mettere dentro il diritto o servire bene. Dunque quel match Volandri lo ha vinto con pieno merito. Tant'è vero che il giorno dopo diede una memorabile lezione anche a Berdych.
Credo comunque che la gaffe di Federer abbia una spiegazione: le parole lo hanno tradito, facendogli esprimere male un concetto che avrebbe potuto meglio formulare più o meno così: "Volandri è stato bravo ad approfittare di una mia giornata negativa dovuta a fattori estemporanei e non legati alle mie capacità sulla terra rossa".
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federer, volandri, internazionali bnl d'italia
Martedì, 13 Novembre 2007 alle 15:03

MASTERS SHANGHAI: FINALMENTE GASQUET!

di Angelo Mancuso
Finalmente Gasquet! Era almeno tre anni che lo aspettavamo: il talento annunciato del tennis mondiale però non sbocciava mai. Eccolo, eccolo, ma poi tutto finiva in una bolla di sapone. Una delusione per chi come il sottoscritto stravede per Richard da sempre. Sì, perchè del francesino è un colpo di fulmine. Il suo coetaneo Nadal (sono entrambi del 1986 e da juniores vinceva sempre Gasquet), invece, ti conquista con il tempo. La forza di Rafa contro il talento di Richard, la grinta feroce contro lo stile, il diritto che sembra una fucilata contro la perfezione stilistica di un rovescio da manuale. Soprattutto lo attendevano impazienti i francesi. L’ultima delusione era arrivata nel maggio scorso al Roland Garros: titoloni sui giornali per l’erede designato di Yannick Noah, ultimo transalpino a trionfare sulla terra rossa parigina nel lontano 1983. Un gran can can come solo i nostri cugini d’oltralpe sanno fare ma ecco Richard gambe all’aria già al secondo turno contro il belga Vliegen, onesto operaio della racchetta. A Wimbledon, i primi segnali positivi: semifinale, battuto solo dall’imbattibile (sull’erba) Federer. Ora, cinque mesi dopo, eccolo a Shanghai tra gli otto “maestri”, ovvero i migliori giocatori della stagione: quinto francese della storia (il più giovane) dopo Noah, Leconte, Forget e Grosjean. L’eterno enfant prodige è finalmente diventato adulto. Richard a Shanghai non è arrivato in gita premio: ha messo ko Novak Djokovic, numero tre del ranking e pretendente al trono di re Federer, ed è in corsa per un posto in semifinale. “Tra i diciotto e i diciannove anni - confessa - ho avuto paura di non essere all’altezza del circuito maggiore, ero smarrito. Non riuscivo a giocare come volevo e gli ultimi tre anni mi hanno insegnato molto”. Lontano parente del ragazzino altezzoso e talvolta maleducato che tre anni si fece cacciare dal campo durante le qualificazioni agli US Open per aver lanciato la racchetta e colpito un giudice di linea. Leconte qualche mese fa lo aveva accusato di essere un bambino viziato puntando il dito anche contro il suo coach Eric Deblicker e mettendo sul banco degli imputati la federtennis francese: troppe scuse, troppi alibi, aveva tuonato il buon Henry, anche lui dotato da madre natura di un gran talento. La stessa stampa francese si era stufata di aspettare e sperare: dopo il ko al Roland Garros non era stata tenera con Gasquet: si era parlato di bluff. Richard ha capito in tempo: sarebbe stato un delitto sprecare il talento che madre natura gli ha regalato.
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gasquet batte djokovic, è in corsa per le semifinali
Lunedì, 12 Novembre 2007 alle 17:19

SORPRESA A SHANGHAI: FEDERER KO

di Angelo Mancuso
Che succede a re Federer? Il fenomeno ha esordito con una sconfitta al Masters di Shanghai: Roger I da Basilea si è fatto soprendere da “Mano de Piedra” Gonzalez, il cileno dal diritto che fa male. Mentre stringeva la mano all’avversario lo svizzero era quasi stupito: non aveva mai perso un match dei round robin. Il numero uno del mondo, alla sesta partecipazione al Masters, vanta tre titoli (2003, 2004 e 2006), una finale 2005, una semifinale 2002: 22 match vinti e 3 persi, compresa la sconfitta con Gonzalez. Con il cileno prima di oggi non aveva mai perso, dieci vittorie di fila e appena due set ceduti. Insomma l’impero di Federer, 26 anni compiuti lo scorso agosto, comincia a mostrare qualche scricchiolio. Lui da Shanghai fa notare che nel 2007 ha comunque vinto sette titoli, tra cui tre Slam fallendo come al solito solo sulla terra rossa del Roland Garros, la superficie che meno ama. L’anno scorso però di titoli ne aveva conquistati dodici perdendo appena cinque match, di cui quattro solo contro il rivale Nadal. Quest’anno ne ha già persi nove e soprattutto da quando è numero uno del circuito (dal 2 febbraio 2004) non era mai stato sconfitto da così tanti avversari diversi: due volte da Canas, due da Nalbandian, due da Nadal, una da Djokovic, da Gonzalez e dal nostro Volandri. Che gli stiano prendendo le misure? Altro capo d’accusa: da quando ha chiuso la collaborazione con Tony Roche all’indomani della sconfitta al Foro Italico con Volandri, Roger fa da solo, seguito dall’onnipresente fidanzata-manager Mirka Vavrinek e dal preparatore atletico storico Pierre Paganini. Lui, sempre dalla Cina, ribatte: “La sconfitta con Gonzalez non ha nulla a che vedere con la mancanza di un coach. Non si tratta di tattica, semplicemente il mio avversario ha giocato meglio. Non è detto però che non possa chiedere in futuro la collaborazione di un tecnico”. Altro capo d’accusa: la scorsa settimana Federer era in giro per impegni pubblicitari: caffè e una nota azienda di rasoi. Sarebbe stato meglio arrivare a Shanghai qualche giorno prima per prendere confidenza con la superficie di gioco e con il fuso orario. Difficile conciliare doveri di sponsor e allenamenti. Sempre lui si difende: “Sono diversi anni che affronto anche questi impegni. Cerco di limitarli ma non posso evitarli”.
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federer si arrende a gonzalez, l'impero scricchiola?
Lunedì, 12 Novembre 2007 alle 11:51

EH, SI'... L'ITALIA E' IN CRISI (2)

di Giancarlo Baccini
Con l'ingresso di Fabio Fognini fra i Top 100 della classifica ATP (a soli 20 anni: dai tempi di Furlan non ce la faceva uno altrettanto giovane) il tennis italiano eguaglia il suo record storico di 5 giocatori di élite mondiale a fine stagione, record risalente al 1992. Questo due settimane dopo aver migliorato quello di Top 50, che adesso sono tre (Volandri, Starace e Seppi) come mai era successo prima.
Anche nella classifica WTA siamo al massimo storico eguagliato: 8 giocatrici, come nel 1990.
Tutto questo in un contesto dove, con l'emersione dei paesi ex comunisti e di quelli orientali, la competizione s'è fatta infinitamente più dura rispetto a 15 anni fa.
Eh, sì!... Tommasi e compagnia bella hanno proprio ragione. Da quando c'è questa gestione federale il tennis italiano è entrato in una crisi irreversibile...
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Domenica, 11 Novembre 2007 alle 19:35

MASTERS MADRID: TRIONFA LA HENIN

di Angelo Mancuso
Un magnifico spot per il tennis femminile: una finale così entusiasmante non la vedevamo da tempo. A Madrid la sfida tra Justine Henin e Maria Sharapova che assegnava il titolo di “maestra” è stato un vero spettacolo. Gran tennis, tante emozioni: il miglior match del 2007 tra le due giocatrici più forti del mondo. Alla fine ha vinto la numero uno, ovvero la Henin, ma solo dopo quasi tre ore e mezza di battaglia: 57 75 63. Per il secondo anni di fila il titolo va alla Henin. Era un bel po’ che le finali degli appuntamenti più importanti della stagione deludevano le attese. Per restare solo al 2007 una ritrovata Serena Williams aveva concesso appena tre giochi (61 62) alla Sharapova agli Australian Open: praticamente non c’era stato match. Idem come sopra al Roland Garros dove la Henin aveva rifilato un secco 61 62 alla sorpresa Ivanovic. Non era andata meglio meglio a Wimbledon: la rivelazione Bartoli aveva opposto resistenza per un solo set a Venus Williams: 64 61 per l’americana. E sempre la Henin aveva risolto in poco più di un’ora la pratica Kuznetsova agli US Open: 64 64 senza storia. Altro che parità del montepremi: i detrattori del tennis femminile erano andati giù duri facendo infuriare chi come Billie Jean King, pioniera del femminismo con la racchetta, celebrava una parità nel tennis che non si ritrova in altri sport. Le stesse tv mugugnavano: la CBS, il colosso che trasmette gli US Open sganciando una montagna di dollari per i diritti, lo scorso settembre faceva notare che i numeri del torneo femminile erano in preoccupante calo. Dimenticando, però, che la colpa è più della crisi del tennis a stelle e strisce che della qualità del gioco. Ben venga quindi una sfida come la finale di Madrid. Vero che la palla femminile viaggia più lenta di quella maschile, ma è altrettanto vero (il match tra la Henin e la Sharapova lo dimostra) che proprio per questo motivo ci sono più tocchi ed una maggiore varietà di schemi rispetto al tennis maschile. Se poi aggiungiamo che solo nelle sfide femminili si può assistere a scene di vero pathos con lacrime, astuzie e crisi di nervi vere o presunte, ecco che lo spettacolo è assicurato.
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henin si conferma "maestra", sharapova da applausi
Sabato, 10 Novembre 2007 alle 09:31

MASTERS SHANGHAI: ROUND ROBIN, UNA FORMULA DISCUSSA

di Angelo Mancuso
Parte il Masters di Shanghai e come ogni anno riecco il solito interrogativo. Giusto giocare con la formula dei round robin? Giusto privare il torneo riservato agli otto migliori giocatori della stagione di una legge che da sempre regola il tennis, ovvero dentro o fuori senza appello? L’Atp ad inizio 2007 ha provato ad introdurre la formula dei round robin anche in alcuni tornei del circuito maschile per fare un brusco dietrofront dopo un paio di mesi di critiche a non finire. I gironi all’italiana con semifinali incrociate sono invece diventati una tradizione al Masters: una formula che consente ad un giocatore di perdere un incontro, e magari anche due, senza pregiudicarsi la possibilità di vincere comunque il torneo. Chi organizza, in questo caso i cinesi, un evento così importante investe molto denaro: ovvio che si punti ad un ritorno economico assicurandosi la presenza delle star del circuito per più di una partita nel caso un Federer o un Nadal “stecchino” all’esordio. Il business nello sport conta eccome e sarebbe sciocco negarlo. Dalla sua nascita nel 1970 (37 le edizioni), ben 20 volte un giocatore, pur sconfitto nel girone eliminatorio, ha poi finito col vincere il titolo di “maestro”. Per otto volte il vincitore del Masters ha battuto in finale l’avversario che lo aveva invece sconfitto nei “round robin”. Una delle “vittime” storiche della formula a gironi è Agassi. Nel 1999 l’americano travolse il suo rivale storico Sampras, ma poi venne battuto da “Pistole Pete” in finale. Il bis nel 2001: Agassi mise ko all’esordio Kuerten, ma si arrese al brasiliano nella sfida che assegnava il titolo. E’ capitato anche nel 2005, quando Nalbandian, peraltro entrato in tabellone come riserva, superò in finale Federer dal quale era stato sconfitto nel girone eliminatorio. Round robin a parte, il favorito a Shanghai (si comincia domenica) è sempre lui, ovvero Federer. Il numero uno del mondo, alla sesta partecipazione, vanta tre titoli (2003, 2004 e 2006), una finale 2005, una semifinale 2002: 22 match vinti e 2 persi. Nadal, Djokovic, Davydenko, Roddick, Ferrer, Gonzalez e Gasquet completano il cast. Solo comparse alla corte del fenomeno svizzero o protagonisti?
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due gironi eliminatori e semifinali incrociate, federer favorito
Venerdì, 9 Novembre 2007 alle 09:08

MASTERS DONNE: DUE ESORDIENTI IN SEMIFINALE

di Angelo Mancuso
Henin e Chakvetadze nel gruppo rosso, Sharapova e Ivanovic nel girone giallo: sono queste le quattro semifinaliste del Masters femminile di Madrid. La quarta ed ultima giornata dedicata ai round robin servirà solo a definire gli incroci delle semifinali. Nel gruppo rosso la Henin ha chiuso al primo posto con tre vittorie in altrettanti incontri: la belga domani in semifinale sfiderà la perdente del match tra Maria Sharapova e Ana Ivanovic. La vincente della sfida tra la russa e la serba, invece, se la vedrà con Anna Chakvetadze. Henin a parte, già sicura di chiudere la stagione da numero uno come le era già capitato nel 2003 e nel 2006, da Madrid arriva un segnale forte e chiaro: le gerarchie nel circuito femminile stanno cambiando. Le Williams ormai giocano a singhiozzo, la Mauresmo al Masters neppure c’è arrivata, la Clijsters ha deciso di dire stop da tempo nonostante sia ancora giovanissima, la Hingis è incappata nella brutta vicenda della positività alla cocaina. Ecco allora che in semifinale si affacciano due debuttanti al Masters, la Ivanovic e la Chakvetdaze, entrambe ventenni. La serba era esplosa al Roland Garros conquistando la finale. La russa si era messa in luce agli US Open fermandosi solo in semifinale dopo essere stata protagonista dell’estate americana sul cemento con le vittorie a Cincinnati e Stanford. A Madrid è, invece, andata peggio ad un’altra debuttante, Marion Bartoli. La giovane francese, che ha sostituito l’infortunata Serena Williams, è stata travolta dall’inarrestabile Henin: 60 60 per la belga in meno di un’ora, una sconfitta pesantissima ed un esordio da incubo. Evidentemente Justine non ha dimenticato il ko di Wimbledon, quando proprio la Bartoli aveva infranto il suo sogno di trionfare finalmente sull’erba londinese (unico Slam che non ha mai vinto) battendola in semifinale.
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henin travolge bartoli, ivanovic e chakvetadze in semifinale
Giovedì, 8 Novembre 2007 alle 09:18

SERENA KO, MASTERS GIA' FINITO

di Angelo Mancuso
Henin già in semifinale, Ivanovic quasi. Siamo già ai verdetti dopo la seconda giornata del Masters femminile di Madrid. Archiviato il successo sulla russa Anna Chakvetadze, Justine ha concesso appena quattro games (62 62) alla serba Jelena Jankovic ed è saldamente al comando del gruppo giallo. La belga dal braccino d’oro si conferma la “Federer in gonnella”: la numero uno del circuito femminile è lei, nessun dubbio. Si è presentata a Madrid in gran forma ed è a caccia del secondo successo di fila al Masters, decimo stagionale. Sta impressionando anche Ana Ivanovic: dopo la russa Svetlana Kuznetsova nella prima giornata, ha messo ko la slovacca Daniela Hantuchova (62 76). Grazie a questa vittoria la ventenne serba è vicinissima alle semifinali, mentre la Hantuchova è quasi fuori dai giochi, avendo perso già all’esordio contro Maria Sharapova. Brutte notizie per Serena Williams. Unica americana in tabellone, tornava al Masters dopo un’assenza di tre anni (aveva vinto nel 2001), si è ritirata dopo aver perso il primo set (64) con la Chakvetadze per un infortunio al ginocchio sinistro. Serena si era già fermata due settimane fa a Zurigo e a Madrid è scesa in campo vistosamente incerottata. Niente da fare: sarà sostituita dalla francese Marion Bartoli, presente in Spagna come prima riserva. Il Masters, dopo aver perso Venus già prima del via, deve rinunciare anche a Serena. Qualche anno fa le due sorellone americane dominavano il circuito per la gioia di papà Richard che le aveva tirate su a hot dog e racchette, ora sembrano diventate di cristallo. Anche nel 2007 tra un infortunio (vero o presunto) e l’altro hanno giocato pochissimo: per Serena undici tornei, per Venus tredici. Nonostante ciò hanno portato a casa metà Slam: Serena ha vinto gli Australian Open, Venus a Wimbledon, segno che possono ancora essere protagoniste sui campi da tennis. Infortuni a parte, l’impressione è che il tennis non sia più al centro dei loro interessi: moda, cinema, tv, impegni pubblicitari. Troppe distrazioni per star dietro a Henin e socie.
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henin in semifinale, ivanovic ok, serena si ferma
Martedì, 6 Novembre 2007 alle 12:09

ERLICH-RAM ALLA MASTERS CUP

di Giancarlo Baccini
Da www.atptennis.com
SHANGAI – Gli israeliani Jonathan Erlich ed Ey Ram disputeranno la Masters Cup di doppio, in programma dall’11 al 18 novembre al Qi Zhong Stadium di Shangai, a causa di un infortunio al gomito che impedirà a Mike Bryan di essere in gara a Shangai col fratello Bob per il terzo anno consecutivo.
"Sono davvero seccato per non poter giocare – ha detto Mike Bryan – ma il gomito mi fa male da due settimane e non riuscirò a guarire in tempo per la Masters Cup”. I ventinovenni gemelli americani, coppia n. 1 del mondo e freschi reduci dalla vittoria a Parigi Bercy, avrebbero cercato di conquistare il terzo titolo dopo i due consecutivi vinti a Houston nel 2003 e 2004.
Erlich e Ram, che avevano concluso la stagione al nono posto nella Stanford ATP Doubles Race, faranno così la loro seconda apparizione alla Masters Cup dopo il debutto dell’anno scorso. Quest’anno, oltre a dare un contributo decisivo al ritorno della nazionale israeliana nel World Group di Coppa Davis (con successi sugli azzurri Bracciali-Starace e, per 10-8 al quinto set, sui campioni olimpici in carica, i cileni Gonzalez-Massu), i due hanno disputato una buona stagione sul cemento americano, vincendo anche il primo Masters Series della carriera a Cincinnati.
Le altre sette coppie finaliste sono quelle composte da Mark Knowles e Daniel Nestor, Paul Hanley e Kevin Ullyett, Simon Aspelin e Julian Knowle, Martin Damm e Leeer Paes, Lukas Dlouhy e Pavel Vizner. I campioni di Wimbledon Clement-Llodra si sono qualificati per aver vinto uno dei quattro Grande Slam.
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masters cup, gemelli bryan, erlich-ram
Domenica, 4 Novembre 2007 alle 21:32

MA NALBANDIAN NON CI SARA'...

di Angelo Mancuso
Dopo Madrid ecco Parigi-Bercy! David Nalbandian conquista anche il nono ed ultimo Masters Series della stagione al Palais Omnisports della capitale francese. In Spagna un paio di settimane fa aveva battuto Federer, Nadal e Djokovic, ovvero i primi tre del ranking Atp. A Parigi il bis: non ha trovato sulla sua strada Djokovic ma ha concesso il bis prima contro Re Federer al terzo turno (64 76), quindi con Nadal in finale (64 60) rifilandogli anche un sonoro cappotto nel secondo set. Praticamente in giocabile l’argentino: c’è stata partita solo fino al 4-3 per Rafa nel primo set. Poi David ha concesso al rivale solo 11 punti infilando nove games consecutivi, senza concedere una sola palla break nel corso dell’intera sfida (Nadal solo una volta è arrivato 40-40 alla risposta). Più che sul sintetico indoor di Bercy sembrava di essere sulla terra rossa del Roland Garros: finale tra un argentino ed uno spagnolo. In passato solo un connazionale di Nadal era arrivato così in alto: nel 1986, prima edizione del torneo, Casal si arrese a “Bum Bum” Becker. Nalbandian vincendo è diventato il primo argentino a iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro del torneo. Peraltro ha spezzato l’imbattibilità di Rafa a Parigi: 25 incontri, 21 al Roland Garros dove il mancino spagnolo ha vinto negli ultimi tre anni e 4 qui a Bercy, dove era per la prima volta in carriera nel tabellone principale. In passato Nadal aveva perso solo una volta nella Ville Lumiere: era il 2003, praticamente un ragazzino, e si arrese al rumeno Hanescu nelle qualificazioni a Parigi-Bercy. Nalbandian è in forma strepitosa dopo una stagione anonima che lo aveva visto uscire dai top ten e scendere fino alla venticinquesima posizione mondiale, troppo poco per uno che ha giocato una finale a Wimbledon e vinto il Masters nel 2005. Sta giocando così bene il venticinquenne di Cordoba che Federer e Nadal si sono chiesti: “Ma dov’era finito durante l’anno?”. Buon per loro che, a meno di rinunce dell’ultima ora, Nalbandian a Shanghai non ci sarà: vincendo a Bercy ha guadagnato un biglietto per la Cina, ma solo come prima riserva dietro nell’ordine a Federer, Nadal, Djokovic, Davydenko, Roddick, Ferrer, Gonzalez e Gasquet. Buon per loro perché David nei confronti diretti è otto pari con Roger (Nadal a parte è la bestia nera dello svizzero) e conduce due a zero con Rafa. Però se nei giorni che ci separano da Shanghai (si comincia l’11 novembre) si ritira qualcuno degli otto “maestri” (Djokovic, Davydenko e Roddick sono acciaccati), allora Nalbandian rientra in lizza. E visto come sta giocando sarebbero dolori per tutti…
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nalbandian, nadal, masters series
Giovedì, 25 Ottobre 2007 alle 13:06

E IO NON PAGO!...

di Giancarlo Baccini
Da qualche tempo a questa parte la FIT sta cogliendo una serie di significativi successi giudiziari nei confronti di molti esponenti di quello che qui talvolta ci divertiamo a chiamare "ancien régime". Si tratta di un argomento molto importante per il mondo federale e per questo ce ne occuperemo diffusamente nei prossimi numeri della rivista "SuperTennis". Si tratta anche, però, di argomenti di ridotto interesse per i semplici fan di tennis, dunque non vi annoierò raccontandoveli su questo blog.
Una di tali vicende giudiziarie riguarda però un personaggio molto conosciuto e che oggi occupa un'importante carica pubblica. E poiché trae origine da azioni che egli commise nella sua veste di direttore degli Internazionali d'Italia penso che raccontarla sia non solo giusto e illuminante ma anche divertente. Aiuterà gli appassionati a capire certe situazioni. Pensate soltanto al fatto che il personaggio in questione è Direttore Editoriale di un quindicinale di tennis...
Come si ricorderà, nel 2002 la FIT risolse unilateralmente il contratto di consulenza di Adriano Panatta per le ripetute violazioni ai suoi obblighi da lui operate nell’ambito dell’attività di direttore degli Internazionali d’Italia. Panatta si oppose, facendo ricorso allo strumento previsto dal contratto per la composizione delle vertenze: l’arbitrato. E il Collegio Arbitrale diede ragione alla FIT, decretando la legittimità dell’allontanamento di Panatta e sviscerando i fatti che lo avevano provocato, e pose giustamente a carico dell’ex giocatore il pagamento della metà delle spese relative all’arbitrato stesso.
Successivamente, dopo essere stato squalificato dalla giustizia sportiva della FIT sia in primo che secondo grado per aver commesso, da tesserato e da dirigente, gravissime violazioni alle norme disciplinari, Panatta fece ricorso a un nuovo arbitrato, quello davanti alla Camera di Conciliazione del CONI, nel tentativo di farsi riabilitare. Anche in questo caso perse e, oltre a veder confermata la pena a 5 anni di squalifica, fu condannato a pagare le spese relative al procedimento arbitrale e le spese legali sostenute dalla FIT.
Orbene: da allora, e sono passati molti anni, Panatta non ha mai ottemperato al duplice obbligo di pagare, talché la FIT - coobligata in solido, secondo una regola civilistica di garanzia per chi svolge funzioni delicate come quella di "giudice privato" - si è dovuta far carico di saldare gli onorari dovuti agli arbitri dell’uno e dell’altro lodo.
Il che ha costretto la FIT a chiedere all’autorità giudiziaria l’emissione di due decreti ingiuntivi per recuperare coattivamente quanto versato per conto di Panatta. Decreti ingiuntivi emessi di recente. Non stiamo parlando di milioni, intendiamoci, ma di qualche decina di migliaia di euro. “Stavolta avrà pagato, finalmente”, direte voi...
No! Manco per niente! Perché l’ex giocatore, oggi Assessore allo Sport della Provincia di Roma, ha avuto il coraggio di fare opposizione contro le ingiunzioni sostenendo che tanto gli arbitri del lodo civilistico quanto quelli del lodo CONI avevano provveduto ad un'auto-liquidazione dei compensi che aveva il mero valore di proposta contrattuale e che siccome non aveva mai espressamente accettato tali proposte nulla si poteva pretendere da lui. Al di là di ogni considerazione tecnico-giuridica, è incredibile come si possa sostenere una tesi del genere quando in tutto questo tempo (sono passati quasi tre anni dal lodo civilistico e un po' meno di due da quello CONI), nonostante i molteplici solleciti a pagare ricevuti con lettere e comunicazioni e rimasti del tutto inevasi, Panatta non si è mai degnato di rispondere una sola riga e soprattutto mai ha fatto sapere che non accettava l'auto-liquidazione dei compensi proposta dagli arbitri. Semplicemente, non ha pagato e non ha risposto alcunché.
A ciò si aggiunga che, prima che intervenissero i due lodi che hanno dato torto all’ex giocatore, quest’ultimo aveva regolarmente corrisposto agli arbitri gli “acconti” che gli stessi avevano richiesto e che si ispiravano alla stessa logica che ha portato alla determinazione dei “saldi” non pagati: come a dire che finché il giudizio è in piedi Panatta reputa adeguate le richieste di onorari fatte dagli arbitri, quando perde non paga più. E ora, raggiunto da un provvedimento giudiziario (quale è il decreto ingiuntivo), egli si inventa a tavolino la tesi che lui (senza indicare neppure, chessò, quale sarebbe stata la “giusta” auto-liquidazione che sarebbe stato disponibile a versare) non ha mai accettato la proposta degli arbitri e che perciò non è tenuto a pagare.
E sì che da un uomo di sport, perdipiù investito di un ruolo importante nell’amministrazione della cosa pubblica, sarebbe lecito aspettarsi un comportamento più rispettoso delle istituzioni e dei valori etici basilari sui quali si fonda il vivere civile.
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panatta, internazionali bnl d'italia
Giovedì, 25 Ottobre 2007 alle 12:19

TUTTO BENE AL FORO ITALICO

di Giancarlo Baccini
Mi dicono che un sedicente vecchio abbonato degli Internazionali BNL d’Italia, dopo aver scoperto che non poteva veder confermato nel 2008 il posto che occupava nel 2007 sul centrale, se ne sia lamentato non, badate bene, con noi organizzatori - come sarebbe stato naturale facesse nel tentativo di ottenere quel che cercava o, almeno, per esternare il suo dissenso e/o ottenere spiegazioni – ma scrivendo una lettera anonima a un blog di tennis.
La prima cosa che mi fu insegnata quando (nel lontano 1968) cominciai a fare il giornalista fu che le lettere anonime vanno gettate nel cestino della spazzatura senza neppure leggerle. Evidentemente non tutti i giornalisti hanno avuto maestri come i miei... Qualcuno potrebbe obiettare che nell’era di internet è prassi che chi vuol dire la propria lo faccia servendosi di un nickname, e io ovviamente convengo, tant’è vero che in questo mio modestissimo blog accetto anche interventi di chi preferisce non servirsi del proprio nome e cognome. Ma un conto è esprimere un parere su materie di interesse generale e un conto è additare qualcuno al pubblico ludibrio, dando a un blogger furbetto la possibilità di strumentalizzare accuse non verificate titolandole in modo offensivo, come è successo in questo caso (“Al Foro Italico è tutto per aria”).
Ma tant’è: questo è il mondo in cui viviamo. E allora dividiamo i torti del blogger da quelli dell’anonimo signore, che è sicuramente un appassionato di tennis e solo per questo merita tutta la nostra stima, e prendiamo per buone le sue parole. In sostanza egli sostiene cinque cose:
1)non potrò riavere il mio posto nei Distinti Tevere perché i Distinti Tevere saranno riservati ai possessori di biglietto Ground e io dovrò andare nei Distinti Monte Mario. Lì neppure mi potranno dare il posto equipollente perché ci sarà già qualche vecchio abbonato al settore che se lo sarà ripreso.
2)Era meglio lasciare ai possessori di biglietti Ground solo il diritto di riempire i vuoti dopo aver assegnato un posto in Tevere ai vecchi abbonati.
3)Un vecchio abbonato è come uno che compra una casa in multiproprietà a Rimini. Non possono all’improvviso dirgli “no, quest’anno tu vai a Bibione”.
4)“I volenterosi addetti” mi hanno detto che in futuro non è impossibile che io possa recuperare il mio vecchio posto.
5)Mi è stato anche detto che nessuno ha la più pallida idea di ciò che accadrà nel 2009, quando ci sarà il nuovo Centrale.
Bene. Se si fosse rivolto a noi usando nome e cognome, l’anonimo contestatore si sarebbe sentito rispondere così:
1)La decisione di riservare il settore Distinti Tevere ai possessori di biglietti Ground (in generale le fasce più giovani di pubblico, visto che i Ground sono i biglietti meno costosi) è nata dalla volontà di permettere a un maggior numero di loro di assistere agli incontri sul Centrale. I Distinti Tevere possono infatti contenere 1.436 spettatori, mentre il settore precedentemente destinato ai Ground ne conteneva circa 1.000. Una scelta in favore della promozione del tennis, insomma, e degli spettatori meno facoltosi. Presa perdipiù con la certezza di arrecare il minor disturbo possibile ai vecchi abbonati, perché quelli che nel 2007 acquistarono una tessera per i Distinti Tevere erano soltanto 51 e riallocarli in un posto più o meno equivalente nei Distinti Monte Mario sarebbe stato facile, visto che in questo secondo settore gli abbonati 2007 erano soltanto 102. L’unica vera differenza, insomma, consisterà nell’avere – da una certa ora in poi - il sole alle spalle anziché in faccia. Inoltre, il fatto che nel 2007 gli abbonati Monte Mario fossero il doppio di quelli Tevere testimonia ciò che tutti i romani hanno metabolizzato in 50 anni e passa di frequentazione dello Stadio Olimpico: la Monte Mario è più “pregiata” della Tevere perché ti salva dalle insolazioni.
2)Sarebbe impossibile assicurare a un abbonato la “difesa” del suo posto numerato all’interno di un settore al quale potessero accedere anche 1.400 possessori di biglietti non numerati.
3)La tesi della multiproprietà è francamente fantasiosa. Chi compra un abbonamento compra il diritto a vedere un’edizione del torneo da un posto, non compra “il posto”. Né lo usucapisce nel corso degli anni. Ci mancherebbe solo che gli organizzatori non potessero modificare i settori da un anno all’altro a seconda delle loro esigenze e/o strategie.
4)La registrazione serve a creare un database di appassionati da considerare amici un po’ “speciali” e per riservare loro particolari attenzioni, inclusa la possibilità di restituire loro il posto che preferivano nel momento in cui ciò fosse fattibile.
5)Non so quali siano le fonti dell’anonimo accusatore, ma la Biglietteria Centrale del Foro Italico fornisce a chiunque la contatti tutte le informazioni richieste non solo sul Centrale-Pietrangeli 2008 ma anche sul nuovo Centrale, quello che sarà pronto nel 2009. Le caratteristiche del nuovo stadio sono fra l’altro già state ripetutamente comunicate ai media nel corso di alcune conferenza stampa, dunque al Foro Italico niente è “per aria”: basta rivolgersi alle persone giuste per avere le risposte giuste.
Il numero verde è 800.62.26.62, la email ticketoffice@federtennis.it
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foro italico
Domenica, 14 Ottobre 2007 alle 16:22

EH, SI'... L'ITALIA E' IN CRISI

di Giancarlo Baccini
Per la serie "Il tennis italiano è in crisi", la vittoria di Flavia Pennetta a Bangkok ha portato a tre il numero delle giocatrici azzurre capaci di vincere un torneo WTA nella stessa stagione (c'erano già riuscite la Vinci a Bogotà e la Schiavone a Bad Gastein). Si tratta di un record storico eguagliato, perché soltanto nel 1990 si era verificato un evento simile, grazie a Reggi, Cecchini e Bonsignori.
Sempre a causa della crisi del tennis italiano, una quarta azzurra, Mara Santangelo, quest'anno ha vinto il titolo di doppio al Roland Garros e al Foro Italico, mentre tre juniores azzurri hanno conquistato titoli del Grande Slam di categoria, tutti in doppio: Trevisan a Parigi e Fabbiano-Lopez a Wimbledon.
Ah, dimenticavo: la squadra di Fed Cup si è laureata vicecampione del mondo... Eh, sì. Le cose non sono mai andate peggio!
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Martedì, 25 Settembre 2007 alle 17:15

BISTECCONE COLPISCE ANCORA

di Giancarlo Baccini
Mitica intervista del grande Giancarlo Dotto al grandissimo Giampiero Galeazzi su "La Stampa", un duetto da 60 60 a chi non sa godersi lo sport. E' lunga ma va letta per intero.

«Il mio canto del cigno saranno i mondiali di calcio del 2010 in Sudafrica, morirò con Nelson Mandela». L'ambizioso programma ha la voce inconfondibile di Giampiero Galeazzi, appena ammorbidita dai languori che salgono dal presentimento della cena. Incastrato nella sua poltrona di vimini il Bisteccone al tramonto è un'immagine lirica che infonde pace.

Gli siedi accanto e senti di volergli bene, a questo smisurato omone, ostaggio di un mondo che ha solo sapori. Il Canottieri Roma, storico circolo sulle sponde del Tevere, è la sua seconda casa da sempre. «E' la mia infanzia. So' cresciuto a remi e racchette, mio padre era un allenatore di canottaggio, vedevo giocare a tennis Nicola Pietrangeli, ho visto passare di qua tutto il generone romano. Professionisti, commercianti, nullafacenti, ricchi veri e ricchi immaginari».

Si fa lobby nei circoli?
«Appena me so’ laureato ho pensato: mo' me sistemo, e invece niente. Come laureato in statistica non me filava nessuno. Più che lobby se faceva cazzeggio».

Da ricercatore statistico a giornalista.
«Dovevo andare alla Doxa, invece finii alla Fiat, a Torino, come atleta. Qualche mese, poi er ghiaccio, er gelo, scappai a Roma. Me volevano mannà in Sudamerica. Me sarvò che i tupamaros ammazzarono dodici dirigenti della Fiat. Lo dissi a mia madre: vedi che succede da quelle parti? E così rimasi a Roma a fa' er vitellone».

Eri uno smilzo talento con i remi.
«Campione del mondo junior, olimpionico in Messico nel '68. Cinque vittorie negli assoluti. Dovevo prende le medicine pe' ingrassa'. 1 e 93 per 90 chili. Ero trasparente».

Beh, proprio trasparente…
«Mo' so due anni che so' stazionario, tra i 160 e i 162. M'hanno rovinato dieci anni di “Domenica In”. Magnavo la sera e non venivo più al circolo a fare la partitella. Me so' ritrovato in poco tempo addosso un set de valigie de 50 chili».

T'ha rovinato Mara Venier.
«Glielo dico sempre a Mara. Però m'ha completato professionalmente. Ballando e intervistando, stando accanto ai personaggi più vari ho imparato a comunicare. Se stai tutta la vita a parlare col centravanti della Roma o il terzino della Cremonese, resti limitato».

Come ti convinsero a entrare nel circo?
«Uscivo la sera con Mara Venier e Renzo Arbore all'epoca dei mondiali in America. Facevamo il giro delle buche jazz di New York. Ogni sera se cambiava buca, Arbore sentiva la musica, io magnavo e parlavo con Mara, le bistecche più grosse, la birra più buona. Un giorno, attraversando una strada in mezzo al traffico, Mara me fa senza giri di parole: “Faresti Domenica In con me?”».

All'epoca presentavi «Novantesimo Minuto».
«Pensai che sta paracula de Mara se voleva impossessa' dei dieci milioni di spettatori di Novantesimo. Presi tempo. Due giorni dopo me chiama Brando Giordani, direttore di rete. “Qui c'è 'na bionda che te vole a tutti i costi”. Era Mara. “Le ho presentato una lista de Hollywood ma vole solo te, che devo fa Bistecco'”?».

Fu subito trionfo di ascolti.
«I duetti con Mara erano naturali. Niente testo. Guai a damme un testo a me, io non so’ attore. Facevo er 40 de share con la scena del letto».

La scena del letto?
«Me presentavo con la valigia, ballavo e me dimenavo. Partiva la sigla de Novantesimo e stavo già da Mara che m'aspettava sul letto, tipo Fregoli. “Che m'hai portato oggi?”. “Ecco qua bella bisteccona mia” e dalla valigia uscivano salami e reggipetti. Un successo clamoroso. Acchiappavo tutti, ero una bomba a mano. All'italiano je tocchi er letto…».

Reazioni in famiglia?
«I figli non mi salutavano più. Specie il maschio, Gianluca. “Ma papà sei un grande giornalista sportivo, a scuola me prendono in giro”. Andai da Brando Giordani. “Non me la sento di continuare, me pijano tutti per culo”. “Un giornalista televisivo deve essere a 360 gradi”. Mi convinse a continuare».

Hai una figlia molto bella
«Anche troppo pe fa' la giornalista. Susanna lavora a Canale 5 e da me ha preso la grinta. Per quattro anni a Sky se sveijava alle sei de’ mattina, le hanno fatto un mazzo tale».

I colleghi della redazione sportiva?
«Non mi hanno mai amato. Ero al centro delle invidie totali. Quando ho finito Novantesimo non c'avevo più una sedia, un grado, niente, tabula rasa».

Il più ostile?
«Marino Bartoletti mi dichiarò guerra. Prese Mara a brutte parole. “Non finisce qui!”, col ditino alzato. Finale, cacciarono via Bartoletti. E' dal '70 che sto sempre sur bidone della benzina, arrivi tu nel '96 e me rompi i cojioni. E namo…».

Dovevi andare all'«Isola dei famosi».
«L'avevano già annunciato a Cannes. Poi presero quello magro, come se chiama, Bisio, Brosio… Me chiamò un amico regista: “Guarda che la nuova locazione è un'isola in mezzo al mare, te devi arza’ alle quattro per fare lo speech, un'ora de barca, se il mare se arza soffri l'iradiddio”. Ho fatto uno più uno e non ce so' andato. Dovevo sta' a stecchetto in mezzo al mare».

La segui questa nuova edizione?
«Ho visto che Cecchi Paone ha fatto subito il numero da isterica».

La più grossa abboffata della vita?
«Non sono mai stato un grande mangione».

Colpo di scena. A Casa Italia durante le Olimpiadi i cuochi dovevano blindare le dispense.
«Dovevo fa' i collegamenti, il cameriere era lento, allora andavo direttamente alla fonte. Me pijavo tre, quattro piatti pe' avvantagiamme».

Le tue telecronache viscerali sono da culto: tutto il corpo che partecipa, cuore, fegato, budella, polmoni.
«Quando vedo una barca italiana, me sento là dentro. M'hanno istruito a dare le sensazioni. Non me tengo niente. Sono l'ultimo della grande generazione di telecronisti. Paolo Rosi, il più moderno degli antichi, l'eleganza di Giubilo nell'ippica, il ritmo di Adriano Dezan, i tempi televisivi di Nando Martellini. Di quelli di oggi c'è Fabio Caressa, un po' troppo colorato, però la sensazione me la dà».

La telecronaca da manuale del Galeazzi.
«Quella dei fratelloni Abbagnale del'88 a Seul. In quei casi anch'io sto a rema', arrivo col fiatone. Gli ultimi 500 metri me li faccio in piedi, non guardo più il monitor, guardo solo er bacino».

Una volta hai detto: «questo rovescio di Lendl è una bomba al nepal».
«Un'altra volta me scappò “roulotte russa”, ma sai che per anni ho trasmesso otto ore di tennis al giorno. E' che 'sta voce gira dal '72».

Strangolavi i giocatori a fine partita nella tua morsa.
«Mi feci chiudere dal guardiano dentro gli spogliatoi il giorno dello scudetto del Napoli. C'erano ducentocinquanta televisioni, me ritrovai solo con tutta la squadra in mutande. Il colpo di genio fu far fare a Maradona le interviste ai compagni».

Eri il preferito di Maradona.
«Andavamo nei locali come lupi mannari, io, lui e Carnevale. Diego parcheggiava il Testanera addosso al muro come fosse un motorino. Le più brutte donne di Napoli erano le sue. Gli piacevano quelle alla Botero. A me invece piacciono le americane Wasp, tipo Nicole Kidman, quel bianco lì. La mora, la creola non mi richiamano l'istinto».

Mai scatenato come quando vinse lo scudetto la Lazio.
«Mollai la diretta della finale di tennis al Foro Italico, quando me dissero dello scudetto. L'ultimo game andò in silenzio. Me precipitai di corsa allo stadio con un microfono in pugno. Il primo che acchiappai fu un frate».

Prezzolini diceva che essere grassi è mancanza di educazione.
«Io non mi sento un obeso. Me lo ricordano gli altri. Me ne accorgo quando m'arzo a fatica o devo prende' un treno in corsa. Le scale le affronto come la mangusta affronta un serpente. Uno che come me ha fatto l'atleta, che da giovane era l'ira de Giove, non pensa d'ingrassare».

La dieta più feroce?
«Mai fatte veramente. Per vent'anni ho magnato riso e filetto, se crea un metabolismo che appena cambi esplodi. Mia moglie magna più de me ed è magra. Non rinuncio a pane e frutta, quanto di peggio per la glicemia».

Nicola Savino fa scompisciare con le tue imitazioni.
«E' diventato miliardario. Ha messo il santino con la mio foto in camera da letto. Me ringrazia tre volte ar giorno. Certe volte, quando l'ascolto, me piego anch'io dalle risate».
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galeazzi, televisione
Domenica, 23 Settembre 2007 alle 19:11

CVD

di Giancarlo Baccini
CVD, cioè Come Volevasi Dimostrare. Israele ha battuto il Cile e si è conquistato la promozione nel World Group della Coppa Davis 2008. Senza tra l'altro aver bisogno di aspettare il quinto match, perché dopo Massu il folletto Dudi Sela ha fatto fuori in oltre 5 ore di gioco anche "Mano di Pietra" Gonzalez, il numero 6 del mondo, pareggiando due volte il conto dei set grazie a due tie-break (vinti 7-5 il primo, 9-7 il secondo) e poi sgretolandone la resistenza al quinto.
Dudi Sela è il numero 105 della classifica ATP, ma oggi ha confermato che, in Coppa Davis, le palle contano più dei numeri. E ribadisco quanto avevo scritto venerdì: che sarebbe un atto di onestà intellettuale se quei giornalisti italiani che ad aprile massacrarono la squadra azzurra perché aveva perso in Israele adesso ammettessero di essersi lasciati accecare dalla ghiotta occasione di parlar male dei nostri giocatori e dell'intero movimento tennistico tricolore e di non aver visto ciò che ogni osservatore neutrale avrebbe potuto capire in quei giorni. Vale a dire che da Ramat Hasharon è molto, molto difficile uscire indenni. Chiedere a Mano di Pietra...
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Venerdì, 21 Settembre 2007 alle 16:43

ISRAELE FA GIUSTIZIA DEI NEMICI DELL'ITALIA

di Giancarlo Baccini
Negli spareggi per la promozione nel World Group della Coppa Davis 2008 c’è la concreta possibilità che Israele riesca a battere il Cile e a guadagnarsi la massima ribalta mondiale del tennis a squadre. Sul cemento di Ramat Hasharon, a nord di Tel Aviv, si è giocato con un giorno di anticipo rispetto a tutti gli altri confronti di questo weekend perché domani, sabato, il Paese si fermerà per l’importantissima festività ebraica dello Yom Kippur, e la conclusione del confronto è dunque rimandata a domenica, dopo la pausa.
Nella prima giornata Dudi Sela ha sconfitto in quattro set il campione olimpico Massu, che lo precede di circa 30 posizioni nella classifica ATP (in quanto 105, Sela è il n.1 israeliano) e il top 10 cileno “Mano di Pietra” Gonzalez ha dovuto faticare sette camicie, rimontando anche un set di svantaggio, per fare altrettanto con Noam Okun (186 ATP). Oggi Erlich-Ram hanno battuto per 10-8 al quinto set i due cileni, che non sono davvero un doppio sprovveduto o improvvisato, visto che ad Atene vinsero l’oro olimpico anche di questa specialità. In totale si è giocato, sino ad ora, per 13 ore e 34 minuti effettivi: 5.07 è durato Sela-Massu, 3.28 Gonzalez-Okun, 4.56 il doppio. “Sono felice di questa vittoria – aveva spiegato “Mano di Pietra” giovedì sera – perché non mi aspettavo che sarebbe stata tanto difficile. Sapevo che Okun è un buon giocatore ma contro di me è stato davvero fantastico. Non capisco perché sia tanto giù in classifica mondiale”.
Naturalmente il Cile può ancora aggiudicarsi il confronto e restare “in Serie A”, anche se, avendo visto con i miei occhi che effetto fa agli Israeliani giocare in Coppa Davis e che aria tira a Ramat Hasharon, non vorrei essere nei panni di Massu, domenica, quando affronterà Okun sul presumibilissimo risultato di 2-2. Comunque vada a finire, però, il match Israele-Cile sta dimostrando quanti pregiudizi e quanta voglia di far male hanno ammantato i commenti di alcuni giornalisti italiani quando, ad aprile, fummo noi a subire il trattamento che adesso sta toccando al Cile. Sono curioso di vedere se, adesso, qualcuno vorrà accorgersi di quanto allora fu evidente a chi non aveva gli occhi foderati di anti-italianismo: che, cioè, quello di Tel Aviv è un campo minato per chiunque, anche per chi ha vinto due titoli olimpici e può contare sul numero 6 del mondo, e che, perdendo non senza lottare, l’Italia priva del suo numero 1 Volandri non si coprì certo di vergogna, come i suoi nemici si affrettarono ad urlare.
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Martedì, 18 Settembre 2007 alle 12:24

IN DIFESA DI VOLANDRI

di Giancarlo Baccini
Dai ieri ricevo telefonate ed email di gente che sostiene più o meno il seguente concetto: "Filippo Volandri non sarebbe di nuovo in fase calante e non avrebbe perso la leadership del tennis maschile italiano se, dopo aver battuto Federer ed essere arrivato in semifinale al Foro Italico, avesse fatto meno interviste e più allenamenti, se non avevsse perso tempo a pensare alle mise di D&G e di Armani..." e bla bla bla, via con argomenti di questo stesso tipo. Qualcuno se la prende persino con me e con l'ufficio stampa della FIT, manco fossimo stati noi a organizzargli le interviste con i settimanali "rosa" (e comunque, per dirla tutta, se Filippo ce lo chiedesse gliele organizzeremmo volentieri anche noi. Perché no? Far parlare di tennis i cosiddettei "rosa" non è forse promozione?).
Io credo che si tratti di critiche in massima parte ingenerose. Pur se non lo sento da qualche mese conosco Filippo da abbastanza tempo per sapere che non è affatto come la gente comincia a immaginare che sia. Credo di capire che, ancora una volta, i suoi problemi abbiano un'origine fisica. Nel tennis d'oggi, così atletico e mentalmente stressante, se non stai bene puoi perdere anche dal numero 200 del mondo. E quando le cose vanno male è facile smarrire pure un pizzico di autostima e peggiorare ulteriormente la stiuazione. Ripeto: non so in che condizioni si trovi adesso Volandri ma sono sicuro che la crisi di risultati non può che essere passeggera, perché uno che batte Federer e mette all'angolo Nadal sulla terra, come ha fatto lui in Coppa Davis a Santander, non diventa scarso all'improvviso senza ragione.
Allo stesso tempo mi auguro che per ridiventare numero 1 d'Italia Filippo sia costretto a fare davvero grandissimi risultati, perché questo significherebbe che buoni risultati li stanno facendo anche gli altri azzurri, a cominciare da Potito Starace, autore di un 2007 senza acuti straordinari ma di eccellente qualità media. Potito ha goduto di un periodo di buona salute e ha saputo approfittarne con grande senso della misura, anche dal punto di vista mediatico. Bravo.
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Venerdì, 14 Settembre 2007 alle 14:20

FORTUNE E SFORTUNE

di Giancarlo Baccini
Chissà perché (correzione: io so perché, ma non lo dico), noi del clan azzurro eravamo convinti che il sorteggio del tabellone della Fed Cup 2008 ci avrebbe costretti ad andare in Cina. Diciamo che la sequenza di sorteggi sfigati da cui uscivamo, tra Fed e Davis, era talmente lunga da averci convinti che lassù nessuno ci ama e che, dunque, essa si sarebbe inevitabilmente allungata. Quando la successione delle estrazioni aveva fatto salire al 50 per 100 la probabilità di beccare proprio le cinesi avevamo già perso ogni speranza, ed è per questo che la panchina azzurra è esplosa di tripudio quando invece in Cina ci sono finite le francesi e a noi è rimasta la Spagna. L’unico pericolo è che il ruolo di favoriti finisca per giocarci qualche brutto scherzo, ma in linea di massima possiamo azzardarci a pensare già alle semifinali e a sentirci sicuri di restare nel World Group anche nel 2009.
A essere incontentabili si poteva sperare addirittura in qualcosa di meglio, perché se il sorteggio per determinare la posizione in tabellone delle teste di serie numero 3 e 4 fosse andato diversamente avremmo avuto la possibilità di ospitare sul patrio suolo, alla vigilia degli Internazionali BNL d’Italia, gli Stati Uniti delle sorelle Williams, con tutto quel che ne sarebbe conseguito non tanto dal punto di vista tecnico (con le sorelline sulla terra ce la giocheremmo più o meno alla pari) quanto da quello della promozione del tennis in generale e delle nostre impagabili ragazze in particolare.

* * *

A Mosca le azzurre non saranno sole. A tifare per loro ci saranno un’ottantina di persone venute dall’Italia e organizzate alla perfezione per fare più casino possibile. I tifosi indosseranno una maglia azzurra-souvenir appositamente realizzata e saranno guidati da un trombettiere, che darà loro la carica. Aggiungeteci il drappello-record di inviati al seguito di Barazzutti e delle sue ragazze (19) e vi renderete conto di quanto bene questo manipolo di eroine abbia fatto al nostro tennis e allo sport femminile italiano in generale. Un’attenzione così forte per una sfida il cui esito sembrerebbe scritto in partenza è la testimonianza di un rapporto con la gente che è ormai diventato diretto e non patisce più le nefaste influenze di quei mediatori che non perdono occasione per denigrare i giocatori italiani. Pensate che Tommasi ripete da un anno che nel 2006 abbiamo vinto la Fed Cup perché siamo stati fortunati (come no? fortunati a battere fuori casa tre squadre, due delle quali forti della giocatrice numero 1 del mondo in quel momento…) e che, non pago, oggi è riuscito a scrivere che: a) se siamo qui lo dobbiamo al fatto che in semifinale la Francia non ha convocato la Bartoli; b) che la Russia ci ha fatto il favore di chiamare la Chakvetadze (n. 5 WTA) anziché la Sharapova (n. 4)…

* * *

La Rai dedicherà a questa finale due giorni di diretta integrale sul satellite e un’ampia finestra in chiaro su Rai3. Sempre che il povero Bisteccone Galeazzi ce la faccia a salire sulla piccionaia dove i russi hanno impietosamente posizionato la sua postazione.
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